Recensione
Guido Crainz, L'Unità, 15/02/2014

Italiani da manicomio

È UN GRANDE RACCONTO DEL DOLORE,«AMMALÒ DI TESTA » DI ANNACARLA VALERIANO, e al tempo stesso una storia aspra della società italiana fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo. È un racconto della ferocia, anche. Ferocia della società contadina, in primo luogo, che qui ci appare ben lontana da quel luogo dell’accoglienza e dell’integrazione con cui è stata talora identificata: elemento certo presente, ma solo un aspetto della realtà. Ferocia, anche, di una parte della «scienza medica» del tempo e non solo di essa: l’influenza di Cesare Lombroso e della sua scuola, nel suo operare e nelle sue conseguenze, è illuminata qui di luce cruda. Ci si dimentica presto del punto specifico d’osservazione, il manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo (peraltro di sicura importanza nel panorama centro-meridionale). Lo sguardo si allarga immediatamente all’insieme dell’Italia rurale, alla sua realtà quotidiana: al suo essere anche luogo di marginalità diffusa e talora disperata, potenziale fucina di quelle «classi pericolose » che agitavano i sonni della borghesia del tempo. Una Italia rurale, va aggiunto, tumultuosamente invasa a più riprese dalle irruzioni della storia: emigrazione e grande guerra sono due temi centrali nel libro.Un libro attento anche alle deformate lenti con cui una parte non piccola della cultura nazionale guida il processo del «fare gli italiani ». E attento, infine, alla durezza in sé di quel processo: di questo ci parlano le molte vittime della nostra modernizzazione che hanno lasciato la loro voce e i loro segni. Voci e segni giunti sino a noi grazie anche a un paradosso non nuovo per gli storici. I documenti che ci danno più emozioni, quelli che più ci sanno coinvolgere sono forse le lettere scritte dai ricoverati ai loro parenti o amici: lettere ad essi mai giunte per l’operare di controlli severi (feroci, appunto). Sottratte così agli occhi e agli affetti dei loro destinatari naturali, e grazie anche a questo conservate in un unico luogo, quasi tenute in serbo per noi: del resto è grazie a un’occhiuta censura militare che ci è giunta copiosa documentazione di quel che soldati e civili pensavano davvero della prima e della seconda guerra mondiale. Per un paradosso ancor più forte, va aggiunto, le bandiere delle prime sezioni socialiste e delle primeleghe operaie e contadine sono state involontariamente conservate alla storia grazie a quelle stesse squadre fasciste che le avevano razziate distruggendo sezioni e case del popolo: e le avevano poi fatte affluire aRoma in occasione della Mostra della rivoluzione fascista a eterno sfregio e umiliazione dei «sovversivi» vinti. Ritrovate mezzo secolo dopo fra gli appassiti reperti di quella Mostra e ancor oggi capaci dunque di testimoniare delle sofferenze ma anche delle speranze di quei «vinti»: più forti, molto più forti dei loro persecutori. Ritrovate da Carla Gobetti, che di Piero - morto in seguito a violenze fasciste - aveva sposato il figlio: giusta nemesi della storia, verrebbe da dire. Per lo stesso paradosso, in fondo, sono giunte sino a noi moltissime lettere del dolore dell’istituto teramano. E sono state conservate integre - assiemea migliaia di cartelle cliniche e ad altro materiale ancora - grazie all’opera lungimirante e appassionata di chi è stato responsabile di quella struttura negli ultimi decenni, anche dopo la dismissione di essa. Una documentazione straordinaria, dunque, che Annacarla Valeriano ha saputo trattare con finezza e misura intrecciando le povere e al tempo stesso tragiche storie di vita con suggestioni e sguardi letterari maanche con l’esame attento di referti clinici e di dibattiti psichiatrici (o pseudo psichiatrici, come talora ci pare). Collocando tutto questo, infine, nei contesti istituzionali in cui il Sant’Antonio Abate si inseriva e nella stessa durezza del vivere che regnava al suo interno: quasi speculare a quel mondo da cui la follia aiutava a fuggire; quello stesso mondo che decretava l’internamento dei suoi figli più deboli, più sfortunati o più indocili. Esprimeva bene quest’ultimo sentire un trattato di fine Ottocento pubblicato proprio in Abruzzo: quando un soggetto «è stravagante o libertino, ineducato in sé, screanzato in famiglia, scostumato in società, allora costui non è normale, ma è anormale, un