Recensione
Marco Vallora, La Stampa, 18/01/2014

Van Gogh, non voglio la gloria

Curioso, ma non troppo, che escano, quasi in contemporanea ( e con pure uno dei traduttori bigamo) due raccolte, in volume unico, dedicate alle Lettere di van Gogh. Un volume più “ricco” ed in odore di strenna da Einaudi, ed uno più ricco in lettere e più economico, da Donzelli entrambi finalmente corredati dai basilari schizzi di tele in progress, di cui l’artista olandese farciva le sue epistole ( la carta giallina di Donzelli omaggia meglio gl’inchiostri). Non stupisce, perché van Gogh è ormai un mito imperituro, le sue lettere sono di pura intelligenza straziata e di alta letteratura, latitano i diritti e soprattutto le lettere stesse , in versione trilingue, olandese, francese e inglese ( sono le lingue in cui scriveva anche il colto van Gogh) sono ormai disponibili su di un sito on line. Cui l’edizione Donzelli ti rimanda, per snellire il volume già corposissimo, ed evitare le note di commento ( che invece si trovano, nella edizione Einaudi). Però “Scrivere la vita” di Donzelli ( che risulta essere “l’unica selezione concepita e autorizzata dal Van Gogh Museum di Amsterdam) vanta in più l’indice, se pur di complessa consultazione. Perché, basato sull’edizione originale, riguarda non la pagina esatta, ma il numero della lettera ( dunque bisogna sfogliare , sfogliare, perché notoriamente le lettere di Van Gogh sono sterminate, tanto la sua pittura è rapida e fulminante). E se le lettere Donzelli sono 265 contate, e 110 gli schizzi, quelle del Millennio, curato da Cynthia Saltzmann ( che già aveva dedicato un saggio Einaudi al dottor Gachet, medico ritratto dall’artista) navigano intorno a “circa 200”, ma molte più sono le tavole a colori, a doppia pagina, e si parla di “integrità dei disegni”. Così non si creda agli slogan pubblicitari, che simulano l’integrità, “tutte le lettere di…”: le sue lettere ritrovate sono, in realtà, 819, di cui 650 al solo fratello Theo ( da cui molte vecchie edizioni , che si limitavano a questo legame esclusivo, dimenticando gli scambi essenziali con Gauguin, Emile Bernard, ed altri pittori. Mentre esiste un raro volume di lettere di Theo a Vincent: Verranno giorni migliori). La vecchia integrale di Amadeus , in sei volumi, risultando interrotta, ci si è sempre affidati a scelte arbitrarie, ritagliate. A chi scrive è capitato di rinunciare alla curatela del volume Lineadombra, perché la selezione grafica imposta costringeva a troppe rinunzie, e così molti frammenti essenziali di lettere espunte si son riversate nella prefazione, tamponando cocenti castrazioni. Chi si può permettere il lusso , ben remunerato, di comparare i due volumi, bilanciando le perdite, potrà verificare quante discrepanze incredibili nelle scelte delle lettere ( come poterne dimenticare una, per esempio, alla semplice e devota sorella Willemien, in cui Vincent si autoritrae così umanamente)? Curiosamente invece ( ne fa solo un cenno nell’introduzione la Saltzmann) manca in entrambi l’ultima lettera, straziante, interrotta, trovata nei pantaloni insanguinati dell’agonizzante, da Theo, che ci scolpisce sopra, per non dimenticare, la data di quell’”orribile giorno 27 luglio. Ce l’aveva con sé” ( un tempo la si credeva apocrifa: ma chi poteva così ben “rifare” Van Gogh, simulare i suoi fantasmi interiori?). Ed è un tassello imprescindibile per capire il rapporto, più che morboso, neuropatico, tra i due fratelli (Theo morirà sei mesi dopo, sifilitico, assalito anche lui da allucinazioni mentali). “Ti ho sempre considerato qualcosa di più di un semplice mercante di Corot, che attraverso di me hai sempre partecipato alla produzione stessa di alcuni quadri che, pur nel totale fallimento, possiedono una loro serenità. Ebbene io rischio la vita nel mio lavoro e la mia ragione si è consumata per metà, va bene, ma tu non sei fra i mercanti di uomini….” Si capisce quale sorta di “ditta” morale Van Gogh abbia cercato di instaurare , dopo il fallimento del sodalizio con Gauguin, con il fratello, che rende “consanguineo” delle sue opere.