Recensione
Valeria Noli, L'Indro, 28/03/2014

Il lavoro nella

Lavoro, innovazione, rete e sviluppo umano. Romano Benini, direttore del master in Management dei servizi per il lavoro della Link Campus University di Roma, e consulente delle maggiori istituzioni pubbliche e agenzie per il lavoro italiane, ha coordinato numerosi progetti europei per lo sviluppo occupazionale. Il suo ultimo libro (Nella tela del ragno. Perché in Italia non c'è lavoro e come si può fare per crearlo, Donzelli, 2014) pone una questione interessante per un sistema occupazionale efficiente: bisogna investire nello sviluppo umano.

Sviluppo umano significa benessere, ma anche giustizia, equità e formazione, istruzione e politiche strategiche orientate a mantenere il livello di occupazione al di sopra di una certa soglia. Che abbiamo male impiegato i fondi strutturali europei, che non poniamo attenzione all'integrità umana dei lavoratori (in quanto persone), che le politiche nazionali nell'ambito lavorativo siano spesso frammentarie è intuibile. Ciò che è meno intuibile è che anche chi non lavora 'costa': in termini di sussidi (laddove esistenti), di costo sociale della disoccupazione, di calo dei consumi. Ma soprattutto in termini di impoverimento umano e professionale. Un lavoratore che non accresce la sua conoscenza (anche con percorsi di formazione e aggiornamento) tenderà a perdere quei livelli di eccellenza produttiva o di 'sensibilità al bello' dei quali parlano i fautori dell'Italia come terra della bellezza.

Non potrà durare ancora a lungo questo riferirci a un passato e a un presente popolato da splendidi reperti culturali e da grandi figure del pensiero. Un Paese che magnifica il suo passato ma non cura il suo presente? Siamo dentro un circolo vizioso e facciamo fatica ad uscirne. Abbiamo chiesto a Romano Benini di spiegare ai nostri lettori perché investire nello sviluppo umano possa migliorare la situazione, in che termini e con quali strumenti, raccontandoci come ha affrontato l'argomento nel suo ultimo libro.

Benini, qual è lo scenario del sistema occupazionale italiano oggi?

Parliamo di un sistema economico in transizione e che sta cambiando fortemente i suoi connotati. Bisogna dire che l'economia da sola non crea effetti occupazionali, ma bisogna affrontare con più attenzione una situazione che viviamo da almeno 20 o 30 anni. Il modello attuale ha la necessità di sostenere la creazione di sempre nuove opportunità, che richiedono la presenza di persone forti e capaci. Un sistema che invece non ha persone dotate di adeguate capacità, rischia di non creare nuove opportunità ma di raschiare il fondo del barile di quelle vecchie.

Si può dire che questa situazione sia stata 'impostata' dalla crisi?

I nodi al pettine dell'economia italiana non sono arrivati con la crisi del 2008, ma hanno a che vedere con l'assenza di un forte investimento sullo sviluppo umano che, di per sé, costituisce una tendenza degli ultimi 15 anni.

Di che cosa parla il suo libro esattamente?

Descrive come il cambio di modello sociale ed economico degli ultimi 20 anni abbia portato una crisi del lavoro. Rifkin ne parlava 20 anni fa, poi probabilmente ha smesso di occuparsi della crisi del lavoro perché in gran parte i paesi occidentali hanno affrontato quella crisi, recuperando alcuni aspetti fondamentali e riportando lo sviluppo umano, la capacità, l'autonomia delle persone e la qualità dei servizi e dei prodotti creati al centro degli investimenti. Questo è accaduto perfino negli Stati Uniti e in altri paesi molto liberali. Questo tratto ha infine contraddistinto lo sviluppo della Germania degli ultimi anni.

Cosa accadeva intanto in Italia?

L'Italia è stato il paese OCSE che meno ha investito sullo sviluppo umano. La conseguenza è stata la creazione di un'economia non fondata su questo, priva di capacità innovativa, in cui il ruolo della rendita finanziaria prevale sul capitale umano, in cui la società va da una parte e il governo dall'altra. Dati e valutazioni degli ultimi dieci anni, che arrivano da tutte le fonti (dall'ONU al FMI e anche all'Istat) e che confermano chiaramente questo quadro. Sulle politiche del lavoro l'Italia ha fatto il contrario di quello che doveva fare.

