Recensione
Sebastiano Brandolini, L'Architetto, 01/01/2014

Edilizia simbolica. Dagli anni Cinquanta a oggi

Non è facile indovinare quali siano le architetture che meglio rappresentano l’Italia del boom e dell’urbanizzazione, cioè degli anni Cinquanta e Sessanta. Forse non sono le opere sofisticate di Albini, Ponti e Gardella. E neppure le periferie delle grandi città, perché è più facile che queste ricadano nella categoria della edilizia pura, piuttosto che dell’architettura. Un bel libro, Storie di case. Abitare l’Italia del boom pubblicato dall’editore Donzelli, si occupa proprio di questo tema e cerca di fare il punto, cioè di capire cos’è la tipicità dell’architettura residenziale di quegli anni e se è in qualche modo possibile parlare di vernacolare moderno. Esiste, insomma, una certa qualità all’interno dell’anonimità (o dell’ordinarietà, come dicono gli autori) del boom edilizio italiano degli anni Sessanta che sia meritevole dell’attenzione da parte di noi architetti? Gli autori del volume – Filippo De Pieri, Bruno Bonomo, Gaia Caramellino e Federico Zanfi – per abbozzare una risposta si sono concentrati su Milano, Roma e Torino e hanno dato un taglio che non rientra in nessuna disciplina specifica, ma che ondeggia tra l’urbanistica, l’immobiliare, la sociologia, la domesticità; l’architettura emerge come il risultato di una strana equazione dalle molteplici incognite. Sono due le ipotesi su cui si basa il volume, che all’inizio ci regala un bel saggio fotografico, poetico e specifico, di Stefano Graziani. La prima ipotesi è che i 23 edifici (organizzati in ordine alfabetico per indirizzo, e non per città o per cronologia) nascondono tracce rilevanti per capire meglio alcuni aspetti della storia urbana dell’Italia contemporanea; la seconda ipotesi è che essi raccontano una pluralità di progetti di vita e immagini di società e rappresentano un importante patrimonio di memoria individuale e collettiva della città del Novecento. La casa è, storicamente soprattutto nel mondo anglosassone, un oggetto privilegiato delle scienze sociali; e questo può essere vero anche nel caso italiano di quegli anni, visto che furono costruiti quasi solo palazzi di appartamenti, cioè edifici che presuppongono il vivere insieme, e di conseguenza la condivisione. “Da un lato – dice l’introduzione – il volume ricostruisce il processo della loro edificazione e della loro successiva trasformazione, dall’altro raccoglie le memorie e i resoconti che è oggi possibile incontrare sui luoghi”. La città ordinaria – questo il teorema – è fatta di edifici poco conosciuti, che si sommano a una produzione media. Questo punto di vista è ben diverso dalla tradizione storiografica (oggi prevalente) di stampo autoriale-formale, e riconosce all’architettura e all’urbanistica un valore principalmente sociale. Adottando lo stesso punto di vista potremmo interpretare l’espansione londinese di metà Ottocento, il grattacielismo a Manhattan negli anni Venti dello scorso secolo, la casetta monofamiliare di legno a Los Angeles dagli anni Cinquanta e Sessanta oppure la storia particolare delle torri a fiammifero di Hong Kong. I numeri del settore delle costruzioni nell’Italia del boom fanno effetto. Tra il 1946 e il 1971 a Milano furono costruite 350.000 nuove abitazioni, a Roma 600.000, a Torino 250.000. Le situazioni erano molto varie: diverse tipologie, diverse scale di intervento, quartieri, parti di città, forme di attuazione, finanziamenti, professionisti e diversi operatori. Secondo una statistica condotta nel 2001, le case costruite in Italia tra la fine della guerra e gli anni Settanta rappresentavano a quella data oltre il 55 per cento dello stock abitativo disponibile. Sono case di appartamenti che raccontano un nuovo status sociale, nuovi materiali (piastrelle, parquet, plastica), nuove prospettive economiche, un nuovo comfort (divani, bagni di servizio, elettrodomestici), una nuova mobilità (automobili, motociclette), un nuovo tipo di verde (terrazze-giardino, giardini privati). Lo status sociale dei residenti si rendeva riconoscibile sia dalla metratura degli appartamenti che dalla qualità delle finiture, sia dalla presenza del verde che dalla disponibilità di posti auto. L’abitare come lifestyle non poteva prescindere dalla crescita dell’Italia nel suo insieme e segnalava una nuova emergente classe borghese e, col senno del poi, certificava anche l’arrivo della giustizia e della democrazia. La dimensione dell’abitare di cui il libro si occupa, nient’affatto nostalgica, non è solo quella degli spazi dell’alloggio, ma investe le soglie e gli spazi comuni: scale, ascensori, soffitte, cantine, box, auto, ingressi, cortili, giardini. Gli attori, a vario titolo coinvolti con la vita dell’edificio e raccontati dal libro, sono gli abitanti (proprietari e affittuari), i parenti, i vicini (di via, di casa, di piano), i custodi, gli amministratori, i costruttori, i tecnici e per fortuna anche i progettisti (architetti, ingegneri, geometri). È insomma una grande autobiografia collettiva. I 23 edifici narrati si trovano oggi nei centri e nei semicentri di Milano, Roma e Torino. Il nostro occhio non si accorge più della loro presenza; non sono né vecchi né nuovi, esistono e basta e non viene richiesto il nostro commento o critica. In compenso, questi edifici stanno invecchiando (prematuramente?) e all’età di circa 50 anni necessitano quasi sempre di opere di manutenzione straordinaria: non tanto perché non sono stati costruiti bene, ma perché quelle che un tempo erano prestazioni tecnologiche considerate buone oggi sono diventate scadenti (leggi consumo energetico). Sta probabilmente anche cambiando, per l’ennesima volta, il nostro stile di vita: rispetto agli anni Cinquanta-Settanta servono alloggi più piccoli, non necessariamente con un posto auto, più flessibili e magari senza soggiorno, perfettamente isolati contro il caldo e il freddo. La storia della casa va sempre avanti e richiede continui aggiornamenti.