Recensione
Sergio D'Amaro, La Gazzetta del Mezzogiorno, 19/02/2014

Istantanee dal naufragio italiano

Quando non basta più la distanza dello storico, interviene il sano esercizio del diario in pubblico, della cronaca srotolata in riflessione e quasi arroventata nella sua combustione. Dopo l’af fresco della sua trilogia storiografica sull’Italia contemporanea, Guido Crainz ha preso il bulino dell’incisore e ha graffiato nel vivo dell’ultima tranch e di anni re pubblicani alla svolta del millennio e di quel che ne è seguito. Un decennio sempre più fitto di crepe, di sinistri scricchiolii, di imminenti franamenti, sullo sfondo di un mondo col timer accelerato e col polso tachicardico, tanto da evocare crolli da Impero romano e folli consolazioni di macerie inservibili. Il libro di Crainz, Diario di un naufragio, che cuce decine di articoli apparsi su quotidiani e settimanali col collante della consapevolezza successiva alla loro apparizione, abbonda di partecipazione militante, di razionale indignazione, di giusta preoccupazione per una situazione che ha raggiunto il culmine della tollerabilità e ha offeso gravemente l’intelli - genza e le aspettative della maggior parte del popolo italiano. Di un tale disastro molti sono i responsabili, i comprimari, le comparse, giacché un risultato del genere non si realizza solo nelle stanze tenebrose del potere, ma scivola invisibile tra i dignitosi tinelli dell’im - piegato di concetto (come si diceva una volta) o tra le pareti damascate del professionista di grido. È un clima, un assecondamento quotidiano, un lavorio costante che si avvita a pensieri e a sentimenti e crea una mentalità e un consenso: ed ecco dispiegarsi la lunga deriva degli anni Ottanta, l’incubazione di una società diventata incivile, asservita all’ideolo - gia del successo e schiacciata tra un partito padronale e un partito incapace di un’opposizione costruttiva, entro un sistema democratico in realtà bloccato, oltraggiato, neutralizzato. Crainz parla di «futuro scomparso», di un boom lontano anni luce, di una modernità senza regole, di un popolo che al massimo è quello dei consumatori e di una folla costituita di individui assetati di egoistiche acquisizioni e di più lauti vantaggi. La corruzione si configura più precisamente, in tal modo, come una corrosione delle coscienze che riguarda ugualmente l’alto e il basso della piramide sociale e dei ruoli rivestiti. In un quadro del genere, hanno finito per diventare eccezionali la libertà di stampa, l’autonomia della magistratura, l’etica della politica, la virtuosità dei bilanci aziendali. L’«eterno fascismo italiano » ha conosciuto la parabola tesa tra la tragedia degli anni Settanta e la farsa degli anni dell’avviato terzo millennio, ma non senza che per sintomi e barlumi se ne possano comunque intravvedere vie d’uscita e margini di costruttiva reazione. Grandi malattie generano fattivi e duraturi anticorpi. Ed è così che dopo il naufragio prospettato da Crainz resta la speranza di un riscatto, di una vera opposizione, di programmi elaborati da una affidabile leadership. Un concetto di Ricostruzione tanto più efficace perché sembra di vivere, con l’ultima crisi economica internazionale, proprio l’alba di un nuovo dopoguerra e di un augurabile ciclo di riflessione e di intervento sulle piaghe morali e materiali lasciate da un altro ventennio di ebbre illusioni.