Recensione
Alessandro Leogrande, Lo Straniero, 01/04/2014

Renzi, Bobbio e l’uguaglianza

A volte gli incroci tra cultura politica e politica rivelano molto più del racconto del tran tran quotidiano del Palazzo. Strano a dirsi, è capitato anche con Matteo Renzi. Nelle stesse settimane in cui si compiva la sua frenetica e forsennata ascesa a Palazzo Chigi, alla guida di un governo in tutto e per tutto identico a quello guidato da Letta (forse con ancora minore qualità), la casa editrice Donzelli ha mandato in libreria una nuova edizione di Destra e sinistra di Norberto Bobbio con una postfazione del neopremier. Sono passati vent’anni esatti dalla prima uscita del saggio bobbiano. Era il 1994, uscì proprio nell’anno dell’arrivo a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi. Passato un ventennio (“il” ventennio berlusconiano, senza che con esso siano stati fatti i conti), la nuova edizione esce nel 2014, anno dell’ascesa renziana. Curiose coincidenze editoriali. Cosa diceva in sostanza Bobbio in Destra e sinistra? Diceva che in un mondo in cui le distinzioni tra destra e sinistra rischiano di cadere, allargando una indistinta palude comune, il discrimine tra conservatori e progressisti rimane quello dell’uguaglianza. Chi vuole porre rimedio alle feroci disuguaglianze, allo scandalo della disuguaglianza, in un contesto democratico, può continuare a dirsi di sinistra. È proprio questa idea cruciale che Renzi azzanna in poche pagine. E lo fa con lo stesso miscuglio di semplicismo e spavalderia cui ci ha abituati nelle sue performance davanti alle telecamere. Il Renzi che guida pur sempre un governo di larghe intese (e che sembra un riuscito prodotto del ventennio berlusconiano: avete notato che i suoi riferimenti temporali non superano mai le colonne d’Ercole degli anni novanta? e che quando si spinge oltre, approdando agli anni ottanta, è solo per ricordare qualche cartone animato?) dice che “la coppia eguaglianza/diseguaglianza” non riesce più “a riassorbire integralmente la distinzione destra/sinistra” e si chiede se “non sia più utile oggi declinare quella diade nei termini temporali di conservazione/innovazione”. Una sinistra vecchia (e quindi per lui inservibile) guarda all’uguaglianza. Una sinistra moderna (e per lui vincente) guarda all’innovazione. Per Renzi (o, molto più prosaicamente, per il ghost writer del testo donzelliano) l’innovazione è una vera stella polare, una sorta di divinità inscalfibile, non soggetta a critica alcuna. Ma di cosa si compone questa innovazione renziana? Dalle poche righe che seguono ricaviamo questo passaggio rivelatore: “Di fronte a questo potente mutamento di prospettiva sociale ed economica, culturale e politica, la sinistra deve mostrare di avere coraggio e non tradire se stessa. Deve accettare di vivere il costante movimento dei tempi presenti e accoglierlo come una benedizione e non come un intralcio. È questo straordinario, irrefrenabile movimento che sfonda la vecchia bidimensionalità della diade destra/sinistra e le dà temporalità e nuova forza.” L’esaltato narratore delle “magnifiche sorti e progressive” del nuovo secolo è un premier che ha ereditato la guida di un paese dilaniato dalle disuguaglianze e dalle fratture sociali. Un paese in cui il tasso di disoccupazione giovanile è alle stelle, in cui le povertà reali (specie al Sud) sono in aumento, in cui il sottosalario e i woorking poor sono una realtà, in cui la forbice tra ricchi sempre più ricchi e ceto medio impoverito (alle spalle del quale si ingrossano le maglie della disperazione e dell’esasperazione, di tanti suicidi silenziosi) si allarga sempre di più. L’Italia è uno dei paesi più diseguali d’Europa, in cui si registrano le maggiori disuguaglianze nella distribuzione dei redditi. È fin troppo banale notare come ci sia un chiaro legame, teorico e materiale, tra tale disparità e il rifiuto di utilizzare qualsiasi categoria di pensiero che abbia a che fare con l’uguaglianza, e che questo in buona sostanza è stato uno dei pilastri del ventennio berlusconiano. Nella frase di Renzi prima citata, tuttavia, c’è qualcosa di più: un’esaltazione primo-ottocentesca del “movimento irrefrenabile” che oggi è davvero difficile non definire reazionaria. Sembra quasi di leggere una volgarizzazione di Adam Smith: bisogna lasciare che il movimento vada da sé, non intralciarlo con inutili meccanismi re-distributivi né tanto meno con correzioni progressive, perché questo disporrà automaticamente giustizia per tutti. Per sostenere tutto ciò fuori da ironia, dopo le devastazioni della crisi mondiale determinata dal capitale finanziario che ha avuto inizio nel 2007-2008, ci vuol davvero coraggio. E in fondo il noto “coraggio renziano” è fatto anche di tale pasta. Proprio perché volta le spalle all’uguaglianza (in perfetta controtendenza con quanto affermato da Schulz e dai socialisti europei) l’innovazione che Renzi propone all’Italia è del tutto fasulla. La storia del movimento operaio, e più in generale della sinistra, sta tutta nel rapporto dialettico con quel “movimento irrefrenabile”, non per arrestarlo, ma per rivoluzionarlo o quanto meno riformarlo. Il punto è: né rifiutarlo in toto (cosa che sarebbe tra l’altro impossibile), né accettarlo così com’è, ma studiarlo, decomporlo, analizzarlo nelle sue parti e nelle sue classi, nelle sue forze di morte e in quelle di liberazione... Per Renzi invece il movimento è tutto. Ed è proprio quando afferma ciò che appare più vecchio che mai. Ed appare ancora più vecchio quando afferma – non si capisce in base a quale salto logico – che è solo in ragione dell’accettazione di tale movimento (contro l’orrore della “stagnazione”) che è possibile rappresentare gli interessi degli ultimi e degli esclusi. Il curioso destino di Bobbio è quello di essere tirato in ballo (da vivo e da morto) nei testi che segnano l’ascesa politica di alcuni leader in Italia. È capitato ora con Renzi. Capitò anche con Craxi nel 1978, in quello che è passato alla storia come il Saggio su Proudhon, e che segnò l’avvio dell’autonomia socialista. Concludendo quelle poche pagine per “l’Espresso” (nel tempo poi attribuite al ghost writer Luciano Pellicani), Craxi scriveva in polemica con i dettami del marxismo-leninismo: “Il socialismo, come ha ricordato Norberto Bobbio, è la democrazia pienamente sviluppata, dunque è il superamento storico del pluralismo liberale e non già il suo annientamento. È la via per accrescere e non per ridurre i livelli di libertà e di benessere e di uguaglianza.” Come sia finita la parabola craxiana è noto a tutti. Ma se dovessimo rimanere al solo aspetto testuale (proprio ora che in molti hanno evocato una somiglianza tra il decisionismo renziano e il decisionismo craxiano, tra l’ascesa renziana e quella craxiana), beh, il confronto è davvero impietoso.