Recensione
Redazione, Il Centro, 21/02/2014

"Ammalò di testa". Qando il diagio mentale è storia

E’ un grande racconto del dolore, questo libro di Annacarla Valeriano, e al tempo stesso una storia aspra della società italiana fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo. E’ un racconto della ferocia , anche. Ferocia della società contadina , in primo luogo, che qui ci appare ben lontana da quel luogo dell’accoglienza e dell’integrazione con cui è stata talora identificata: elemento certo presente , ma solo un aspetto della realtà. Ferocia, anche di una parte della “scienza medica” del tempo e non solo di essa: l’influenza di Cesare Lombroso e della sua scuola, nel suo operare e nelle sue conseguenze, è illuminata qui di luce cruda. Ci si dimentica presto del punto specifico d’osservazione, il manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo (peraltro di sicura importanza nel panorama centro-meridionale). Lo sguardo si allarga immediatamente all’insieme dell’Italia rurale, alla sua realtà quotidiana: al suo essere anche luogo di marginalità diffusa e talora disperata, potenziale fucina di quelle”classi pericolose” che agitavano i sonni della borghesia del tempo”. Così Guido Crainz, storico italiano, docente di storia contemporanea alla Facoltà di Scienza della comunicazione dell’Università di Teramo introduce alla lettura di “Ammalò di testa”, saggio edito da Donzelli, in libreria dal 12 febbraio scorso e scritto da Annacarla Valeriano. Un saggio che è uno studio affascinante e documentato delle vicende del manicomio di Teramo dalla fine dell’800 al 1931, attraverso la storia dei suoi ospiti, gli internati, punto di partenza di un racconto che investe l’intera storia nazionale: i traumi della guerra, i cambiamenti forti e improvvisi, emigrazione in testa, che hanno percorso la società e che si traduxono spesso in alienazione mentale che il manicomio ha finito di amplificare. Pubblichiamo qui uno stralcio del capitolo “L’epistolario della passione”, le lettere cioè degli internati ai loro parenti o amici, parroci e sindaci, ritrovate dall’autrice perché mai spedite, spesso censurate e dimenticate.

“Carissimo signor direttore io vi prego di vero cuore perché è un anno che mi trovo qui e non posso sapere notizie della mia cara famiglia. Io non posso sapere niente perché mi trovo qui in questo maledetto spidale e sto come la merla che sta nella chabbia…..”