Recensione
Sergio Caroli, La Sicilia, 27/02/2014

La storia del 900 nel chiuso del manicomio

Nel saggio “Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo (1880-1931) ” edito da Donzelli. Annacarla Valeriano, assegnista di ricerca di Storia contemporanea all’Università di Teramo, analizzando fonti di archivio finora inedite - cartelle cliniche, lettere di ricoverati (da una di queste viene il titolo del libro), carteggi della direzione medica con soggetti istituzionali - ha ricostruito la storia del famoso manicomio, storia che intreccia più ambiti, come la storia sociale, la Grande Guerra, l’emigrazione, la psichiatria. Da quel punto di osservazione, la ricerca si estende all’insieme dell’Italia rurale come area di marginalità senza luce di speranza. Alla demonizzazione e umiliazione delle donne sono dedicate alcune fra le pagine più intense del libro Dottoressa Valeriano, in che modo la follia veniva trattata agli inizi del ‘900? La gestione della follia seguiva un doppio binario: vi era l’esigenza di controllare quelle categorie – poveri, asociali, degenerati – che affollavano i margini della società e che potevano scompaginarne l’ordine; ma vi era anche l’esigenza di offrire a questa “umanità in penombra” un tipo di assistenza che la riabilitasse alla società dei “sani”. La follia era percepita come una combinazione di elementi eccessivi legati fra loro e spesso la custodia, intesa come annullamento fra le mura del manicomio di quei fattori che perturbavano la coscienza dell’ammalato, finì per coincidere con la cura. E’ possibile tratteggiare una tipologia, dal punto di vista umano e professionale, del medico che opera nel manicomio di Sant’Anna, posto che molti di loro vi giungevano dalle parti più diverse della Penisola? I medici del Sant’Antonio Abate cercarono di conciliare diversi aspetti: sapevano che il manicomio era anche un luogo di assistenza e di deposito per malati incurabili, ma non trascurarono l’aspetto riabilitativo, adottando ad esempio l’ergoterapia. Nel 1924 Marco Levi Bianchini arrivò a dirigere il Sant’Antonio Abate dopo anni passati in trincea come medico-psichiatra: aveva conosciuto da vicino gli spaesamenti prodotti dalla guerra sui soldati, cercò di riportare in manicomio parte della sua esperienza vissuta. Quali sono i motivi che maggiormente ricorrono nelle lettere dei malati? Le lettere dei ricoverati sono cariche di dolore; c’è in esse l’accettazione di un destino ineluttabile, c’è un’umanità che ha perduto la grazia. Nelle lettere domina la sventura weiliana, intesa come sofferenza interiore ma anche e soprattutto come disprezzo sociale. La sventura dei ricoverati si porta dietro questo duplice contrassegno di sofferenza e di degradazione sociale. I ricoverati esprimono lo stigma di un male irrimediabile; in alcuni scritti c’è la rabbia, derivante dall’incapacità di spiegare a se stessi la situazione. SERGIO CAROLI