Recensione
Sergio Caroli, Il Giornale di Brescia, 04/03/2014

La lucida scrittura del genio

Tutti sanno che i dipinti e i disegni diVanGogh appartengono ai più preziosi documenti dell’arte d’ogni tempo, ma sono pochi a sapere che anche le sue lettere sono ascritte al novero dei massimi capolavori della letteratura mondiale. I principali quotidiani d’Europa e Stati Uniti hanno giudicato l’evento librario più importante della prima decade delsecolola pubblicazione,avvenuta ad Amsterdam nel 2009, dei 6 volumi delle «Letters» del grande artista, che - curate da Leo Jansen, Hans Luijtien e Nienke Bakker, esperti presso il Van Gogh Museum e l’Huygens Institute - rappresentano la vetta di una ricerca durata 15 anni. Monumentale resta pure l’«Editio minor» che, curata daimedesimistudiosi, appareoraintraduzione italiana col titolo «Scrivere la vita.265letteree110schizzi originali (dal 1872 al 1890)». Va ad onore dell’editriceDonzelli l’aver realizzato questa impresa editoriale (1069 pagine, 55u). Vi dominano- espresse con le parole più immediate, eloquenti, spesso toccanti, e in intima meditazione sulla vita e sull’arte - le lettere all’amato fratello Theo.Le accompagnano alcuni dei dipinti più celebri di Van Gogh, mentre ogni singolo disegno e schizzo ch’egli incluse nelle lettere è riprodotto con cristallina chiarezza: quelle immagini forniscono un museo immaginario della sua mente. Le centinaia di lettere a Theo e agli amici artisti - come Paul Gauguin, George Seurat, Paul Signac, Emile Bernard - dipanano il racconto di una vita e gettano luce non solo sul complesso e affascinante carattere di Van Gogh,ma ne illuminano l’intero processo creativo. Ci restituiscono l’interiorità dell’uomo,demolendo molti dei miti che ne hanno imprigionato la vita e l’arte. Ne esce modificata l’immagine dell’artista a lungo coltivata dal pubblico e si resta stupiti di fronte all’ardore e alla profondità con cui Van Gogh si immerge nella vita culturale che si è a lungo pensato conoscesse solo di lontano. Stupefacenti poi la vastità dei suoi interessi e la poliedricità dei suoi gusti in pittura e letteratura. Cita Jean Fançois Millet 200 volte, e se è Zola lo scrittore più ricordato, rinvia a Dante, Petrarca, Boccaccio, Rabelais, Voltaire,Daudet,Dickens,Gautier, Carlyle, George Sand, Whitman, Tolstoj,Poe e altri. «Nell’opera di Corot - scrive - talvolta si percepiscono Omero, Eschilo, Sofocle così come il Vangelo». E poi Beethoven, Berlioz e la musica di Wagner che «per quanto sia eseguita da un grande direttore d’orchestra non per questo è meno intima».Spunta talora la politica: Bismarck è «pratico e molto intelligente». Ma soprattutto erompono dalle lettere i dilemmi della sua anima tormentata, destinata ad ottenebrarsi nella follia, i suoi spesso travagliati rapporti con gli amici, per esempio Gauguin («Con lui - scrive nel 1888- le discussioni sono "eccessivamente elettriche". Talvolta ne usciamo con la mente esausta come una batteria elettrica scarica»), i suoi entusiasmi al limite del fanatismo, le sue angosce, ma, sopra ogni altra cosa, la sua traboccante passione per la propria arte. Possiamo osservare questo genio appassionato e insicuro, brillante e sofferente, irriducibilmente ostinato di fronte all’avversa fortuna, che cerca la sua via prendendo coscienza del proprio destino. Cinque anni prima della morte scrive: «Avere determinate convinzioni sull’arte mi permette di capire cosa voglio ottenere dal mio lavoro, anchese,per ottenerlo, dovessisoccombereio stesso ». Impiega solo gli ultimi dieci anni della sua breve vita per disegnare e dipingere l’immensa mole di opere che l’avrebbero reso universalmente famoso. «Ma inizialmente - scrivono i curatori dell’opera - il suo talento non venne riconosciuto. Solo dopo la morte che egli inflisse a se stesso nel 1890, le sue opere ricevettero l’attenzione che meritavano e fu attestata la sua fama di innovatore. Inquesto le sue lettere giocarono un ruolo». Ossessionato dal mito dalla creatività individuale, il ’900 ha idolatrato Van Gogh come il pioniere solitario, ma passare per un genio solitario era l’ultima cosa a cui potesse pensare. Scrive a Emile Bernard nel 1888: «Così morì quasi sorridendo - Eugéne Delacroix, pittore di gran razza - che aveva un sole nella testa e nel cuore una tempesta - che passò dai guerrieri ai santi - dai santi agli innamorati - dagli amanti alle tigri e dalle tigri ai fiori. Anche Daumier è un grande genio.E poi Millet.Può darsi che questi grandi geni siano solo degli svitati e che per provare fede e ammirazione nei loro confronti si debba essere parimenti svitati, sarà, ma io preferisco la mia follia alla saggezza degli altri». Quando nell’estate del 1883 inizia a lavorare con i colori ritraendo il paesaggio nei dintorni del suo studio in una serie ad acquerelli, descrive al fratello come fissa i disegni facendovi colare sopra il latte (procedimento che aveva appreso da un manuale). E più tardi: «Mantenere la luce e al tempo stesso il bagliore, l’intensità di quel colore ricco, perché non è immaginabile un tappeto meraviglioso come quel profondo marrone bruciato nel bagliore del sole autunnale al tramonto, anche se filtrato nel bosco». Il suo affetto per il pittore belga Eugéne Boch lo porta a concepire una sorta di simbolismo. Il 3 settembre 1888 scrive al fratello: «Esprimere il pensiero di una fronte con la luce di un tono chiaro su un fondo scuro. Esprimere la speranza con una stella. L’ardore di un essere vivente con i raggi del sole del tramonto. Dicertononsi tratta di trompe- l’oeil, non è forse qualcosa che esiste realmente?»