Recensione
Luigi Manconi, Daniela Caliri, L'Unità, 16/02/2014

Il Messaggero e la sua città

TRA LE TANTE RAGIONI DI CRISI DELLA STAMPA QUOTIDIANA, UNA VIENE IN GENERE TRASCURATA, se non ignorata. Ovvero la progressiva perdita d'identità territoriale e di fisionomia regionalistica. Questo processo sembra riguardare - con la sola eccezione del Mattino, della Gazzetta delSude dei quotidiani siciliani e sardi - tutta la carta stampata. E così la faccia torinese, quella milanese e quella romana rispettivamente della Stampa, del Corrieree di Repubblica è andata via via sfumando, perdendo i suoi tratti distintivi, attenuando i suoi connotati peculiari. Lo si percepisce con vivissima evidenza leggendo le pagine di questo splendido libro di Vittorio Emiliani, Cronache di piombo e di passione. L’altro Messaggero. Ungiornalelaico sulle rive delTevere. Il Messaggero di Roma a partire dagli anni '70, e in particolare nel corso della direzione di Emiliani (1980-87), è stato il giornale locale più «nazionale » che ci fosse. O il giornale nazionale più locale (impresa che successivamente avrebbe tentato la Stampa di Torino). Dietro tale formula, non c'era una ricetta miracolosa. C'era, piuttosto, una capacità straordinariamente sensibile e, direi, porosa di assorbire la città senza esserne assorbito e fagocitato. C'è dietro non solo il «fiuto» sensibilissimo e intelligente di molti giornalisti - al di là della stucchevole «retorica da caporedattore» - ma anche la lezione di intellettuali come Giuseppe De Rita che, proprio in quegli anni, sperimentava sul campo, e nella ruvida materialità della vita sociale di Roma, nuove ipotesi interpretative dei processi di urbanizzazione. Ecco, il Messaggerodi Emiliani fu questo: adesione quasi sensitiva al corpaccione della città in rapida trasformazione e intelligenza anticonformista e movimentista nel cercare di capirlo e raccontarlo. C'è, poi, un'altra dimensione: quella più schiettamente politica. L'ex direttore racconta le vicende di un giornale e di una redazione che – come altre di quel periodo – combattono quotidianamente per la propria autonomia politica e professionale, con dignitosa fatica. Gli avversari sono molti, sia nel campo della politica sia in quello dell'editoria e c'è un momento in cui le ostilità, provenienti da diversi centri di potere, si aggrumano. È allora che il Messaggero e il suo direttore affermano la necessità di battere il terrorismo sul terreno politico, contrapponendo ad una «fermezza» che rischia di produrre tratti di autoritarismo il proprio garantismo. È questo un capitolo della vicenda editoriale italiana, ma più in generale della storia politica recente, curiosamente trascurato. Eppure, nel conflitto intorno alla questione della «fermezza» - dal rifiuto di qualsiasi negoziato con le Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro (1978) fino alla mancata pubblicazione dei comunicati terroristici durante il sequestro di Giovanni D'urso (1980-81) - si manifestavano due diverse concezioni dello stato democratico e del rapporto tra cittadino e istituzioni. Due diverse concezioni che avrebbero condizionato in profondità gli eventi successivi e il quadro politico dei decenni a venire. Sullo sfondo, l'idea (difficilissima da affermare e ancor più da praticare) dell'autonomia del sistema dell'informazione e di chi vi opera: un’autonomia che, per quanto riguarda il Messaggero, già dovette misurarsi nel 1975 con il licenziamento politico del direttore Italo Pietra: che, dopo una lunga e appassionata traiettoria, precipiterà nel licenziamento politico del direttore Vittorio Emiliani nel mese di gennaio 1987. In questo lungo quarto di secolo l'indipendenza del ruolo dell'informazione ha subito una successione di colpi davvero letali, parallelamente al calo vertiginoso della credibilità degli stessi organi di stampa, e lo sviluppo dell'informazione online ne è stato indubitabilmente corresponsabile ma non certo in via esclusiva. Ci sono ragioni tutte interne alla struttura dei quotidiani, alla condizione materiale e culturale dei giornalisti e al loro «senso comune» che hanno pesato perlomeno quanto ha pesato internet. Nel libro di Emiliani c'è tutto questo, scritto con un linguaggio - non è un paradosso enemmeno una provocazione - non giornalistico. O meglio la scrittura rimanda a quello stile di narrazione del quotidiano che, provvidenzialmente, si è diffuso anche in Italia, dove si incontra la piccola etica della cronaca ordinaria e il vocabolario asciutto del racconto d'ambiente. D'altra parte, Vittorio Emiliani è anche lui uno dei «narratori delle pianure».