Recensione
Debora D'Agostino, Corriere Irpinia, 17/02/2014

Shoah, le responsabilità dell’Italia fascista

Analisi lucida e consapevole, ferma sui fatti, sui dati che costituiscono la roccaforte di una parte della storia contemporanea trattata ancora in maniera troppo incerta, spesso reticente. “Il Fascismo e gli Ebrei” , edito da Donzelli e uscito in occasione della Giornata della Memoria 2014, pone già dal titolo un problema. Una questione spinosa che per troppo tempo è stata relegata a storia “altra”, a una questione aliena, di diversa nazionalità. Angelo Ventura, professore emerito di Storia Contemporanea presso l’Università di Padova, che da sempre si occupa della Resistenza e della storia della dittatura italiana, con questa sua monografia si inserisce in quel percorso intrapreso da Renzo De Felice nel ’61 con la pubblicazione di Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Il maggiore storico italiano del Fascismo si era concentrato per la prima volta su un aspetto mai approfondito del Ventennio: il consenso. L’ampia adesione popolare a un regime, il cui potere coercitivo non toglie ciò che di fatto realmente esistette: la partecipazione popolare, l’idea del riscatto nell’identità dell’uomo nuovo fascista. Allo stesso modo Ventura rifiuta il luogo comune di un’opinione popolare italiana del tutto avversa alla persecuzione antisemita. Egli rintraccia nella cultura umanistica italiana, estranea ai problemi di razza e alle megalomanie nazionaliste, alcune zone d’ombra, come antagonismi religiosi o coaguli di istinti reazionari che esploderanno nel clima dell’ossessione della razza creato all’indomani del patto con la Germania hitleriana. I punti di interesse, trattando i quali lo storico espone la sua tesi, emergono dalla divisione del libro in quattro parti separate: La svolta antiebraica nella storia del fascismo italiano, Renzo De Felice: il fascismo e gli ebrei, La persecuzione fascista contro gli ebrei nell’università italiana, Tullio Terni e l’Università di Padova. Nel primo capitolo Ventura si concentra sull’autonomia del processo di persecuzione antisemita italiano rispetto a quello tedesco. Il razzismo, infatti, secondo Ventura non è che un approdo di quel nazionalismo antidemocratico su cui il regime fascista si fondava. Idee turbolente di una cospirazione nazionale ebraica, poi, erano nella mente di Mussolini già dal primo dopoguerra e riprenderanno piede in quella fase, definita dallo storico di “svolta”, in cui l’Italia intraprende le politiche antisemite. Tutta l’opera di Ventura vuole smentire la concezione nata in seno alla prima repubblica, secondo cui all’antisemitismo tedesco era da opporsi la Resistenza italiana. La passività del popolo italiano, o quantomeno l’assenza di segnali di opposizione (il cosiddetto consenso al negativo) si accompagnano e trovano conferma nell’indifferenza che calò sugli Ebrei perseguitati. L’analisi delle fonti non alimenta certo il mito di una società disgustata dalle leggi razziali e quindi in netto contrasto con la “svolta” antiebraica del regime. A tal proposito numerosi sono i casi in cui Ventura riporta esempi di straordinario zelo e passione civile nell’applicazione delle leggi antisemite. Se a qualcuno capitò di nascondere Ebrei in soffitta, si trattò di eccezionalità, non di consuetudine. Eppure il clima di totale rinnegamento del vicino quanto vergognoso passato non ha permesso nella neonata repubblica italiana un’analisi lucida del fenomeno antisemita. Per questo secondo Ventura “l’analogia o ‘comunanza di processo storico’ è spesso interpretata come un’efficacia malefica esercitata dalla Germania nazista sull’Italia fascista”. Il controtipo ebreo, il nemico visibile da porre sul gradino più basso della scala evolutiva rappresentava anche la personificazione degli ideali capitalistico- borghesi a cui l’attivismo fanatico professato dal Duce si voleva opporre. Ma l’antigiudaismo politico è in stretta derivazione con quello religioso. E non è un caso che, a parte un’ attiva ma poco efficace opposizione del Papa Pio XI,il Vaticano, costantemente informato delle azioni antisemite (dalla ghettizzazione ai lager) ,non si sia mosso a favore dei cosiddetti “deicidi”. Nella seconda parte Ventura analizza l’influenza di De Felice sugli studi storici italiani. Un’influenza per niente trascurabile se si pensa che tutti gli studi che l’hanno seguito non si sono distaccati molto dalle posizioni dello storico del fascismo, salvo concentrarsi di più sulla questione delle armi e della violenza repressiva in generale. Merito di De Felice è l’aver sottolineato come in diversi modi i teorici del Fascismo si fossero impegnati per distinguere il razzismo italiano, definito “spirituale” da quello tedesco, definito “biologico”.Una catalogazione, un “trova le