Recensione
di Ugo Dotti, la Rivista dei Libri, 01/06/2001

Pensieri leopardiani

Sotto la voce "Pregiudizi" di un suo celeberrimo Dizionario filosofico, un bello spirito del Settecento francese ebbe a scrivere: «Se la vostra balia vi ha detto che Cerere presiede alle messi, o che Odino vi aspetta nella sua sala verso lo Jutland, o che Maometto o qualcun altro ha fatto un viaggio nel cielo; se poi, per farla breve, il vostro precettore viene a inculcare profondamente nel vostro cervello ciò che vi ha impresso la vostra balia, ne avrete per tutta la vita». E aggiungeva: «Se il vostro giudizio vuole insorgere contro siffatti pregiudizi, ecco i vostri vicini e, soprattutto le vostre vicine, gridare all'empio e spaventarvi; ecco il vostro derviscio, nel timore di vedere calare le proprie rendite, denunciarvi presso il cadì il quale, se solo può, vi farà impalare perché egli intende governare degli sciocchi nella persuasione che gli sciocchi obbediscono meglio degli altri. E la cosa andrà avanti sino a che i vostri vicini, il derviscio e il cadì cominceranno a comprendere che la stupidità non serve a nulla e che la persecuzione è abominevole». Dovremmo stupirci che un Leopardi, licenziate me non ancora stampate le «Operette morali», vagheggiasse intorno al 1826 (con l'editore Stella) di tornare di nuovo alla carica, nel pieno della Restaurazione, contro i pregiudizi della sua società e che meditasse di trasformare la fitta e intricatissima selva del suo zibaldone di pensieri (già pressoché compiuto) in un vero e proprio nuovo "dizionario filosofico" articolato per voci, così aggredendo e contestando il contingente trionfo del pensiero romantico-cattolico opponendogli l'acuminata lezione di un Helvétius o di un d'Holbach? Non se ne fece più nulla, naturalmente - e fu anzi allora il trionfo dei primi Promessi sposi; ma pure, da allora, il nostro Giacomo - questo Luciano fuori dal tempo e sempre in contrasto con l’età sua - tornò a richinarsi sulle tante e tante pagine del suo "scartafaccio" di considerazioni sul mondo e di memorie personali, con l'intento appunto di cavarne,se appena fosse stato possibile, un che di meglio ordinato e organizzato: i diversi "indici" e le diverse "polizzine" stesi e stese di sua mano ne sono, credo, la testimonianza non equivocabile. Ne scaturirono soltanto - questione non di "materia" ma di stile, come lo stesso leopardi non tardò a rendersi conto - i suoi Centoundici pensieri, ma è pur vero che si danno talora dei casi nei quali le intenzioni e i progetti valgono, o possono valere, quanto l'opera realizzata. Cos'è dunque questo Zibaldone leopardiano che, cominciato quando il suo autore non aveva ancora vent'anni (più o meno nel luglio 1817), si prolunga per oltre quattromila e cinquecento pagine; sino cioè a quella estrema annotazione del 4 dicembre 1832 che, come spalancando gli occhi sul mondo, sembra stupire del fatto che esso sia effettivamente quale ci è sempre stato descritto - miseria, corruzione, affarismo; quale cioè l'uomo ha sempre ritenuto che fosse, senza tuttavia mai dimettere la speranza che così non fosse? «L'uomo resta attonito», questa letteralmente le ultime parole del libro, «di vedere verificata nel caso proprio la regola generale». E chi di noi, rileggendole, non ripensa alla maschera funebre del poeta che, come diceva benissimo Walter Benjamin, proprio in questo momento sembra spalancare gli occhi sulle miserie di questa nostra società? Sconcerto, amarezza, disillusione; ma sopra ogni cosa il coraggio della verità. Ecco in due parole il filo conduttore di un pensiero che, se pure non troppo originale in sé e per sé, tale lo diviene in quanto non sembra che abbia molti riscontri, almeno in maniera altrettanto incisiva, icastica, e quasi ossessiva, nel panorama culturale italiano del tempo. Non troppo originale abbiam detto, ma attenzione. Anche il pensiero europeo dell'illuminismo, se si fa forse eccezione per David Hume, non regge il confronto (per così dire) con quello dei grandi pensatori del secolo precedente, dai Cartesio agli Hobbes, dai Locke agli Spinoza; eppure furono proprio gli illuministi a rompere definitivamente con le strutture medievali della società, ad abbattere le dogmatiche credenze secondo le quali l'uomo sarebbe stato collocato dal creatore al centro dell'universo, e a ridargli invece una nuova e ben diversa dignità con l'imporgli il dovere di liberare i propri contemporanei dalle vecchie assurde superstizioni. Era in certo modo la cultura che tornava a scendere in terra, che intendeva pervadere la società umana con le idee