Recensione
Sergio Luzzatto, Il Sole 24 ore, 19/01/2014

Padova razzista dal volto umano

All’altezza cronologica del 1938, l’università di Padova offre un laboratorio privilegiato su quanto ad Angelo Ventura preme ricostruire: i nessi fra il corto periodo dell’accelerazione antisemita del regime e il periodo medio o lungo dell’evoluzione ideologica e politica del fascismo. Che poi è il tema unificante dei saggi riuniti dall’editore Donzelli nel volume “Il fascismo e gli ebrei”. Di là dalla sensibilità politica degli uni o degli altri docenti, la storia dell’applicazione delle leggi razziali si consuma – all’università di Padova come altrove in Italia – lungo una sorta di doppio binario: il binario burocratico e il binario umano. Lungo il binario burocratico , le misure contro i professori di “razza ebraica” avanzano più o meno speditamente, e senza che mai una qualunque autorità o personalità si opponga alla legislazione antisemita in quanto tale. Lungo il binario umano, invece, càpita che l’applicazione delle leggi razziali risvegli gli scrupoli dei professori “ariani”, spingendoli a mobilitarsi non già sul terreno dei diritti e degli aditti, ma su quello degli affetti e degli effetti. A Padova, il comportamento del rettore Carlo Anti è rappresentativo in tal senso. Da amministratore dell’ateneo, il rettore applica con zelo le norme discriminatorie. Salvo spendersi generosamente per contenerne l’impatto sulla vita pubblica e privata di docenti stimati come colleghi , e tenuti cari come amici: tra i quali, in particolare, l’anatomista Tullio Terni. Se una singola vicenda di professore universitario può contenere i se stessa tutti gli ingredienti del dramma, questa è proprio la vicenda di Terni, cui Ventura dedica un saggio esemplare per motivazione civile oltreché per acribia storiografica. Fondatore, direttore, animatore dell’Istituto di istologia ed embriologia della facoltà di Medicina, Tullio Terni ha profuso nell’ateneo patavino il meglio delle sue forze di studioso e di insegnante, fino a quando la legislazione antiebraica non lo ha sospinto lungo il piano inclinato della discriminazione professionale, della disgrazia sociale, e anche – nel suo caso – di una depressione mentale senza rimedio. L’affannarsi dell’esimio scienziato tra gli uffici dell’anagrafe, le sacrestie delle chiese, le anticamere della Demorazza, nel (vano) tentativo di sfuggire legalmente alla persecuzione, è una scena di tragedia che lo vede accomunato a innumerevoli altri ebrei italiani: uomini e donne costretti dal regime a calcolare percentuali razziali del proprio sangue, a raccogliere sul capo spruzzi di acqua benedetta, a dimostrare chissà quali benemerenze fasciste, ben prima che l’armistizio dell’8 settembre ’43 facesse dell’Italia occupata un terreno di caccia per i volonterosi carnefici della Soluzione finale. Alla fine del 1938 la facoltà di Giurisprudenza dell’università di Padova perde un docente non ebreo, ma “ariano”: ordinario di Diritto processuale civile, Salvatore Satta lascia la cattedra sua sponte , ottenendo di trasferirsi all’università di Genova. Ma anche il caso di Satta, così diverso da quello dei suoi colleghi di “razza ebraica” , testimonia quanto spiritualmente accidentato sia stato il viaggio di tanti intellettuali italiani attraverso il fascismo, quanto lastricato di sollecitazioni, accomodamenti, concessioni, pedaggi. Tutt’altro che intellettualmente militante, Satta, non schierato apertamente con il regime , meno che mai tentato dalla propaganda antisemita. Piuttosto un uomo impolitico, un moralista dissimulato dietro le lenti del giurista. Eppure intellettuale funzionario, Satta. Un uomo disponibile, almeno fino alla “svolta” del ’38, ai bisogni e alle bisogna del regime. Perché vorrà ben dire qualcosa che Satta avesse accettato, nel febbraio 1937, di ricoprire per incarico – presso la facoltà patavina di Scienze politiche –l’insegnamento di Storia e dottrina del fascismo. Fra tutti gli insegnamenti universitari possibili, il più connotato come omaggio politico al regime, e come omaggio culturale al duce. Quand’anche si fosse risolto a insegnare la materia obtorto collo, dietro insistenza del rettore Anti, rimane che Satta aveva assunto l’incarico, a differenza di altri colleghi sollecitati prima di lui, fermi in un rifiuto motivato con l’una o con l’altra scusa. “Mi affretto a porgere i segni della mia più viva gratitudine per l’onorifica proposta da Lei fatta a S.E. il Ministro, e Le assicuro che cercherò di svolgere il mio compito in modo degno della fiducia in me riposta”: così Satta nella lettera ad Anti di accettazione dell’incarico, essendo allora ministro dell’Educazione nazionale quel Giuseppe Bottai che tanto si sarebbe distinto, l’anno dopo, nella promulgazione e nell’applicazione delle leggi razziali. Il duce nella dommatica e nella storia delle istituzioni fasciste recitava il titolo del corso insegnato a Padova dal professor Satta, per un compenso di “Lire 4.700 pagabile in ottavi”. Chissà se un uomo della tempra morale di Salvatore Satta aveva in mente soprattutto questo –l’essersi piegato a tenere un corso di Storia e dottrina del fascismo – il 4 gennaio 1938, quando in una lettera alla fidanzata lamentava la “mala ventura” del suo primo anno di insegnamento patavino, spiegandole di confidare in un prossimo trasferimento ad altra università. E chissà se, più in generale, un giurista del livello culturale di Satta misurava tutta la forza del nesso che teneva insieme , indissolubilmente, la dottrina del fascismo e la sua storia: il legame cogente fra una certa teoria della nazione, della razza, dello Stato, e una certa prassi del potere, dell’identità, della gerarchia . Di sicuro, lo studio del rapporto fra la dottrina del fascismo e la sua storia è esattamente quanto ha occupato Angelo Ventura nelle magistrali ricerche qui raccolte in volume. Per contribuire a spiegare ciò che non smette di interpellarci, fra le molte disgrazie prodotte dall’ideologia e dalla politica del regime, come la più imperdonabile: la persecuzione degli ebrei italiani quali “sottouomini”.