Recensione
Massimo L. Salvadori, La Repubblica, 18/03/2014

Destra e sinistra, perché Bobbio non è superato

Per secoli e secoli la disuguaglianza nelle forme più estreme è stata considerata figlia della natura e di Dio. La situazione conobbe un cambiamento qualitativo con l’irruzione delle masse sulla scena delle lotte politiche e sociali e la rivoluzione industriale che rese possibile una produzione di beni materiali prima impensabile. Entrò in campo la speranza in un progresso avente i suoi presupposti nel diritto di ogni uomo alla partecipazione politica e degli appartenenti agli strati sociali inferiori a godere finalmente delle risorse necessarie a renderli “persone” e non mero materiale umano ad uso dei padroni. La speranza divenne potente quando si formarono i partiti dei lavoratori e i sindacati. . E così iniziò la concezione moderna della “destra”, che il moto per una maggiore eguaglianza contrastava, e della “sinistra”, che trovò la sua principale espressione nel socialismo e nel comunismo. Il primo si è gradualmente aperto al pluralismo politico e istituzionale e al riformismo culminato nello “Stato del benessere” raggiungendo storici successi fino all’offensiva neoliberista degli ultimi decenni; il secondo è andato incontro al fallimento , gettando discredito sull’intera sinistra. La parola d’ordine dei “vincitori della storia” suonò libertà: secondo la logica del ciascun per sé e Dio per tutti. Quando nel 1994 Bobbio pubblicò Destra e Sinistra, la rivoluzione neoliberista aveva appieno svelato il suo carattere di controrivoluzione diretta a smantellare i diritti sociali e il Welfare. La forbice delle disuguaglianze da allora si è sempre più allargata. Ed egli ad una sinistra che, mentre continuava a fare un uso verbale di se stessa, si piegava nei fatti ai vincitori, disse che la sua distinzione con la destra restava più che mai attuale di fronte alle nuove povertà; e che suo compito era reagire rialzando la bandiera dell’eguaglianza, il fondamento della sua ragion d’essere. Ho trovato i commenti di Daniel Cohn-Bendit e Matteo Renzi alla nuova edizione del saggio di Bobbio in parte poco pertinenti e in parte devianti. Entrambi esprimono omaggio all’illustre autore, ma convergono, ciascuno modo suo , nel considerarne l’analisi invecchiata in quanto legata a un quadro superato , da rinnovare in relazione ai cambiamenti della società. Cohn-Bendit dice che sì, certo, “possiamo attribuire alla sinistra la promozione dell’idea dell’’eguaglianza”, ma che “ciò non vuol dire però che essa le appartenga indefinitamente” (??); che la diade destra-sinistra è pertinente, ma che per definire l’identità dei due termini sarebbe meglio “cercarla nei metodi” (??); che non bastava voler come Bobbio “ridare semplicemente credito alla sinistra”, ma bisogna “difendere la frontiera della democrazia”(??); che il “postulato teorico” di Bobbio “trascura in particolare l’idea di una evoluzione delle nostre “sensibilità democratiche”. Quindi Cohn-Bendit si lancia in una tirata generalizzante secondo cui i “partiti tradizionali” di destra e sinistra si confondono nell’unica notte in cui tutte le vacche sono nere. Essi “sono incapaci di riformarsi per rendersi permeabili alle società”, pari sono nel “compiacersi della demonizzazione degli estremisti e dei populisti”, e nel cadere essi stessi nella demagogia, nella loro impotenza di fronte alla globalizzazione, nel dare sostegno ai regimi autoritari , nella loro ideologia produttivistica, nella sordità verso l’ecologia politica, nel sostenere il centralismo dell’Unione Europea. Il critico fa affermazioni alcune delle quali, anche quando vorrebbero, fuoriescono senza costrutto dalla sua problematica. Si aggiunga che l’impianto teorico di Bobbio fornisce criteri per valutare anche, quando e dove vi siano, le “ignobili” commistioni in via di fatto tra destra e sinistra che suscitano la protesta di Cohn-Bendit. Renzi la parola “sinistra” la tiene buona. Ma pensa che la coppia bobbiana “eguaglianza/diseguaglianza” sia troppo rigida per “riassorbire integralmente la distinzione destra/sinistra”. La vede troppo figlia di “blocchi sociali” che “non esistono più”. Oggi bisogna misurarsi con l’insorgere dei populismi, dei movimenti xenofobi, con una società “sempre più individualizzata”, con le nuove tecnologie, con un processo ambiguo che insieme crea e distrugge comunità e identità. Certo: l’eguaglianza – non l’egualitarismo – resta una frontiera per i democratici in un mondo “dilaniato” da disparità di diritti, reddito, cittadinanza”. Renzi vedrebbe meglio declinata la diade sinistra-destra nella chiave di “innovazione/conservazione”., “aperto/chiuso”, “avanti/indietro”. Ma dovrebbe tenere presente che, se oggi non esistono più i vecchi blocchi sociali, se ne danno di nuovi, i quali anche più di ieri oppongono i sempre più ricchi ai sempre più poveri che a differenza dei lavoratori organizzati di un tempo sono disarticolati, frammentati e perciò ancora più bisognosi di essere protetti. Innovazione/conservazione sono slogan che hanno senso, ma a condizione di svelare i loro contenuti in termini , appunto, di destra o sinistra: tertium non datur. A fare appello all’innovazione contro la conservazione, all’aperto/chiuso sono stati negli ultimi decenni proprio i cantori del neoliberismo. E quindi attenzione alle parole senza aggettivi.