Recensione
Giovanni Cerro, L'Osservatore romano, 20/03/2014

Francesco e la società ribaltata

Il 16 marzo dello scorso anno, incontrando i giornalisti, il Papa spiegò le motivazioni che lo avevano spinto a scegliere il nome di Francesco. L’idea gli venne suggerita indirettamente dall’arcivescovo emerito di San Paolo e prefetto emerito della Congregazione del clero, il cardinale Cláudio Hummes, che per complimentarsi con lui dell’avvenuta elezione l’ha abbracciato e baciato, dicendogli: «Non dimenticarti dei poveri! ». Riflettendo su quelle parole, a Bergoglio venne in mente san Francesco d’Assisi, «l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato». Secondo Giovanni Miccoli, professore emerito di Storia della Chiesa all’università di Trieste, la scelta di questo nome, «certamente carismatico e popolare, che però in otto secoli nessun Papa si era azzardato di assumere», è una «scelta forte, densa di implicazioni», che manifesta «la volontà di un pieno recupero di domande e questioni che Francesco d’Assisi, con le sue scelte di vita, aveva indirettamente posto alla Chiesa». Così scrive lo studioso nell’introduzione a una sua raccolta di saggi sul santo di Assisi apparsa per la prima volta nel 1991 da Einaudi e ora ripubblicata quasi integralmente (Francesco. Il santo di Assisi all’origine dei movimenti francescani, Roma, Donzelli, 2013, pagine 295, euro 18,50). I sei saggi di Miccoli, che rappresentano una svolta nella storiografia francescana, si basano su alcuni presupposti metodologici ben precisi. Da una parte, l’autore sceglie di privilegiare lo studio delle fonti rispetto al confronto con la letteratura critica, che tuttavia non trascura, seguendo l’insegnamento dei suoi maestri pisani, Ottorino Bertolini, Delio Cantimori e Arsenio Frugoni. In particolare, secondo Miccoli, gli anscritti di Francesco dovrebbero essere il punto di partenza per qualsiasi analisi storica del francescanesimo delle origini e al tempo stesso dovrebbero costituire il metro di paragone gone sul quale misurare l’attendibilità delle biografie francescane successive. Dall’altra parte, Miccoli mette in guardia dai pericoli di un procedimento storiografico «frettolosamente combinatorio», che si limiti cioè a giustapporre o a intrecciare le diverse testimonianze, come se fossero sempre coerenti tra loro, senza tener conto della loro autonomia e del loro essere espressione di motivazioni e punti di vista differenti. Alla luce di queste considerazioni, si comprende come mai, per ricostruire l’esperienza di Francesco, Miccoli scelga di soffermarsi così a lungo sul Testamento dettato dal santo pochi giorni prima di morire. In effetti, il testo tratteggia con lucidità le caratteristiche della forma di vita francescana. In primo luogo, Francesco descrive la sua conversio- ne come un rovesciamento dei criteri di valore e di comportamento tipici della società del tempo: dopo l’incontro con i lebbrosi, la cui sola vista era considerata ripugnante, ciò che sembrava amaro si trasforma in «dolcezza di animo e di corpo». In secondo luogo, Francesco afferma che il Signore gli ha concesso una «grande fede» nelle chiese e nei sacerdoti «che vivono secondo la forma della santa Chiesa di Roma» e sostiene la necessità di «onorare e venerare tutti i teologi e coloro che ci comunicano le parole santissime di Dio, come chi ci dà lo spirito e la vita». Una tale dichiarazione di ortodossia e di obbedienza alla gerarchia ecÈ diventata un testo teatrale la vicenda del vescovo martire Nikolle Vinçenc Prennushi Thomas Becket in Albania clesiastica costituisce la grande differenza tra la fraternità francescana e i movimenti evangelici a essa contemporanei. In terzo luogo, l’arrivo dei fratelli è considerato da Francesco come un atto di grazia, un vero e proprio dono di Dio, avvenuto al di fuori di qualunque forma di proselitismo e di mediazione umana. Francesco ricorda poi che i frati che si univano a lui rinunciavano ai propri beni in favore dei poveri, si accontentavano di «una sola tonaca, rattoppata dentro e fuori, un cingolo e le brache», erano «ignoranti e sottomessi a tutti» e dovevano essere pronti, proprio come lui, al lavoro manuale non nella speranza di ricevere un compenso, ma «per dare l’esempio e per cacciare l’ozio». Nella proposta di Francesco, la scelta della povertà e quella dell’obbedienza sono strettamente collegate, così come i due concetti lo erano in una società che, ancora gerarchizzata e feudale, pretendeva dai poveri soprattutto la sottomissione. Non a caso, nota Miccoli, nel latino medievale per indicare la povertà si utilizzavano termini che, oltre a richiamare la miseria materiale, rinviavano alla sfera semantica della debolezza e della fragilità fisica, culturale e giuridica. Attraverso l’identificazione con i poveri, la scelta di vita di Francesco si configura dunque come una scelta di campo religiosa e al tempo stesso sociale: Francesco tenta di far rivivere il significato esemplare dell’incarnazione di Cristo non in una dimensione astratta, ma nella realtà concreta. Secondo Miccoli, è proprio tale identificazione con i poveri e con Cristo a rendere fuorviante una lettura dell’esperienza francescana in termini di riforma della Chiesa o di protesta sociale, aspirazioni assenti nel movimento originario. Francesco era sì consapevole dei problemi che affliggevano le istituzioni ecclesiastiche e secolari del suo tempo, ma proponeva la sua scelta evangelica anzitutto come «un segno e un riferimento», perché «ogni altro progetto avrebbe comportato farsi ricatturare in qualche modo da logiche diverse ed estranee a quella della croce». L’originalità della proposta di Francesco sta dunque nel suo essere immersa nella storia, senza tradursi nelle forme consuete dell’agire umano, ma affidandosi interamente alla grazia di Dio.