Recensione
Riccardo Lattuada, Il Mattino, 17/02/2014

Van Gogh, il mal di vivere di un genio

È difficile riassumere le strutture portanti delle 1069 pagine di Vincent van Gogh, Scrivere la vita, 265 lettere e 110 schizzi originali (1872-1890), selezionati da Leo Jansen, Hans Luijten e Nienke Bakker. Il monumentale tomo, edito da Donzelli (euro 55), è una selezione cospicua del corpus epistolare di van Gogh, tutto consultabile in rete su www.vangoghletters.org. Scrivere la vita non è proprio un libro da comodino, eppure potrebbe catturare anche l’attenzione di lettori non specialisti. Conosciamo, ormai, il carico di dolore che ha pesato sulla vita di vanGogh: il suo giovanile disagio per i ritmi esistenziali di una famiglia del clero calvinista olandese; la sua tormentata empatia verso le vite dei derelitti, degli operai, dei poveri; il suo lungo e autodistruttivo periodo mistico, fatto di esasperate letture della Bibbia; la sua ricerca di calore umano nei bordelli di tutti i luoghi in cui visse – al punto da convivere dal gennaio 1882 all’Aja con Sien Hoornik, una prostituta incintache gli avrebbe fatto anche da modella. Poi c’è il suo rapporto difficile ma simbiotico con il fratello Theo: il mentore, il mecenate, il complice, la vera metà esistenziale di Vincent. È sul terreno di questo rapporto che il carteggio mostra sfaccettature di estrema importanza. Lasciando per un attimo da parte la sfera affettiva in cui i due fratelli sono inscritti, le lettere di Vincent sono illuminanti soprattutto dal punto di vista della sua traiettoria formativa e artistica. Se messi in fila in una sequenza puramente fattuale, i passaggi della vita di vanGoghfanno pensare a un genio autodistruttivo, che ha bruciato la candela della vita soffiandovi sopra tutte le sue energie in un arco creativo di soli dieci anni. Ma ciò che ancor più conta nelle sue lettere è l’attenzione aungran numerodi artisti, alle teorie sull’uso del colore; attenzione alimentata da vaste letture, molto articolate anche fuori dell’ambito artistico. Èsoprattutto l’esperienza sensibile ad aprire continui squarci sul rapporto di Van Gogh con la realtà: «Caro Theo, oggi ti scrivo da un posto molto remoto nella Drenthe» (una provincia nel nord-est dell’Olanda). «Mimancano le parole per poterti descrivere questa terracomesi dovrebbe. Prova a immaginare lungo il canale miglia e miglia di Michel o T. Rousseau, per esempio, di van Goyen o P. de Koninck. Aree pianeggianti con strisce di colori diversi che diventano sempre più strette avvicinandosi all’orizzonte. Ogni tanto una capanna di zolle o una piccola fattoria, radi gruppi di betulle, pioppi, querce ». Questa lettera del 3 ottobre 1883 è una silloge della sensibilità di van Gogh: del paesaggio egli coglie ogni dettaglio di struttura e colore. Più avanti nota come «Il cielo era di un bianco violaceo di una bellezza indescrivibile – le nuvole non a pecorelle, ma più ammassate, ricoprivano tutto il cielo.Comefiocchi lilla di toni più o meno intensi – grigio, bianco – un piccolo squarcio da cui sbucava l’azzurro. Poi all’orizzonte una striscia rossa splendente – sotto la liscia brughiera bruna stranamente scura e contro il rosso luminoso del cielo una moltitudine di tetti bassi di capanne». Altempostesso vanGoghconfronta queste osservazioni con unavasta enciclopedia della storia dell’arte di molte epoche: la poetica di Théodore Rousseau, comequelle di due secoli più antiche di Jan van Goyen e di Philips Koninck, sono le lenti con cui Vincent analizza il paesaggio della Drenthe e tutto ciò che catalizza la sua retina. E sono lenti che van Gogh usa come uno strumento perfetto. Spesso la nozione del male di vivere sopportato da quest’uomo fragileha fatto passare in secondo pianotale aspetto della sua vicenda: un artista che ha perseguito la costruzione di un’arte grande e umana, piantata nella tradizione ma specchio delle inquietudini della modernità. Nelle sue lettere van Gogh, libero dal problema di mostrare la sua fragilità – pur presente ad ogni riga: la salute che sfiorisce, la miseria, la follia – comunica al fratello anchequel chelo fa sentire vivo, le ragioni profonde della sua arte; e produce potenti equivalenze verbali delle immagini che lo attraversano, spiegando con lucida chiarezza come esse ispirano le sue opere.