Quali scelte sarebbero state più opportune?

I dati diffusi dal Governo all'inizio del mandato di Fabrizio Barca (come Ministro della coesione territoriale) dicevano che ogni 100 disoccupati 60 dipendono dalla crisi economica e gli altri (40) dall'efficacia delle politiche. Una quota molto alta di disoccupati dipende dunque dall'inefficacia delle politiche che mettiamo in campo. Quali sono le politiche che hanno effetto sull'occupazione? Sono 5 aspetti: istruzione, formazione, servizi per il lavoro, incentivi alle assunzioni e all'incontro tra domanda e offerta di lavoro e incentivi all'innovazione e allo start up.

Cosa intende con 'sviluppo umano'?

Bisogna chiamare sviluppo umano tutto quello che permette alle persone di accrescersi e realizzarsi attraverso il lavoro. Quando è scoppiata la crisi, tutti i Paesi consapevoli di questo aspetto [NdR: non l'Italia] hanno aumentato la capacità di investimento sullo sviluppo umano del 30% e hanno dato un forte peso ai fondi europei destinati allo sviluppo umano. L'Italia invece ha diminuito i suoi investimenti del 20%, proprio nel campo dello sviluppo umano, dimostrando scarsissima capacità di utilizzare i fondi europei: spendiamo poco più della metà delle risorse disponibili. Questo ha portato, se vogliamo usare le statistiche, a un aumento della disoccupazione giovanile del 30%, a un aumento del tasso di povertà del 15%, a una complessiva disattivazione degli italiani.

Ci spiega meglio cosa non funziona in Italia a suo parere?

Siamo passati dal sedicesimo posto nelle classifiche dello sviluppo umano al venticinquesimo. [NdR: classifica 2014 dell'Human Development Index ONU] La Germania è passata, al contempo, dal ventiduesimo posto al quinto. Le politiche in Italia non funzionano, ma la cosa più drammatica è che non esiste un adeguato dibattito sul perché. A mio parere le politiche del lavoro non funzionano nei contenuti, ma neanche nelle modalità: sono attribuite alla Regioni e i sistemi regionali italiani se da un lato hanno disgregato il Paese, dall'altro hanno funzionato molto poco. Manca il dibattito su questo punto, vediamo se se ne parlerà in merito al Titolo V.

Per tornare al libro, fondamentalmente descrive come noi abbiamo deciso di "perdere la scommessa sull'attivazione degli italiani". Abbiamo programmi, progetti e sistemi sparsi e ciò denota una nostra incapacità antropologica di fare 'rete'. Infatti siamo passati da un centralismo nazionale a un centralismo regionale, ma non siamo capaci di lavorare insieme. Non esiste una cultura del far lavorare insieme interessi diversi e così i tavoli di lavoro sono quasi soltanto contrappositivi. Come accade in tutti i momenti di decadenza, non si vede qual è il risultato del lavorare insieme, allora ciascuno preferisce tenere stretto il proprio interesse specifico.

Il problema dunque è non riuscire a fare rete. E la sussidiarietà che fine ha fatto?

Al di là della sussidiarietà, guardiamo prima di tutto alle politiche del lavoro. Si tratta di un sistema che mette insieme tutto: se l'istruzione non funziona, l'orientamento non mi serve. Se l'orientamento non funziona, non mi servono le qualificazioni e così via. Il vero problema del sistema Italia è che non abbiamo un sistema nazionale perché ci mancano forti capacità di fare progetti integrati e azioni di sistema e le Regioni non lavorano insieme. Questo è anche uno dei motivi per cui la Commissione Europea ha mandato indietro il testo dell'accordo di partenariato con ben 351 osservazioni. Il problema del lavoro va ben oltre i contenuti del Decreto Renzi (Jobs Act).

La sensazione è che nel dibattito politico e pubblico si tenda anche a considerare il lavoro come una costante e ad affrontarne le problematiche senza tenere presente il suo legame con fattori sociali e culturali. Antropologicamente, il rapporto tra tempo di vita delle persone e tempo del lavoro varia a seconda delle culture. E' una delle dimensioni dello sviluppo umano?

E' così. Aggiungo e sottolineo che, senza una forte spinta all'autonomia e al capitale umano, si rischia di determinare condizioni di nuovo lavoro servile, che non è esattamente il tipo di lavoro che serve agli italiani.