anacronismo, un individuo primitivo, un pazzo o un delinquente». Sono panorami di indicibile miseria a balzarci di continuo agli occhi, dalla poverissima alimentazione ai disagi di un precario abitare; sono quelle paure, credenze e pratiche magiche su cui Ernesto De Martino ha scritto saggi memorabili; e sono, infine, comportamenti insofferenti di regole inique, di brutalità codificate, di «normali» sopraffazioni, in primo luogo all’interno delle famiglie. In primissimo luogo nei confronti delle donne, contro di esse: alla costruzione della «pazzia femminile » e alla demonizzazione e umiliazione delle donne sono dedicate alcune fra le pagine più intense del libro. Attento e quasi «implacabile» poi nel metterci sotto gli occhi le dinamiche concrete con cui quelle resistenze, quei rifiuti, quelle sofferenze, in ultima istanza quei sussulti di dignità venivano emarginati, puniti, isolati ed espulsi dal «consorzio civile». Nel costringerci a rivisitare di continuo i confini fra normalità e devianza, e nel suggerirci talora quasi un rovesciamento di quel rapporto. Si vedano appunto le pagine dedicate alle «pazze morali » e al variegatissimo universo delle isteriche, così come viene «costruito» dalle cartelle cliniche: il lunghissimo elenco degli aggettivi utilizzati per definirle racconta da sé un’intera storia. In questo quotidiano orizzonte di mondi chiusi irrompe la storia del Novecento: in primo luogo con quella grande emigrazione che segna l’avvio della nostra «globalizzazione forzata». Non ci trova certo impreparati la «ricostruzione del disagio» che viene qui proposta, con le sue tinte forti e talora i suoi chiaroscuri. Con il suo muoversi dalle ansie e dalle paure della vigilia sino al duro impatto con l’ignoto: con il diventar realemaal tempo stesso quasi inconoscibile di quell’ignoto, fonte continua di smarrimenti, rifiuti, deformazioni che si dispongono su di un amplissimo ventaglio. Non ci stupisce neppure la profondità dei processi di disgregazione o le ansie, talora devastanti, che attraversano i luoghi e le famiglie da cui le partenze hanno avuto avvio: nel loro carattere estremo le storie qui raccolte evocano ancora una volta realtà e spaesamenti più generali. E a inculture più generali rinvia quella parte della «scienza medica» che vede nel disagio mentale non l’intossicato frutto di quel viaggio verso l’ignoto, o del muoversi in un mondo sconosciuto,mala causa di esso. Che sostiene cioè con parole crude che la follia è causa, non conseguenza del migrare. Non c’è tregua, poi, nella nostra storia: al traumadella grande emigrazione subentra presto quello della grande guerra. I nodi posti qui al centro sono da tempo costitutivi di una storiografia di grandissimo spessore: i nomi di Paul Fussell e di Eric J. Leed sono i primi a venire in mente anche ai non specialisti, assieme alle ricerche sull’Italia di Mario Isnenghi, di Antonio Gibelli e di moltissimi altri. Ricerche che hanno contribuito da tempo a sfatare da noi il mito di una «quarta guerra di indipendenza » unanimemente condivisa: iniziarono a infrangerlo nel 1967 e nel 1968 I vinti di Caporetto di Isnenghi e Plotone di esecuzione di Alberto Monticone e di Enzo Forcella, che gettava fasci di luce sulle dimensioni sin lì rimosse delle diserzioni e dei processi di guerra. Più ancora: la Apologia della paura di Forcella che apre il volume ci conduce direttamente anche a queste pagine. Non un’apologia della follia, certo,maun’indagine insistita e articolata del suo multiforme manifestarsi; delle sue valenze, delle sue cause, delle sue intense sofferenze, delle sue implicazioni. Una rivisitazione, anche, delle importanti riflessioni che quel grande trauma innescò nella stessa psichiatria; o del permanere, in vecchie o nuove forme, delle precedenti chiusure. Per non parlare naturalmente dell’esasperarsi di insensibilità e disumanità antiche. Comenel caso dell’emigrazione, inoltre, è analizzata anche la «pazzia» che investe e fa vacillare coloro che restano. Ed è preso in esame poi il lungo protrarsi delle conseguenze di quel trauma: negli ex soldati, nei civili, nei profughi. Una piccola spia, in questo caso, di un dramma che nel secondo conflitto mondiale avrà un’enorme dilatazione europea, connessa alle vicende belliche prima, e al drastico modificarsi dei confini poi. Una delle più rimosse ombre dell’Europa, per dirla con Marc Mazower