Recensione
Matteo Lupi, La Città - Quotidiano della Provincia di Teramo, 22/02/2014

“Ammalò di testa”, le storie del manicomio

Lo viviamo tutti i giorni, e da una vita, così abbiamo finito per considerarlo un luogo qualunque. Eppure il Manicomio di Teramo, uno dei più importanti dell’Italia unita, è un «osservatorio privilegiato per comprendere storie e dinamiche nazionali». Parole di Annacarla Valeriano, assegnista di ricerca in Storia contemporanea all’Università di Teramo e autrice del libro “Ammalò di testa. Storie del manicomio di Teramo” (Donzelli, pp. 262, 26 euro). Arricchita da un’introduzione dello storico Guido Crainz, l’opera della ricercatrice teramana indaga sul manicomio “Sant’Antonio Abate” e sul contesto storico in cui esso nacque nel 1880 e divenne ospedale psichiatrico dal 1931. ARCHIVI RISCOPERTI. «Il mio libro si iscrive in un filone di ricerca avviato da anni, perché mi sembrava doveroso parlare di un manicomio che ha segnato l’identità culturale del territorio », spiega Annacarla Valeriano, curatrice - fra l'altro - dell’Archivio della memoria abruzzese dell’ateneo teramano, che contribuì a fondare dieci anni fa. E a proposito di archivi, proprio quello della struttura di piazza San Francesco è estremamente corposo: «Ci sono oltre 14mila cartelle cliniche, dall’anno di fondazione alla chiusura nel 1998, perché anche dopo la legge Basaglia (che nel 1978 impose la chiusura dei manicomi, ndc) si continuò a svolgere opera di servizio sanitario». SENSIBILITÀ E LAVORO. Dal 1931, il “Sant’Antonio” divenne ospedale psichiatrico, «indice di una maggiore sensibilità nella cura dei malati mentali». Perché in quella struttura, oggi in abbandono, passarono migliaia di persone in un periodo sì di forti sconvolgimenti sociali, come la Prima guerra mondiale, ma anche di importanti guadagni in ambito scientifico e umanitario. A cavallo tra quei due secoli nacque il metodo Montessori per assecondare una crescita naturale dei bambini e prosperò il Cottolengo, l’istituto di carità torinese che presta assistenza a malati ed emarginati di ogni tipo. «In Abruzzo si avvertì l’esigenza d istituire un luogo per gestire e controllare le devianze, ma questa tendenza si uniformava ad una sensibilità nazionale più ampia». E quale metodo migliore, per gestire e controllare i malati, del graduale reinserimento dell’individuo nella società? Decenni prima che la Costituzione prevedesse questa nota di umanità per i detenuti, al Manicomio di Teramo si praticava già l’ergoterapia, la terapia del lavoro: «Era un tentativo di impiegare gli inte r n a t i a l l ’ i n t e r n o dell’istituzione in modo produttivo. Tutti i proventi dei lavori venivano riutilizzati come forma di autosostentamento ». Ma quali lavori? A Teramo c’erano il tornio, la lavanderia, la colonia agricola. Così, nel giro di alcuni anni, questa terapia di reimpiego permise di realizzare «una vera e propria cittadella autosufficiente, perché i malati erano in grado di fare il pane, di lavare i panni e di coltivare un terreno, ed era un buon modo anche per distrarli dalla loro fissazione». SOFFERENZA. Non si deve cadere nell’inganno di immaginare una situazione tutta rosa e fiori, per la terapia del lavoro in un luogo di sofferenza qual era il Manicomio. L’impatto del lavoro sulla vita interna, anzi, è da considerarsi marginale per un lungo periodo. L’ergoterapia troverà applicazione più compiuta più in là nel tempo, rispetto al periodo studiato dalla Valeriano, e lo testimonia il fatto che le Congregazioni di carità – gli istituti che gestivano i manicomi – fossero in bolletta cronica. Eppure c’era una corsa per accaparrarsi i “matti” di tutta Italia, a Teramo come a Volterra come ovunque. Perché? «Perché la Deputazione provinciale, antenata dell’attuale Provincia, pagava delle diarie per ogni ospite degli istituti, così i manicomi riuscivano a mantenere attivo il bilancio, e le Congregazioni potevano sostenere le opere pie». Le diarie variavano di periodo in periodo ed in base al tipo di ricoverato. Un soldato reduce dalla guerra certamente faceva percepire alla struttura che lo ospitava una diaria diversa, rispetto a quella degli altri. Ma che futuro può avere una istituzione, inquietante e gloriosa ad un tempo, come il manicomio? «Questa è una domanda che va girata alle istituzioni. Io sono una storica, e ho quindi cercato di raccontare una parte della storia di Teramo, gli internati, il ruolo delle famiglie, il modo con cui si costruiva agli occhi della gente la malattia mentale. Spetta ai politici – conclude la Valeriano – trovare un futuro a questo mostro architettonico che si sta decomponendo ai margini della città, e per il riutilizzo del quale non stanno facendo nulla».