Forme cooperative e mutualistiche, dove i lavoratori si sostengono a vicenda come nella prima rivoluzione industriale è possibile ancora oggi, nel pieno della società della conoscenza?

C'è una domanda di servizi alla persona che non può che essere risolta dal rapporto pubblico-privato. Ma è anche evidente che questo tipo di assistenza mutualistica si può determinare (e funziona) quando c'è un quadro di risorse e se il ruolo della cooperazione sociale è ben chiaro. Oggi in Italia c'è prima di tutto la necessità di capire rapidamente se e come ridimensionare, forse anche attraverso il patto di stabilità, i tagli ai servizi sociali.

Fortunatamente il modello cooperativo reagisce bene, e ha mostrato la minore perdita occupazionale perché si auto regolamenta (anche decidendo di non pagarsi lo stipendio per qualche tempo). Però in un mercato come il nostro, a domanda pubblica, serve una regolazione pubblica un po' più stabile. Oggi vincono i sistemi di cooperazione e i consorzi mutualistici, ma non occorre fare ricorso ai modelli di due secoli fa. C'è nel mondo dell'impresa sociale una forma a consorzio presente soprattutto nelle regioni del nord Italia, che funziona perché lavora in logica di filiera. La necessità è quella di garantire più cose, servizi, diverse professionalità. Una filiera di servizi alla persona molto articolata permette ad esempio di abbattere i costi, con operatori per le diverse problematiche presenti nella stessa struttura.

Quali sono i settori capaci di sviluppare occupazione oggi?

In Italia lo sviluppo di servizi alla persona e del paesaggio con relativa promozione può lavorare in modo da trattenere i turisti cercando di fargli spendere qualcosa nei territori. Sono due dei livelli di potenziale sviluppo occupazionale italiano, ma possono funzionare solo a fronte di un investimento strategico dello Stato e delle Regioni. Oggi come oggi, anche su questo obiettivo si procede in modo molto approssimativo. Siamo in una situazione contingente, abbiamo pensieri troppo corti e non ci aiuta. Il fatto di non avere investito sullo sviluppo umano significa che non abbiamo pensato ai nostri figli.

Un ultimo punto: le imprese licenziano, ma se licenziano non è solo per i costi del lavoro. Spesso sono fuori mercato.

Se l'impresa vende, assumerà lavoratori. Uno degli altri problemi 'umani' delle nostre imprese, anche di quelle di qualità, è il salto generazionale. Un problema molto italiano: i sistemi anglosassoni sono più attenti a permettere agli investimenti d'impresa di passare di proprietà o di management. Il nostro sistema produttivo invece si lega alla personalità del fondatore o alla famiglia e fatica a passare di proprietà o di generazione. Molto Made in Italy passa di mano: perché ricevono enormi offerte di denaro liquido (vedi Loro Piana), perché sono aziende calzate sulla figura carismatica del creativo-fondatore (vedi Giorgio Armani) o perché gli eredi che dovrebbero assumere la guida non sono capaci di occuparsi dell'azienda o preferiscono fare altro. Questo è un fenomeno molto italiano e molte di queste aziende andrebbero comunque mantenute, perché sono presidi di qualità. Bisogna invertire la tendenza e tornare agli anni Sessanta-Settanta quando c'erano le condizioni per permettere ai 'geni' di fare impresa. Dobbiamo ricreare quelle condizioni per evitare il tremendo combinato disposto tra il vecchio genio che muore e il nuovo genio che non nasce.

Come ricreare queste condizioni?

Anzitutto servono politiche nazionali e non locali, con una buona riforma del Titolo V. Non possiamo pensare che una singola Regione italiana si proponga ad esempio in Cina o che faccia la sua programmazione senza considerare l'aspetto nazionale nel suo complesso. Sopravvalutiamo anche l'impatto in termini economici dei nostri fenomeni culturali. Ci sembra ad esempio che i turisti siano tanti, ma se andiamo a vedere quanto spendono e cosa fanno scopriamo che per esempio a Roma il 60% dei turisti sono pellegrini o gite scolastiche. Questo non basta per risollevarci. Dobbiamo lavorare sulla qualità, non sulla quantità.

Le persone devono tornare ad essere libere grazie al lavoro: oggi siamo molto meno liberi di come eravamo trent'anni fa.