Recensione
Antonio Carioti, Corriere della Sera, 16/02/2014

Il segretario e quell'insegnamento di Machiavelli

Scrive nel Principe Niccolò Machiavelli:”Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che rispettivo ( cioè cauto, ndr)”. E qui l’editore Carmine Donzelli coglie in Matteo Renzi un tratto machiavelliano, forse involontario, ma reale:”Sta applicando l’idea secondo cui le situazioni vanno affrontate con piglio risoluto, senza troppi tatticismi, perché in politica conviene sempre giocare all’attacco. Bisogna stare molto attenti a non forzare questi paralleli, che sono più che altro suggestioni, dato che parliamo di situazioni storiche distanti anni luce. Ma mi pare che Renzi, anche per indole, dimostri un atteggiamento in sintonia con quanto diceva Machiavelli circa l’opportunità di prendere le situazioni di petto e di non sottrarsi allo scontro, quando è necessario. Mi ricorda un po’ la metafora per cui il principe deve agire con la furbizia della volpe e la forza del leone”. Insomma, la stampa internazionale non ha tutti i torti quando accosta i due fiorentini, benché li dividano cinque secoli. Donzelli se ne intende: dal 1975 ha curato un’edizione annotata del Quaderno 13 di Antonio Gramsci su Machiavelli e nel 2013 ha ripubblicato Il Principe , per i 500 anni dell’opera, accompagnando il testo originale con una sua traduzione in italiano moderno ( più un vasto apparato critico di Gabriele Pedullà), per renderne il pensiero più accessibile ai giovani. C’è anche un altro elemento di assonanza: “Machiavelli – ricorda Donzelli – era nettamente contrario agli eserciti mercenari e insisteva sulla necessità di creare milizie cittadine, fedeli al principe e sempre pronte alla mbilitazione. Oggi ovviamente non si parla di forze militari, ma è certo ben spiccata nello stile di Renzi la tendenza a saltare le mediazioni, ricercando un rapporto diretto con la base degli elettori. Non gli piace fare politica nelle segrete stanze, preferisce basare la sua strategia sull’appello alla mobilitazione popolare”. Però Donzelli non vuole spingere il richiamo oltre un certo limite, “anche perché rischia di portare sfortuna a Renzi. Non dimentichiamo che Machiavelli , dopo la caduta della Repubblica fiorentina e il ritorno al potere dei Medici nel 1512, è un uomo pesantemente sconfitto, anche se da quella esperienza amara sa trarre una lezione di teoria politica. Di fatto scrive Il Principe nel disperato tentativo di rientrare in gioco. Non a caso le note scritte da Gramsci in carcere su Machiavelli hanno un carattere altamente autobiografico: sono il tentativo di capire le ragioni di uno scacco e trovare dei rimedi. Qui il parallelismo esistenziale è davvero pregnante. Invece Renzi è un leader con il vento in poppa che si appresta a diventare presidente del Consiglio”. Però tre capi di governo italiani, diversi fra loro ma tutti all’apice della carriera, hanno scritto introduzioni al Principe: Benito Mussolini, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi. Come mai? “Machiavelli – risponde Donzelli – è un interlocutore obbligato per chiunque sia interessato alla politica. Non c’è quasi intellettuale impegnato o leader importante che non si sia cimentato con le sue opere. Ma gli esiti sono stati spesso discutibili, con attualizzazioni decisamente improprie. Quasi sempre al grande autore fiorentino sono state addebitate responsabilità che non gli competono. Spero proprio che Renzi non ambisca a scrivere testi su Machiavelli, ma impegni tutte le sue energie nell’azione di governo. D’altronde la situazione italiana, certo non catastrofica come nel Cinquecento delle invasioni straniere, è tuttavia molto difficile. Forse per questo si sente il bisogno di una leadership forte, tipo il “redentore” evocato nell’ultimo capitolo del Principe. “Ribadito che parliamo di epoche completamente diverse – osserva Donzelli -, senza dubbio il nostro paese vive una fase di disgregazione, di incertezza e instabilità, con la politica frenata da troppi condizionamenti minuti. Se si va avanti con il bilancino degli equilibri, la paralisi è assicurata. Renzi ha colto lucidamente, quasi con un riflesso istintivo, che non si poteva continuare a traccheggiare e bisognava prendersi dei rischi. Credo proprio che un ipotetico Machiavelli redivivo, dinanzi all’Italia di oggi, avrebbe una reazione analoga”.