Recensione
Diego Gabutti, Italia Oggi, 24/12/2013

Non è vero che gli americani, sbarcando in Sicilia, si fecero aiutare dalla mafia, che invece affrontarono a muso duro

Col suo La Sicilia e gli alleati. Tra occupazione e liberazione, Donzelli 2013, pp. 239, 19,00 euro, Manoela Patti racconta la storia degli Alleati in Sicilia senza i richiami di rigore ai miti dello sbarco, primo tra tutti quello d’un accordo segreto tra gli Stati Maggiori e la mafia di New York, come hanno fantasticato, da noi, gli storici «organici» e le Commissioni antimafia. Tutti, in Sicilia, hanno a che fare (prima o poi, in un modo o nell’altro) con le cosche, ma gli alleati, come racconta Manoela Patti, all’inizio non le riconobbero come tali, poi le affrontarono a muso duro, come si fa con le ghenghe criminali. Eppure «la collaborazione della mafia allo sbarco alleato», scrive Manoela Patti, «costituisce uno dei capisaldi di quello che potremmo chiamare immaginario mafiologico, ed è all’incirca dagli anni sessanta un argomento costantemente riproposto dalla pubblicistica e dai media. È stato anche ripreso in ambito ufficiale dalla commissione parlamentare antimafia del 1993 che ha acquisito come verità quella di una collaborazione “tra mafiosi italiani o italoamericani”. Si tratta però di certezze che non reggono alla prova documentale”. «Inoltre», prosegue la Patti «la tanto attesa desecretazione delle carte dell’Oss relative al periodo dello sbarco alleato in Sicilia non ha prodotto risultati atti a confermare l’esistenza di un accordo fra le forze alleate e la mafia siciliana; anzi, come già detto, sono proprio i progetti di sbarco in Sicilia preparati dagli italo-americani dell’Oss a confermare, ancora una volta, che tra la mafia e l’intelligence americana, sia civile che militare, non vi furono accordi segreti». Gli alleati, in Sicilia, ebbero naturalmente a che fare con i mafiosi, rimasti per lo più «in sonno» durante il fascismo, che gli aveva aizzato contro i mastini del Prefetto Mori. Senza ottenere, per altro, grandi risultati, anche qui a dispetto dell’«immaginario mafiologico» e «fasciologico», visto che «gli alleati trovarono, al momento dello sbarco, una mafia ben viva, pronta ad accoglierli e a usarli per sfruttare le opportunità che il crollo dello Stato fascista e la fine della guerra inaspettatamente offrivano». Manoela Patti smonta anche il mito, parallelo a quello mai abbastanza sfatato degl’«italiani brava gente», degli alleati senza macchia, che secondo la vulgata non facevano che offrire caramelle ai bambini, sigarette ai loro genitori e biografie di George Washington agli alfabetizzati. In realtà vi furono massacri di siciliani in rivolta (vuoi contro gli ammassi del grano, vuoi contro la leva militare). Non mancarono, come in tutte le guerre, stupri e rapine da parte dei vincitori. E se lo sbarco in Sicilia (l’Operazione Husky, alla quale Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino hanno dedicato un libro, Operazione Husky, Castelvecchi 2013, pp. 273, 19,50 euro, che raccoglie «i documenti segreti americani e inglesi sullo sbarco in Sicilia») fu una guerra di liberazione, come tutte le guerre combattute dalle democrazie, si meritò non di meno anche le virgolette alle quali, talvolta, la parola «liberazione» si deve adattare, come i mafiosi talvolta si adattano alle manette. Pieno di banditi e di cafoni, di soldati e di renitenti alla leva, di separatisti in odore di mafia e d’aristocratici che passeranno dal separatismo e dalla mafia alla Democrazia cristiana, di comunisti e d’agenti segreti, La Sicilia e gli alleati non è soltanto un libro di storia pieno di meriti. È anche un libro di storie; e si legge con piacere, oltre che con profitto.