Recensione
Beppe Giardino, Architetti - Rivista trimestrale, 01/03/2014

L'aspirazione a vivere in una casa più moderna

Con il boom economico degli anni Cinquanta, la domanda di abitazioni assume connotazioni diverse. Se la pressante richiesta di case, strettamente legata a un dinamico inurbamento delle grandi città, ha spesso prodotto come esito una cattiva produzione edilizia pur di dare rapidamente risposte alle necessità urgenti, è altrettanto vero che il benessere ha formato quel ceto medio, diretto protagonista e fruitore di quella modernità nascente: la piccola borghesia, desiderosa di possedere e interessata al proprio miglioramento sociale. Grazie alla prosperità economica, il sogno di acquistare un alloggio diventa realtà, magari anche attraverso notevoli sacrifi ci economici iniziali, perché godere di un appartamento, signifi ca, come afferma Filippo De Pieri nella presentazione, incarnare l’aspirazione di molti cittadini a vivere in una casa più moderna e confortevole che nel recente passato, conquistando così un livello di benessere che si sperava destinato a durare a lungo e a trasmettersi nel tempo tra più generazioni. Ciò ha determinato politiche orientate a perseguire interessi privati tralasciando, in parte, l’azione pubblica del governo del territorio importante per una corretta pianifi cazione e generando così uno sviluppo urbano spesso caotico e improvvisato e oggi, la città ci appare con tutte quelle contraddizioni, conseguenza naturale di scelte fatte nel recente passato. È dimostrato che dal secondo dopoguerra agli anni Settanta il patrimonio edilizio compiuto rappresenta oltre il 55% di tutto il costruito attualmente esistente dato fondamentale, imprescindibile per comprendere meglio una possibile soluzione ai problemi e ai cambiamenti sociali attuali delle città. Storie di case non esamina esclusivamente il costruito ma descrive attraverso la ricerca di relazioni esistenti tra l’architettura e i loro abitanti, quello stretto legame che si viene a formare nel corso del tempo. Contrariamente alla tendenza descrittiva della storia dell’architettura, principalmente consolidata a far coincidere con la realizzazione del manufatto la fi ne del percorso conoscitivo, le storie raccontate nel volume concorrono alla necessità di confermare che la storia di una casa non si ferma alla fi ne del cantiere anzi, per molti aspetti, è da considerarsi come origine di una più complessa narrazione. Le case oggetto di studio non fanno parte di quelle architetture già note, ma ne rappresentano la maggioranza. “Sono edifi ci – scrive De Pieri - che si potrebbero defi nire anonimi, non nel senso che i nomi del promotore, dell’impresa, del progettista o dei clienti siano sconosciuti, ma nel senso che non sono stati fi nora oggetto di storicizzazione né sono particolarmente noti anche a un pubblico specializzato. La scelta è stata dettata non dalla loro qualità architettonica ma piuttosto alla capacità degli edifi ci di essere rappresentativi di alcune pratiche diffuse e consente di concentrarsi maggiormente sui molteplici fattori che contribuiscono alla costruzione della città ordinaria”. Il racconto dei ventitré edifi ci studiati, soventi carichi di quella tipica illusione dell’unicità tanto cara in quegli anni, selezionati a Milano, Roma e Torino, si basa sulla contaminazione metodica di fonti archivistiche legate alla nascita del manufatto e storie domestiche dei loro possessori, proponendo un punto di vista del tutto inedito sulla storicizzazione urbanistica delle grandi città italiane.