Recensione
Paolo Fallai, Corriere della Sera, 16/01/2014

Una stagione di piombo e di passione

Bisogna cominciare da Maurizio Di Leo per cercare di raccontare l'ultimo libro di Vittorio Emiliani "Cronache di piombo e di passione"(Donzelli) che attraversa tredici anni nella storia del Messaggero. maurizio era un tipografo del quotidiano in via del Tritone e aveva solo 34 anni quando i neofascisti dei "Nar" lo uccisero , il 2 settembre 1980, forse scambiandolo con Michele Concina, il cronista che seguiva l'estrema destra, forse per colpire "nel mucchio" quel giornale, cercando di seminare il panico. Fallirono questo e tutti i loro sanguinosi obiettivi. La storia di Maurizio Di Leo è esattamente a metà del libro di Vittorio Emiliani, il più emozionato tra i venti volumi che ha scritto nel corso della sua lunga carriera. E non solo perché del Messaggero Emiliani è stato direttore per sette anni, dal 1981 all'1987, ma per il senso di partecipazione morale e civile che ha contrassegnato qualla terribile stagione del giornalismo italiano. Pagando prezzi altissimi e opponendo una generazione di giornalisti coraggiosi all'arroganza del potere - quella c'è e c'è sempre stata - e alle tempeste di anni violenti e pieni di incertezza. Sono centinaia i nomi che Emiliani cita, fotografando il loro ruolo e le loro qualità: io voglio ricordare quelli di Silvano Rizza, suo condirettore e un "maestro" della cronaca, capace di rivoluzionare le pagine romane del giornale e quello di Vittorio Roidi, che ha reinventato le inchieste sul territorio. E la dedica di Emiliani a "Piero Agostini, Enzo Forcella, Paolo Murialdi e a quanti si sono battuti e si battono per la dignità di questo nostro mestiere". Il sottotitolo del suo libro "L'altro Messaggero" - Un giornale laico sulle rive del Tevere 1974-1987" ne chiarisce i confini , ma l'editore avrebbe potuto anche proporre in alternativa "Storia di un'assunzione e di un licenziamento". E' tra questi due momenti che si muove il racconto di Emiliani, dalla chiamata di Italo Pietra che lo aveva avuto al "Giorno" e lo convince nel 1974 ad abbandonare Milano. "Ho fatto fatica ad assumerti", gli confida il direttore, qui si era sparsa la voce che eri diventato troppo di sinistra. Alla direzione arriva nel 1981, quando dovrà sostituire Luigi Fossati. Il quotidiano era di proprietà della Montedison ed è lo stesso Emiliani a raccontare che fu il vicepresidente Mario Schimberni ad affidargli il giornale, prima di annunciare un viaggio a Singapore che gli permise di non rispondere alle 27 telefonate di protesta di Claudio Martelli, all'epoca vice di Bettino Craxi. Non meno turbolento fu il licenziamento: dopo sette anni Vittorio Emiliani non solo ha riportato in attivo i conti del giornale, ha sfondato la quota di 300.000 copie. Ma questo non sarà sufficiente a evitare di essere allontanato per volere - racconta - di "De Mita, Craxi e Martelli. Ma poi i socialisti si pentirono". Tra queste date c'è la storia di un modo di fare giornalismo, comprese decisioni sofferte e molto rischiose come quella presa nelle prime settimane di direzione: pubblicare i comunicati dei terroristi "per ragioni umanitarie" senza retrocedere di un millimetro sul giudizio netto di condanna delle loro azioni. Una scelta che culmina con la pubblicazione del comunicato dei rapitori del giudice Giovanni D'Urso e il giorno dopo nella liberazione dell'ostaggio. E' difficile immaginare oggi la tensione di quei momenti, in giornate che erano "normalmente" scandite dal bollettino di sangue delle uccisioni, dei ferimenti, delle minacce. Molti, tra i lettori "professionali" del libro di Vittorio Emiliani - e tra questi cito la bella recensione di Pier Vittorio Buffa - hanno sottolineato che ogni giornalista ( giovane o meno giovane) dovrebbe leggerlo, per capire qualcosa di più della storia recente italiana, per "vedere" con gli occhi e nell'esperienza di un direttore un modo di interpretare quasto mestiere e forse tornare a stimarlo. Mi unisco all'appello.