Recensione
Gian Paolo Serino, Libero quotidiano, 18/01/2014

La New York spiegata dal fallito Fitzgerald

“Quella della mia vita è la storia di una lotta fra l’impetuoso desiderio di scrivere e una serie di circostanze tendenti a impedirmelo”. Questa frase apre il volume Good Luck&Goodbye: le pagine che raccontano la mia vita, in libreria da pochi giorni per Passigli (pp. 362euro 23, traduzione di Maurizio Bartocci). Per la prima sono raccolti in un unico volume tutti i saggi autobiografici di Francis Ford Fitzgerald, sulla scia di quella curata in inglese per la casa editrice Cambridge, e che riporta fedelmente l’indice cronologico che lo scrittore avrebbe voluto raccogliere in volume. Perché la storia di questa raccolta è piuttosto travagliata: sono scritti apparsi in riviste tra il 1920 e il 1936, ma che Fitzgerald fece molta fatica a dare alle stampe perché il suo editor Max Perkins (lo stesso di Hemingway e di altri giganti della letteratura americana). Il proposito di Fitzgerald era di riappropriarsi della propria immagine pubblica, devastata dai media che imponevano il suo personaggio come un autore maledetto che passava da una sbornia all’altra e da una festa all’altra. Fitzgerald, il cantore dell’Età del jazz, di quella Generazione perduta e che mise a ferro, fuoco e inchiostro la tradizione della letteratura americana, l’autore di Tenera è la notte e Il Grande Gatsby, voleva non solo seguire un ordine cronologico dei suoi scritti, ma dare al lettore il senso del proprio percorso biografico e della propria evoluzione interiore. Dall’esuberanza e dall’ottimismo dei vent’anni ai pensieri sul suo ruolo di scrittore e di padre fino arrivare alle riflessioni più mature sul fallimento e la sconfitta di uomo, raccolte nella “celebre trilogia del fallimento”, l’intenso e struggente The crack-.up , un’incrinatura dell’uomo depresso, ormai lontano dalla società, sempre più isolato, capace di passare venti ore al giorno a letto, e ormai sconfitto dal demone dell’alcool che lo porterà a morire per infarto a soli quarant’anni. Una raccolta che risulta preziosa soprattutto dopo un’annata come il 2013 in cui, scaduti i diritti a 70’ anni dalla morte dello scrittore, c’è stata una vera e propria invasione nelle librerie di moltissime traduzioni (alcune necessarie, altre con risultati a dir poco mal riuscite e puramente commerciali), ma quasi mai dei suoi saggi. Saggi che lo stesso Fitzgerald riteneva basilari, come quando scrive: “Non ho mai pubblicato in forma di libro niente che fosse strettamente personale, quella è una materia di cui finora mi sono servito per i romanzi e i racconti… ma ho scritto questi articoli intensamente personali solo quando ho avvertito l’impeto giungere dal profondo; ecco perché mi sento con la coscienza più pulita nel caso della scrittura non romanzesca”. Così in questa raccolta scopriamo l’iniziale ottimismo di Fitzgerald quando arriva giovanissimo a New York, la sua “città perduta” che scopre “con le suole di cartone”, “quando la vita era letteralmente un sogno” (come scrive nel saggio Primi successi) sino alle feste più sfrenate nei locali alla moda e i suoi eccessi (arrivò in un momento di ubriachezza molesta a spogliarsi in pubblico e un’altra volta prendere a pugni un poliziotto, come riportano le cronache di allora). Poi si accorge di una New York “cinica e spietata” divenuta “terrificante, e sebbene vi tornassi, ahimè, in mezzo ad una nebbia alcolica, percepivo ogni volta il tradimento di un resistente idealismo”. Trova la città diventata “una farsa, dove il denaro e il potere stavano finendo nelle mani di gente al cui confronto il capo di villaggio sovietico sarebbe parso una miniera di buonsenso e di cultura. C’erano cittadini che, nella deformazione della loro condizione di ricchi, possedevano i valori umani di un pechinese”. E se la famosa “Gioventù perduta” ormai la vede soltanto come una “gioventù sprecata” non lesina consigli alla propria figlia e scrive: “ “E se mio figlio”, continua Fitzgerald, “sarà un uomo migliore di me, un giorno verrà a dirmi: “Papà ti sbagliavi riguardo alla vita”. Possa allora io avere il buon senso di rispondere: Buona fortuna e arrivederci. Prendi la tua strada, battiti strenuamente, e lasciami qui, in mezzo a tutte le cose sbagliate che ho amato”. Sino alla sua bancarotta morale, sino a quando, nella “Trilogia del fallimento” avverte quel crack up, quell’incrinatura che lo porterà a considerare “la condizione naturale di un adulto senziente come quella unica di una dignitosa infelicità”. Fitzgerald inizia ad avvertire la sua perduta voglia di vivere: “Mi ero ormai staccato da tutte le cose che avevo amato; e che ogni gesto della vita, dal lavarsi i denti alla mattina all’invito di un amico a cena, era divenuto una fatica. Mi resi conto che da molto tempo non amavo più niente e nessuno. Perché “la vita è soltanto un processo di disgregamento”. “E poi vedevo come il romanzo, che quando avevo raggiunto l’età matura era il mezzo espressivo più forte e più duttile per trasmettere emozioni e pensieri da un essere umano all’altro, si andasse assoggettando a un’arte collettiva e meccanica che, nelle mani dei mercanti hollywoodiani o degli idealisti russi, era capace di riflettere soltanto il pensiero più banale, l’emozione più scontata”. E così’ Il Crollo “di tutti i valori”, ormai vittima delle proprie “labilità interiori” diventa il primo esempio di un genere sino a allora sconosciuto nella letteratura americana: la messa per iscritto del proprio fallimento esistenziale che poi avrebbero raccontato anche grandi scrittori e poeti americani come Capote, dei Mailer, di Tennessee Williams, di Sylvia Plath.