Recensione
Renato Minore, Il Messaggero, 02/02/2014

Il Machiavelli rivisitato

Bisogna “tradurre” i nostri classici? «I testi originali - ha scritto Javier Marìas - sono un po’ come le partiture musicali; le traduzioni sono come esecuzioni e adattamenti di ciò che senza di esse tace, e con il tempo impallidisce, o si trasforma in geroglifico per i discendenti di chi scrisse l’irripetibile e intoccabile e inalterabile testo». In Francia o in Inghilterra i classici appaiono spesso con traduzione in lingua moderna e testo a fronte. In Italia la tendenza inizia appena ad affacciarsi. Certo, la distanza tra il francese moderno e il francese antico è più ampia, paragonabile più a quella che l'italiano ha con il latino che con la lingua di Dante o Machiavelli. Ma anche da noi c’è stata una trasformazione significativa, un dinamismo evolutivo: avvertiamo l’italiano antico come distante da noi. Si potrebbe così sostenere, e non solo paradossalmente, che Il Principe sia meglio compreso dagli stranieri colti, che lo leggono tradotto, non dagli italiani, quasi trattenuti dalla “sacralità” del testo al di qua del testo stesso.

Il sottotesto Alla fine del cinquecentesimo anno dell’opera fondamentale di Niccolò Machiavelli, l'editore Donzelli pubblica un'edizione de Il Principe (CXX + 344 pagine, 30 euro) riscritto in italiano contemporaneo dallo stesso Carmine Donzelli. E integrato da un ricco sottotesto con apparato di riferimenti e note, un nuovo commento ripensato nei contenuti e metodi. La difficoltà dell’impresa è nel restituire la complessità e, nello stesso tempo, la sinteticità del pensiero machiavelliano dove costrutti classicheggianti e singole parole latine convivono a diretto contatto con la sapidità della lingua viva, dell’espressione idiomatica, dell’espressione dialettale, degli anacoluti, dei bruschi passaggi da un oggetto all’altro. Il discorso s’incide di nobili e ardite sprezzature, rispecchia la vivacità di affetti e urgenze, asseconda il naturale impeto dialogico. Donzelli affronta il lavoro con rigore scientifico, ottenendo perfino un numero "equivalente" e corrispondente di parole in un'edizione critica che, scardinando il feticcio di un testo “intoccabile”, ne prolunga la leggibilità. Risolvendo di volta in volta, nel continuo raffronto con l’originale, quella complessità testuale, per cui non esiste immediato riscontro di molti lemmi nell’italiano di oggi. Come “costituzioni”, “terra”, “arte”, “tribù”. Una «riformulazione in italiano moderno» quella di Donzelli e anche «un esercizio di restauro o, se si vuole, di filologia politica». Così scrive Gabriele Pedullà il quale, oltre alle note, firma anche un’ampia introduzione. Un ponderoso saggio sui motivi che spinsero Machiavelli alla composizione di quell’opera magistrale, sottratto alle ipoteche ideologiche degli ultimi duecento anni. Attraverso una nuova ricognizione sistematica degli autori classici utilizzati nel Principe che mutano, spesso in maniera decisiva, l'interpretazione così come la rilettura di quella «letteratura quattrocentesca che è il punto di riferimento polemico implicito di gran parte delle affermazioni più scandalose di Machiavelli».

I pregiudizi Un'opera da leggere senza i pregiudizi e le prevenzioni che accompagnano quasi inevitabilmente il nome di Machiavelli: affinché sul Principe si possano proiettare le passioni del XXI secolo e non - come ancora oggi troppo spesso succede - quelle del XIX o del XX. Machiavelli non è campione dell’amoralismo politico, non è il consigliere dell’assenza di scrupoli «Nel “Principe” - scrive Pedullà - vi è qualcosa che ancora oggi cattura i lettori e cha va ben oltre il presunto scandalo di una politica liberata dalla morale».