Recensione
Giuseppe Frangi, L'Eco di Bergamo, 11/02/2014

Van Gogh: i quadri più belli sognati mentre fumavo la pipa

È uscito un libro dalle dimensioni e dall’aspetto un po’ biblici. È la raccolta di 265 lettere di Van Gogh (sul totale di 903), traduzione italiana del volume ricavato dal gigantesco lavoro fatto per il Van Gogh Letters Projects (bisogna andare sul sito per rendersi conto di cosa si tratti: tutte le lettere pubblicate e linkate a tutti i riferimenti che Van Gogh fa al loro interno). Bello il titolo dato a questa edizione, «Scrivere la vita». Il volume ha oltre mille pagine, con indice dei nomi molto ben fatto e quindi molto utile (Donzelli, 55 euro). A qualunque pagina lo si apra, Van Gogh riserva sempre qualche sussulto, sin dall’inizio quando è un normale impiegato di una casa d’arte e guarda alla pittura come ad un orizzonte che lo appassiona ma che ancora non lo sollecita ad essere lui stesso artista. Ventunenne scrive ad esempio da Londra al fratello Theo, nel 1874: «I pittori capiscono la natura e la amano, ci insegnano a vedere» (e sottolinea le ultime parole). L’arte quindi, da subito, più che questione amatoriale si afferma come «maestra di vita». Scrive sempre in quella lettera: «Mi raccomando cerca di amare più cose che puoi, perché i più non ne amano abbastanza». Le lettere di Van Gogh sono certamente una delle testimonianze più alte e commoventi che un artista ci abbia lasciato, a livello letterario. Sono testi in cui l’artista si spalanca con una sincerità e anche con una meticolosità impressionanti. Quasi volesse mettere in parole ogni istante della sua vita, ogni sguardo, ogni sentimento e ogni aspirazione. Sono lettere di un artista che non ha il problema di stare al passo con i tempi: ad esempio nella corrispondenza spedita quando, nel 1875, la casa d’arte lo aveva mandato a lavorare a Parigi, non si fa mai cenno della rivoluzione che in quei mesi nella capitale francese si consumava, con la prima mostra degli Impressionisti. Lo sguardo di Van Gogh sembra quasi un po’ anacronistico, tutto rivolto appassionatamente o alla pittura di paesaggio olandese, o a quella del recente passato francese, di artisti come il suo amatissimo Millet, di cui si procura ben tre stampe del celebre Angelus. Ma per Van Gogh la pittura è una questione innanzitutto personalissima, e la prima verifica la cerca sempre su un piano di verità, di risposta ad una propria attesa interiore, senza temere, come scrive a Emile Bernard, amico e pittore, il rischio di fare «immagini naïf da almanacco». «I quadri più belli», continua in quella stessa lettera, «sono quelli che si sognano fumando la pipa a letto ma che non si dipingono». In realtà la sua storia di pittore non va in quella direzione, perché il quadro sognato è poi sempre inseguito sulla tela. Come accadde al soggetto che, confessa, «è sempre nei miei pensieri», cioè il cielo di notte stellato, che diventerà realtà nello straordinario capolavoro oggi esposto al Musée d’Orsay, a Parigi. Il pittore deve essere paziente, deve sapere di dover affrontare il buio della malinconia. D’altra parte, scrive Van Gogh, il nostro patrono è San Luca, il cui simbolo è il bue, e «occorre essere paziente come un bue se si vuole lavorare nel campo delle arti». La pazienza è un riferimento anche alla durezza della condizione di pittori («un mestiere pressoché impraticabile »), con il mondo che guarda di traverso, i quadri difficili non solo da vendere ma anche da far accettare, i modelli che si rifiutano di posare perché temono di vedersi un po’ sfigurati. Van Gogh è consapevole di dover «sopportare l’assedio dell’insuccesso che durerà la nostra intera esistenza». Ma, nonostante questo, la sua determinazione a dipingere, negli ultimi anni intensissimi di vita, non vien mai meno. E le pagine in cui non solo descrive materialmente i quadri, ma svela le intenzioni che lo hanno mosso a realizzarli, sono pagine di una bellezza emozionante. Quando racconta al fratello Theo (a cui sono destinate la stragrande maggioranza delle lettere) di aver dipinto il postino Roulin, spiega che il ritratto è venuto bene perché nel volto del modello c’era la felicità di essere appena diventato padre. Oppure nell’agosto 1888, da Arles scrive «di voler fare il ritratto di un amico artista che sogna sogni grandiosi, che lavora come l’usignolo canta perché questa è la sua natura». E poi anticipa a parole come il quadro dovrà essere: «Esagererò il biondo dei capelli, arrivando fino ai toni dell’arancione, ai cromi, al giallo limone. Dietro la testa anziché dipingere il muro banale del misero appartamento, dipingerò l’infinito». Il riferimento è con ogni probabilità al ritratto di Eugene Bloch, amico poeta, che Van Gogh infatti dipingerà agli inizi di settembre e che è pure conservato al Musée d’Orsay. Un capolavoro acceso di colori e struggente, in cui l’umanità dell’amico è spalancata sull’immensità del destino.