Recensione
Goffredo Fofi, Il Sole 24 ore, 22/12/2013

Tutte le belle favole dell'isola di Sicilia

Questa trionfale edizione donzelliana delle fiabe e racconti del Pitrè copre un vuoto e mette a disposizione a un pubblico non soltanto di eruditi il repertorio più straordinario di quelle narrazioni fiabesche che ebbe nell’Ottocento e nei primi del Novecento cultori attenti e appassionati in tutta Europa, opportunamente riproposto nel tempo da Einaudi ( la casa editrice dove Carmine Donzelli ha imparato il mestiere) nella collana dei Millenni. Per quanto riguarda l’Italia , quel repertorio è stato mirabilmente selezionato e interpretato da Italo Calvino a metà degli anni ci quanta pescando dalle raccolte locali e dandone una traduzione in lingua che ne potenziava questa la scommessa e questo il risultato – la forza e la libertà, il fascino e la complessità, ma nello stesso tempo ne rispettava al massimo – e da vero artista – una leggibilità nuova che tenesse conto, prima di ogni altra cosa, dei bambini che ( queste fiabe) leggevano o a cui saranno lette”. Ma immaginiamo anche l’eccitazione dello scrittore alla lettura del primo racconto del Pitrè, “Lu cuntu di “ “Si racconta”, il racconto di “si racconta”… Mentre Calvino procedeva nel suo lavoro, un suo corrispondente, anche lui poco più che trentenne, Pier Paolo Pasolini, procedeva alla raccolta delle sue raccolte di poesie popolari, il Canzoniere italiano, e poco si è riflettuto su questa coincidenza, negli anni in cui - dopo il fascismo – i giovani scrittori scoprivano l’Italia e avevano fratelli maggiori, in questo campo specifico, che si chiamavano De Martino, Toschi, Cucchiara. Le traduzioni dei vari dialetti della penisola affrontate da Calvino e Pasolini tenevano nel massimo conto la questione dell’oralità. (Di raccogliere nuove storie orali, negli stessi anni, bensì tutt’altro che fiabesche e tremendamente reali, si occupavano Scotellaro e Dolci, che Calvino citava come “due cari amici miei”). Fiabe, canti, poesie erano recitati e non scritti. Questo ancora oggi fa la differenza tra gli originali, trascritti dalla voce dei narratori e cantori quasi sempre analfabeti, e la traduzione in lingua, un handicap che Calvino superò riscrivendo, rielaborando , pensando al legame che il racconto orale originale e quello cui era anzitutto destinato il suo lavoro, una raccolta di testi fatti per venir letti ad alta voce, o per fornire le basi e gli stimoli a nuovi racconti orali. Si leggano a riprova la versione originale di qualcuna delle più belle fiabe raccolte da Pitrè, per esempio Lu piscatori, e se ne veda la fedele traduzione di Bianca Lazzaro – che ha affrontato con il massimo di coscienza professionale un’impresa vasta e delicata – e infine la riscrittura di Calvino, che arriva a cambiare il titolo in Balalicchi con la rogna, sintetizzando il racconto e cercando, e in buona parte ritrovando, la freschezza dell’originale. D’altra parte, per l’altro grande repertorio di fiabe italiana stavolta scritte e non raccontate a voce, anche se spesso rielaborazioni e reinvenzioni di storie orali, il Pentamerone o Cunto de li cunti di Giambattista Basile, si sono avute più traduzioni in lingua ( o perfino in napoletano dalla seconda metà del ‘900), le più godibile delle quali non sono, credo, le più fedeli. Felici, dunque, sopra tutti gli altri lettori odierni, coloro che conoscono il dialetto siciliano e in particolare il palermitano, e felici coloro che sapranno, sul “continente” , trarre frutto dalla traduzione in lingua per una propria recitazione o interpretazione destinata a conquistare l’attenzione dei propri figli o di figli d’altri. La figura di Giuseppe Pitrè ( Palermo 1841-1916) è straordinaria, affascinante, e non nota quanto merita. Avrebbe meritato narratori o registi che la raccontassero. Rimedia in qualche modo Jack Zipes rendendoci vicino e caro questo medico dei poveri che aveva fatto della sua modesta carrozza non solo il mezzo per raggiungere i suoi malati nelle tre direzioni della città, partendo dall’antico quartiere del Borgo dove viveva, ma anche un ufficio o studio itinerante, dove teneva carte e raccoglieva appunti. Dice giustamente Zipes che il suo lavoro fu ben più vasto e corretto, anche se ancora di scienza demologica e di morfologia della fiaba non si parlava, di quello degli stessi Grimm, perché le sue furono trascrizioni e non riscritture, anche se i Grimm, e più tardi Calvino, ottennero più eco e successo proprio grazie al loro intervento letterario. Come per le fiabe del Montale pistoiese raccolte dal Nericci, anche nel caso di Pitrè le narratrici ideali sono le donne – anzi le donne d’età, le donne vissute, le vecchie. Per Pitrè, fu fondamentale una donna che gli era famigliare, e anzi l’aveva aiutato a crescere, l’analfabeta Agatuzza Messia di via Gelso nero al Borgo – narratrice tra l’altro della stupenda versione siciliana della fiaba di Cenerentola, Grattula- Beddàttula, che la Lazzaro chiama “la nostra Shahrazad”. Fiabe maschili sono piuttosto quelle di Giufà e di Terrazzano, stolti-furbi e il secondo, mi pare, imparentato con i personaggi comici dell’opera dei pupi, ma è alle donne, anzi alle nonne, che spetta il primo posto in questa raccolta e nelle altre consimili, e alla poesia di Agatuzza e all’affezione che ella porta ai personaggi femminili , alle loro sventure e alle loro rivendicative avventure – è qui che troviamo i gioielli più belli della raccolta del Pitrè, quelli in cui ci sembra di avvertire nel trasmettitore perfino una sorta di trasporto affettivo. Ma certe fiabe al maschile non sono da meno, per esempio quella di Lu piscicola, e cioè del Cola Pesce, ben noto per le molte versioni, da quella di Croce fino a quella di Sciascia. Atto d’amore per la Sicilia e non solo per Palermo, la raccolta del Pitrè è servita da stimolo o sfondo per quelle narrazioni della grande letteratura siciliana che – da Lanza a Savarese fino a Consolo e fino, in cinema e in teatro, all’opera di Franco Scaldati, Ciprì e Maresco, Emma Dante – affondano le loro radici e nella grande tradizione folklorica della grande isola. E vale la pena di ricordare che la raccolta di Pitrè fu più o meno coeva alla pubblicazione di I Malavoglia o delle opere, anche per ragazzi, di Capuana. A questa grande tradizione la doppia edizione donzelliana rende il giusto onore a partire dal suo rappresentante più appassionato, anche se ha scelto per sé la parte non dell’inventore ma del trasmettitore del medium. L’edizione in un volume e solo in italiano è corredata dalle preziose illustrazioni/interpretazioni di Fabian Negrin, uno dei massimi illustratori viventi, inventore in proprio ma anche interprete da sempre e reinventore delle grandi tradizioni e dei grandi maestri. Ci auguriamo, per il Natale del 2014, una riproposta in economica di entrambe le edizioni….