dei suoi "dizionari" e delle sue "enciclopedie", che non si limitava insomma a predicare ma tendeva anche a combattere (prima con la parola, da ultimo col sangue) contro le stoltezze e le oppressioni dei vicini, dei dervisci e dei cadì; e fu pure contro costoro - se si sa davvero leggere l'opera sua, lo Zibaldone come i Canti - che combatté Giacomo Leopardi. Ma quale fu la storia editoriale di questo sterminato Zibaldone e, quel che più conta, la storia delle sue interpretazioni? Rimasto inedito fino al 1898, fino cioè al primo centenario dalla nascita del poeta, esso ebbe allora - potenza degli anniversari - tutta una serie di stampe che, per quanto quasi sempre migliorative del testo, furono pure accompagnate (com'è di regola in questi casi) dai battibecchi e persino dalle zuffe dei filologi e degli stessi editori: sembra davvero che l'uomo non sia mai tanto incontentabile e litigioso come quando si tratta di dar vita a delle edizioni critiche. Le grandi tappe della divulgazione dell'opera leopardiana possono comunque, nel secolo or ora estintosi, riassumersi così: 1937 (primo anniversario della morte del poeta), edizione in due volumi di Francesco Flora; 1969, edizione Binni-Ghidetti; 1991, in tre volumi, edizione Pancella, sicuramente la migliore; a partire dal 1993 edizione fotografica in ben dieci volumi per la cura di Emilio Peruzzi; ed ecco che l'alba di questo nuovo secolo potrà vedere (con tutta probabilità) la conclusione di un'edizione dello Zibaldone in forma tutta diversa rispetto alle precedenti e all'originale stesso; vale a dire la sua scomposizione e il suo riordinamento in sei grandi gruppi tematici in certa guisa indicati da Leopardi stesso nel labirinto dei suoi "indici" e dunque, per così esprimerci, avallata dallo stesso recanatese. Per la cura della leopardista Fabiana Cacciapuoti è stata la casa editrice Donzelli (dal 1997) ad assumersene la responsabilità, progettando e realizzando questi sei volumi - I:Trattato delle passioni; II: Manuale di filosofia pratica; III: Della natura degli uomini e delle cose; IV: Teorica delle arti, lettere. Parte speculativa; V: Teorica delle arti, lettere. Parte pratica; VI (e ultimo): Memorie della mia vita. Quando uscì il primo di essi (nel 1997 come già si è detto, e dunque a ridosso del secondo centenario dalla nascita di Giacomo) era appena comparsa un'altra edizione dello Zibaldone, questa volta a cura di Rolando Damiani per i "Meridiani" di Mondatori; e anche questa volta fu di nuovo rissa, più in realtà per ragioni di mercato che di filologia; e anche questa volta, per qualche tempo, i giornali ci andarono a nozze: strano destino, invero, quello di certi libri che nessuno, o ben pochi ardiscono di guardare, ma di cui tutti parlano per il chiasso che se ne fa sulle gazzette! Come che sia, l'operazione della Cacciapuoti, indubitabilmente si prestava e si presta a perplessità di un certo rilievo; la riesumazione, cioè, di quei dubbiosi quesiti che erano già affiorati una settantina d'anni fa, quando qualcuno aveva proposto per lo Zibaldone lo stesso criterio editoriale che avrebbe poi seguito Togliatti nel dare primamente alla luce i Quaderni gramsciani: ossia l'adunare sotto alcune rubriche generali passi d'opera scritti e concepiti in tempi diversi. Legittimo quindi o non legittimo questo raccogliere in uno il disperso, ricostruire l'intero dai lacerti e rischiare peraltro, per la smania di offrire un tutt'organico e coerente, di porgere invece un non "compiuto" ma un "ripetitivo"? Certo la questione si pone, ma a essa non sarò io qui, non essendo un filologo, a dar soluzione; potrei solo, empiricamente, suggerire di distinguere caso da caso, e in questo di Leopardi, per le ragioni già accennate e altre che sarebbe tedioso analizzare (lo ha fatto comunque Carlo Ossola), approvare il criterio della Cacciapuoti. Ciò che tuttavia mi sembra più rilevante è il fatto che sotto la decisione di pubblicare uno "zibaldone reale" (ossia quale è) e pubblicarne uno "virtuale" (ossia quale avrebbe potuto essere), ciò che si nasconde è una 'interpretazione' dello stesso testo; meglio detto: un porsi diversamente nei confronti del pensiero leopardiano. Pensiamo a Francesco Flora. Fu proprio il grande critico campano, se mal non ricordo, a stigmatizzare per primo i propositi di coloro che avrebbero voluto dar vita a uno "zibaldone" virtuale; e lo fece - dicendolo con chiarezza - non tanto per ragioni di filologia quanto di "gusto", vale a dire di canoni interpretativi. Non è forse vero - si chiedeva retoricamente - che la grande suggestione che