Recensione
Sergio Caroli, La Sicilia, 24/01/2014

Sicilia laboratorio, sotto gli alleati

La Sicilia fu il primo lembo d’Europa occupato dagli alleati. Il 10 luglio 1943 le armate americane e britanniche vi sbarcarono e l’evento segnò la svolta nella guerra e quindi nella storia mondiale, al punto che la Sicilia del ’43 rappresenta a tutt’oggi un luogo di immenso valore simbolico. Attraverso una vasta e spesso inedita documentazione da archivi italiani, inglesi e americani, Manoela Patti, ricercatrice in Storia contemporanea a Palermo, affronta il racconto degli eventi, analizzandoli criticamente, nel saggio, prefato da Salvatore Lupo, «La Sicilia e gli alleati. Tra occupazione e liberazione» (Donzelli). Lo fa soprattutto dal punto di vista degli occupanti/liberatori, indagando sulle gravi contraddizioni del dopoguerra. Ne emergono i caratteri della politica dell’Amgot, il Governo militare alleato che controllò la Sicilia per mezzo di ufficiali agli affari civili, britannici e americani, dislocati in paesi e città, così come il differente approccio alla campagna europea e a quella italiana. - Dottoressa Patti, per la popolazione siciliana i soldati alleati erano nemici o liberatori? «Nella memoria collettiva prevale l’immagine dei siciliani in festa che accolgono i soldati anglo-americani e fraternizzano con i “figli” della Sicilia tornati nell’isola per liberarla. Le fonti ci restituiscono però un quadro molto più articolato e mostrano come nella popolazione - pur prevalendo un sentimento di gratitudine – si mescolarono indissolubilmente fiducia e paura, riconoscenza e rabbia. Diciamo che l’arrivo degli alleati fu accolto come una “liberazione” perché annunciava la fine delle terribili sofferenze che la guerra aveva portato con sé». - I rapporti fra Washington e Londra in Sicilia furono alquanto contrastati. Che cosa li divideva? «Le iniziali divergenze politiche tra i due alleati non compromisero l’attività dell’Amgot. Parlerei forse di “antipatie”, pregiudizi. Possiamo dire che gli inglesi consideravano gli americani dei buoni soldati ma non dei buoni amministratori: li giudicavano rozzi, vanesi e pronti a cedere alle lusinghe dell’aristocrazia sici- liana; li accusavano di essere troppo indulgenti con i separatisti. Dal canto loro, gli americani ci tenevano a sottolineare che i siciliani li apprezzavano ben più degli inglesi, ritenuti poco generosi, sprezzanti e ostili». - Quali furono i rapporti fra alleati e la mafia durante l’occupazione? «La mafia non ebbe alcun ruolo nello sbarco, mentre è vero che molti mafiosi furono nominati sindaci dal governo alleato. La necessità di mantenere l’ordine nelle retrovie, e di garantire la ripresa della vita normale, spinse l’Amgot a servirsi di ciò che la società locale offriva. Soprattutto nella Sicilia occidentale, in alcuni casi si ebbe l’elevazione al governo locale dei notabili più compromessi con la mafia, se non degli stessi capimafia. Il caso più noto è quello di Calogero Vizzini a Villalba, ma lo schema si ripeté in vari comuni dell’hinterland palermitano. Nel settembre del ’43 i carabinieri diffusero numerosi elenchi di mafiosi, e diversi amministratori locali indicati come tali furono deposti dall’Amgot. Più in generale, la decisione fu quella di intraprendere un’azione diretta contro la mafia solo laddove fossero state violate le norme stabilite dall’Amgot». - Quale fu l’atteggiamento degli alleati verso il fenomeno del separatismo che pure ebbe notevole seguito? «Qualche ufficiale coltivò simpatie per il movimento separatista, cui peraltro appartenevano molti dei sindaci mafiosi di cui ho detto e molti dei grandi proprietari aristocratici cui l’Amgot delegò il potere nell’isola. Diciamo che nell’estate del ‘43 i comandi alleati accolsero quegli aspetti dell’auto-rappresentazione sicilianista utili a garantirsi il favore della popolazione. Tuttavia non presero mai in considerazione il separatismo come opzione politica, e semmai favorirono le tendenze autonomiste, caldeggiando nel ‘44 l’istituzione dell’Alto Commissariato ». - Lei scrive che la Sicilia rappresentò un «laboratorio» in cui sperimentare un modello amministrativo da utilizzare poi su tutto il territorio italiano. In cosa consisteva? «In un’amministrazione militare congiunta, che prevedeva uno staff misto suddiviso in divisioni amministrative e, ispirandosi all’indirect rule, il governo indiretto dei britannici, stabiliva il coinvolgimento diretto delle élites locali nel governo d’occupazione e l’utilizzo del personale locale nella macchina amministrativa, anche con l’obiettivo di educare la popolazione alla democrazia; lo strumento fondamentale del controllo alleato fu individuato nel prefetto». - La Sicilia - lei scrive - anticipò il 25 luglio, e a maggior ragione l’8 settembre, sulla strada della transizione post-fascista. Perché? «Perché, prima che altrove, nell’isola esercito e civili si trovarono di fronte alla sconfitta e alla dissoluzione dello Stato fascista, che aprì quella grave crisi morale e sociale di lì a poco comune a tutta la popolazione italiana. Questo dopoguerra “anticipato” determinò inoltre, a livello locale, una precoce ricomposizione delle forze politiche e sociali».