differenze” messo in atto per salvaguardare solo l’apparenza di un distacco dalla Germania. In realtà nazisti e fascisti erano razzisti e antisemiti allo stesso modo, perché comuni erano quei fattori ideologici che li contraddistinguevano, che rientrano non a caso nella definizione di fascismi europei. L’Italia conquistatrice, erede della Roma imperiale poco si rispecchiava nella grigia vita borghese, fatta di profitti e opportunismi, così ben incarnata dal modello dell’uomo ebraico. De Felice stesso riconosce, poi, che quand’anche l’antisemitismo italiano si possa ricollegare solo al giogo dell’alleanza tedesca ciò non basta a discolpare gli Italiani, ma pesa piuttosto come un’aggravante sulla coscienza storica della nostra nazione. Posizione espressa al meglio dalle parole del partigiano Caleffi: “Ne fossero o no coscienti, i fascisti erano stati gli anticipatori dei campi di sterminio”. Le rimanenti due parti sono il risultato di un’ approfondita analisi di dati. Un viaggio tra liste di nomi, corrispondenze private e documenti ufficiali da cui emerge il danno irreversibile e ancora inqualificabile che l’espulsione di docenti e ricercatori di “razza” ebraica arrecò alla cultura italiana. Ventura si concentra sul censimento razziale del personale universitario, ordinato da Bottai nel ’38, passa alla disanima dei dati riguardanti il personale ebraico per poi delineare un quadro dello stato d’animo in cui si svolse la persecuzione antisemita nell’ateneo di Padova. 400 in tutto tra docenti, assistenti e universitari gli Ebrei sospesi dalle facoltà italiane, numero approssimato per difetto. A questa politica corrispose il cosiddetto “azzeramento del gruppo di Padova”, la totale estinzione del laboratorio di studio di Fisica nato nella facoltà patavina. Il modo in cui certe iniziative furono intraprese dal regime, si guardi al censimento, lasciano trasparire il clima di agitazione e di frettolosa improvvisazione con cui si mise in moto la macchina della persecuzione. In molti casi definire se un individuo potesse classificarsi o meno come ebreo appariva difficile e spesso le norme stabilite dal regime erano applicate in maniera arbitraria. Avere per esempio solo la madre o il padre ebreo e vivere con forte distacco dalla comunità israelitica, non bastava a evitare l’oppressione. Era necessario dimostrare di professare un’altra religione. E’proprio in questi studi che balza agli occhi con più evidenza l’assurdità delle persecuzioni: come il resto della società gli Ebrei erano fortemente secolarizzati e cioè del tutto assimilati nella cultura nazionale. Soprattutto negli ultimi anni della guerra dove la ferocia razziale si andò acuendo, gli Ebrei illustri o quelli che erano riusciti a dimostrare la loro “arianità” finirono comunque nelle mani dei difensori della razza. Proprio nella vicenda delle “discriminazioni”, secondo cui Ebrei appartenenti a famiglie benemerite sebbene esclusi potevano godere di alcuni “benefici”, Ventura trova una delle cause dell’illusione , viva e diffusa in vasti strati dell’opinione pubblica semita, dell’imminente e facile rientro delle politiche antiebraiche. Interessante anche lo studio sull’incremento o la nascita di determinate discipline, come demografia comparata delle razze o biologia delle razze umane, e il totale ostracismo verso altre, come la psicanalisi (definita scienza ebraica). E le vicende di discriminazione, disagio e viltà assumono un senso ancora maggiore se studiate come storia personale di un singolo, uno fra tanti. E’la figura di Tullio Terni, illustre dirigente dell’istituto di istologia e embriologia presso l’ateneo patavino diretto da Carlo Anti, a chiudere questa monografia. Attraverso la storia dell’ espulsione dall’ateneo e della fortuita sopravvivenza alla guerra e alla persecuzione dello scienziato, Ventura ritrae numerosi profili umani e processi storici e che vanno anche oltre gli anni delle leggi razziali. Le ultime disavventure di Terni risalgono, infatti, proprio al primo anno di vita dell’Italia liberata. Il libro si chiude con la descrizione di quell’atmosfera di vergogna mista al desiderio di rivalsa che accompagnò la nascita dell’Italia repubblicana. Si delinea così quel processo di attenta rimozione e di esclusione di tutto ciò che col regime avesse avuto a che fare, come se del Fascismo non si volesse conservare nulla, nemmeno la sua storia. Ventura chiude il cerchio della sua opera, ritornando proprio al punto di partenza della stessa, al motivo che ne è all’origine: la difficoltà di fare i conti con ciò che è stato, la tendenza a mandare giù senza metabolizzare ciò che ci ha preceduto. Proprio come osservava con triste sagacia il poeta tedesco Hans Enzensberger in “ Middle classe Blues” (1964): “noi mangiamo le unghie,/ noi mangiamo il passato”.