promana da questo enorme scartafaccio d'appunti consiste essenzialmente dalla grande varietà d'argomenti che esso propone, varietà continuamente mutevole e cangiante; e non è forse vero - incalzava - che se a questo straordinario giornale di bordo tu sottrai proprio la sua parte più affascinante, vale a dire questo suo saltare di argomento in argomento, finisci per sottrarre al lettore l'incanto medesimo della sua lettura? Che era ed è, a guardar bene, un modo assai elegante per dire che l'originalità del pensiero leopardiano resta qualcosa di molto relativo; che tutta la parte più duramente polemica di esso, depurata e addolcita, viene sussulta nella grande poesia dei Canti (e i nipoti e i nipotini di Croce, su questa strada, non ebbero più freni) e che dunque, e infine, la prosa dello Zibaldone va riguardata né più né meno come un antecedente "letterario" (come allora si diceva) del capolavoro leopardiano, da leggersi e da gustarsi alla medesime maniera. E in questo modo, oltretutto, veniva persino ricomposta la durissima condanna crociata del pensiero del recanatese, bassamente e provocatoriamente interpretato come mera conseguenza di una "vita strozzata", come venivano al contempo giustificate quelle simpatie dei "rondisti" per la prosa leopardiana in orrore delle quali si era appunto scatenata la gran collera del filosofo di Pescasseroli, sicché tutto, nella sublimità del fare poetico, si mitigava e si rasserenava. E siccome accade che siffatti giudizi, appena un pochino ammodernati, tornano a circolare su quotidiani e riviste letterarie (soprattutto da parte dei giornalisti-poeti), occorrerà riconoscere con franchezza anche questo: che pure i pregiudizi d'ordine critico ed estetico sono duri a morire. Sennonché le stesse letture "filosofiche" del pensiero leopardiano oggi in auge, non mi sembra che si sottraggano a un'interpretazione fuorviante. Dopo la svalutazione crociana, la rivalutazione dello Zibaldone e delle considerazioni ivi contenute avvenne, come tutti sanno, nella temperie abbastanza felice del clima culturale seguito, alla fine degli anni Quaranta, alla lotta per la Liberazione. Si comprese allora da Sebastiano Timpanaro, Cesare Leporini e Walter Binni - e finalmente si vide - quanta carica eversiva nei confronti del sapere liberal-cattolico del tempo fosse racchiusa nella "filosofia strozzata" dell'infelice recanatese; il che naturalmente comportò tutta una rilettura della sua stessa poesia ormai liberata dai dorati cancelli dell'idillico poetare e ricondotta all'asprezza della violenta polemica contro il facile ottimismo dei benpensanti. Anche la silenziosa voce della luna, a suo modo, mandava agli uomini, secono Leopardi, un messaggio non troppo rassicurante. Sennonché appunto, pur imboccata questa giusta strada, si è finito per percorrerla con tanta veemente sferenatezza che priprio il solo percorrerla sembra divenuto il piacere del lettore e dello studioso, e non invece, e piuttosto, l'osservarne anche la gibbosità e le contraddizioni, le malformazioni e i punti morti. Si è finito addirittura - e quasi paradossalmente - per capovolgere la vecchia impostazione: non più Leopardi solo poeta, ma Leopardi soltanto filosofo. E lo si è fatto, soprattutto, un "anticipatore": un anticipatore non soltanto di Nietzsche, come già prevedeva, irridendo, il vecchio Flora, ma un anticipatore di tante mode di pensare che vanno generalmente sotto il nome oscuro quanto suggestivo di "pensare negativo". Di tutto questo, non avendo competenza (ma ne hanno poi coloro che tanto ne discorrono?), non dirò nulla; osserverò soltanto (anch'io paradossalmente) che certe imposizioni del "liberalismo" berlusconiano sembrano anticipate, poniamo, dalle asserzioni di un Leon Battista Alberti sulla positività ndelle regole dell'economia privata e familiare e sulla recisa condanna dei princìpi dell'amministrazione dello stato, essendo gli «statuali» (com'egli si esprimeva), personaggi non soltanto incapaci me profondamente corrotti. Ognuno ne tragga le proprie conclusioni. Quanto all'importanza di questo Zibaldone leopardiano, ora che lo possiamo finalmente leggere ben serrato nei suoi argomenti e temi di fondo, a me sembra sia questa: ci fornisce uno strumento di prima mano e di tutta attendibilità per comprendere fino in fondo quella critica al pensiero spiritualistico a lui contemporaneo che il poeta espresse pure nell'apparente "metafisica" dei suoi Canti e al quale oppose, con tutta e inedita consapevolezza, le armi vincenti, ancorché desuete e ben da pochi abbracciate, dell'ateismo e del materialismo.