Recensione
Norberto Bobbio, La Stampa, 03/04/2014

Marx è vivo ma non lotta insieme a noi

Marx è vivo? Vivo certo, per il fatto che nessuno oggi può prescindere da Marx. C’è qualcuno che oggi possa occuparsi dei problemi della società contemporanea senza tener conto diMarx?Anche per criticarlo. Vivo non vuol dire valido. Bisogna distinguere vitalità da validità. Un pensiero può essere vivo anche se lo giudichi negativamente, anche se ritieni che abbia avuto funeste conseguenze: è vivo cioè e invalido. Chi è chepuònegare cheNietzsche è vivo anche se io posso considerarlo responsabile del nazismo? È necessario distinguere ciò che è da ciò che vorremmo che fosse. Altro è desiderare che Marx sia in soffitta. Altro è ritenere seriamente che ci sia o ci resti. Tutte o quasi le rivoluzioni delTerzoMondo, le guerre di liberazione, sono combattute in nome delmarxismo (o delmarxismoleninismo). Si potrà obiettare:ma non è il vero Marx.Ma qual è il veroMarx? Qual è il veroNietzsche, qual è il vero cristianesimo, quellodiPinochet oquellodel vescovo Romero? Si trattadi sapere sepossiamoprescindere daMarx per capire ilmondo contemporaneo o almeno una parte. Io credo di no. Pensate alla critica e alla condanna della società capitalistica che dura da più di un secolo, e che non accenna a venir meno. Si potrà non essere d’accordo sui termini di questa critica, dire che non ha tenuto conto della straordinaria capacità del capitalismo di superare le crisi per cui le sinistre europee prima e mondiali poi lo hanno dato mille volte per morto, ma non si può negare che sino a che ci saranno società capitalistiche la critica marxiana non avrà perduto nulla della sua straordinaria forza eversiva. Vogliodire chenonènecessario essere d’accordo conMarx per affermare cheMarx è vivo. Lo stesso accade con il cristianesimo: posso essere un non credente, credere che la discendenza divina di Cristo è una favola,ma sarebbe stolto se io dicessi che il cristianesimo è morto.Con questo non voglio dire che non muoia nulla nella storia. Il paganesimo è benmorto. Il cristianesimo, no. Il marxismo no. Tanto che facciamo tutti i giorni i conti con il suo fondatore e ispiratore. Personalmente ritengo che le sinistre europee debbano liberarsi da Marx. Ma non posso confondere il mio desiderio con la realtà. La realtà è quella presentata dal nostro dibattito e da tutti i dibattiti che si svolgeranno nel mondo in quest’anno. Raramente un centenario avrà suscitato più risonanza di questo. Il che mi sembra una prova che Marx è ancora – piaccia o non piaccia – ancora vivo. [Appunto del 1983] Socialismo come strumento libertà come fine [...] A questo punto dobbiamo domandarci: qual è il punto di differenziazione tra noi e i marxisti? In sostanza l’una e l’altra corrente, sia quella democratica sia quella totalitaria, derivano sostanzialmente da Marx. Sono due interpretazioni, diverse sul terreno della attuazione del marxismo, le quali si differenziano nel modo d’intendere come meglio possono attuare quelli che sono i principi del marxismo. Dal punto di vista ideologico entrambe le correnti sono molto simili perché hanno un punto in comune che è fondamentale: cioè pongono come fine dell’azione politica, sia democratica sia totalitaria, l’attuazione di una società socialista, integralmente socialista, di quella società in cui la proprietà sia completamente collettivizzata e in cui, non essendoci più proprietà individuale non ci sono più lotte di classe. La meta finale dei marxisti, sia democratici sia totalitari, è una società senza classi, dove non ci sono più proletari e borghesi, ma soltanto lavoratori, e siccome non ci saranno più classi non ci sarà neppure più bisogno di quello strumento fondamentale di un dominio di una classe sull’altra, che è lo Stato. La società senza classi è anche una società senza Stato. Il termine finale del marxismo, in tutte e due le posizioni, è quindi l’abolizione dello Stato, l’abolizione di quella macchina che serve unicamente allo scopo di dominio di una classe sull’altra. Qui appare il punto critico del marxismo: una società senza Stato? Ma questo è l’elemento ideologico che salta fuori, perché questa società senza classi e quindi senza Stato è una impossibilità. Le classi (qui sta l’elemento utopistico anche nel socialismo cosiddetto scientifico) non potranno mai essere abolite e quindi non potrà essere abolito neppure lo Stato. L’elemento utopistico del marxismo deriva dal ritenere che sia una meta ultima che si debba raggiungere a ogni costo. Ma la storia [nel documento manca una riga] raggiungendo di volta in volta fini sempre particolari; la meta ultima è al di là di questo mondo. Questo è il punto critico del marxismo, il punto in cui noi crediamo di poterci contrapporre al marxismo sostenendo una concezione diversa dell’uomo e della storia. La meta fondamentale dell’uomo non è la società senza classi: il problema dell’uomo è uno solo, è il problema della libertà. Tutta la storia umana è storia di libertà; è la storia delle successive liberazioni dell’uomo da tutti i pregiudizi, le superstizioni, le oppressioni fisiche e spirituali, che l’hanno nelle diverse epoche storiche tenuto in vari modi e con diversi legami incatenato. Il progresso della storia umana si può indicare come passaggio graduale dalla società chiusa alla società aperta. Ma se pure questo è lo scopo che dobbiamo raggiungere, non è evidentemente uno scopo finale, ma è un problema da risolvere giorno per giorno; cioè un problema che dobbiamo porci di volta in volta a seconda che ci si presenti l’occasione di compiere una azione feconda di civiltà e di progresso. Noi dunque diciamo socialismo, ma socialismo in funzione di una maggio- re libertà; la meta finale non è il socialismo, ma la libertà. Dunque non socialismo come meta finale, ma socialismo come strumento, come un possibile strumento di libertà umana. Questo vuol dire in sostanza, socialismo liberale. [Conferenza tenuta all’Università diPadova il 29 maggio 1946] Il primato dell’economia sulla politica [...] Mi domando però se non vi siano almeno due tesi generali, generalissime, di Marx, che mantengono la loro forza dirompente: a) il primato dell’economia sulla politica e sulla ideologia, il che si può constatare continuamente anche nelle nostre libere democrazie in cui il peso del potere economico per determinare le scelte degli elettori è enorme; b) il processo di mercificazione universale prodotto dall’universalizzazione del mercato, per cui ogni cosa può diventaremerce, dai figli agli organi, e, per restare nell’ambito delle società democratiche, ai voti, purché ci sia uno che domanda e l’altro che offre. Esiste un limite etico alla mercificazione universale. E se è bene che esista, chi deve porlo? E in base a quali criteri? Ilmercato può autolimitarsi? E se non può, è bene che non vi siano limiti (in fondo si potrebbe sostenere che se unamadre per sopravvivere è costretta a vendere i propri figli, è libera di farlo), oppure che questi limiti vengano posti dall’esterno, ma allora da chi? Ciò su cui sono totalmente d’accordo con te, e che anch’io riterrei essere stata la prima causa del mio non marxismo, è una certa diffidenza morale per la spregiudicatezza di Marx nei riguardi dell’uso dei mezzi, e nel disprezzo usato verso gli avversari. Anch’io non ho dubbi sul fatto che il fascino di questi atteggiamenti abbia avuto effetti disastrosi. [Letteraa Paolo Sylos Labini del 19 maggio1991]