Recensione
Vittorio Emiliani, Leggere tutti, 01/03/2014

La passione che vinse sul piombo

Quest’ultimo mio libro Cronache di piombo e di passione uscito da poco da Donzellil’ho scritto per me, per quella che fu la “mia” redazione e per i più giovani. Per me e per quella che fu la “mia” redazione: non poteva rimanere senza testimonianza diretta (parziale, passionale, reducistica, quello che vi pare) l’esperienza - quasi quindici anni - di un quotidiano laico di sinistra sulle rive del Tevere, fortemente voluto così da una redazione composita e però compatta nel difendere una sua forte autonomia: dalla stessa proprietà (Montedison) peraltro non invadentissima e dai partiti, soprattutto da Dc e Psi, la cui pressione andò aumentando fino ad ottenere il mio licenziamento dopo sette anni di direzione. Per i più giovani: non ne posso più di leggere e soprattutto di vedere in tv ricostruzioni di quel periodo piene di omissioni, di verità manipolate, di ricostruzioni senza cultura. Per cui quegli anni là (1974-87) vengono etichettati ormai come “anni di piombo” e buonanotte. No, buonanotte un piffero. Quelli furono anni di passione civile intensa, furono anni di reazione ai terrorismi (rossi e neri), forte e al tempo stesso vigilante sulle garanzie costituzionali, furono anni in cui, anche senza internet né telefonini, le piazze si riempivano in poche ore per protestare contro stragi e sequestri terribili, a partire da quello di Moro. E non solo a Milano, in piazza Duomo, dove le tute blu arrivavano in massa da Sesto e dintorni in metropolitana. Anche a Roma, a San Giovanni o ai SS Apostoli, con Lama, Carniti e Benvenuto. Avrei potuto scrivere una sorta di storia, sia pure animata, del “Messaggero” che, nel 1974, quando gran parte della proprietà Perrone lo aveva già venduto a Rusconi editore di fiducia della Dc, redazionalmente si oppose e imboccò la difficile, ardua strada di un quotidiano laico-democratico- antifascista, capace di respingere, anche fisicamente, il ritorno in forze del moderatismo dc in via del Tritone, divenendo la bandiera del NO al referendum abrogativo del divorzio. C’era già abbastanza materia. Ma sin dall’inizio mi sono accorto che il contesto in cui quella pur clamorosa vicenda si sviluppava, romano, nazionale, internazionale, era talmente denso e condizionante che dovevo provare a fondere “dentro” di esso la nostra storia. Non so se questo sforzo mi sia riuscito. Recensioni e pareri diretti mi direbbero di sì. Ha scritto sul domenicale del “Sole 24 Ore” Stefano Folli, uno dei commentatori politici che più apprezzo, “Non è detto, naturalmente, che la ricostruzione di Emiliani sia l’unica possibile. E non si può dire che egli sia reticente nell’indicare con nomi e cognomi gli amici e i nemici. Ma forse il merito del libro sta proprio nella passionalità con cui il suo autore ricostruisce un’epoca attraverso la storia di un giornale (…) senza mai dimenticare i “suoi” redattori, i compagni di viaggio in quella lontana avventura”. Era il mio intento: scrivere non una biografia personale, ma una sorta di biografia collettiva in cui potesse riconoscersi un folto gruppo di giornalisti, allora giovani o appe- na adulti, con molte donne finalmente in prima fila (nel 1974, al “Messaggero”, ce n’era appena una, io ne assunsi, fra Roma e le regioni, almeno 35). Un altro mio intento era quello di raccontare la Roma in cui le sinistre, assieme al colossale risanamento delle borgate e delle lottizzazioni abusive, promossero una forte ripresa culturale anche attraverso l’invenzione nicoliniana dell’Effimero. Svettano in quel panorama alcune figure indimenticabili. Una l’ho appena citata: Renato Nicolini col quale peraltro discutemmo, anche animatamente. L’altro è Gigi Petroselli il sindaco più amato del ‘900 insieme a Ernesto Nathan portato in Campidoglio proprio dal “Messaggero” laico del 1907 al quale noi potemmo rifarci.