Recensione
Nicoletta Tiliacos, Il Foglio Quotidiano, 28/12/2014

ALTRO CHE CALVINO E’ PITRE’ IL MAESTRO DELLE FAVOLE

Riuscirò a rimettere i piedi sulla terra?”: lo scriveva Italo Calvino nell’introduzione alle sue “Fiabe Italiane” (oggi nei Meridiani Mondadori), al termine dei due anni di lavoro, tra il 1954 e il 1956, che su commissione di Giulio Einaudi aveva dedicato a quella prima e fondamentale raccolta di favole di ogni parte d’Italia. Su duecento (volutamente lo stesso numero delle fiabe della tradizione germanica raccolte dai fratelli Grimm), ben quaranta provenivano dal lavoro del palermitano Giuseppe Pitrè, oggi considerato un vero gigante tra gli studiosi europei di tradizioni popolari di ogni tempo e paese, infaticabile raccoglitore, dalla metà dell’Ottocento fino alla sua morte, delle fiabe della sua Sicilia. Anzi, per usare le sue stesse parole, di “fiabe di re, di principesse fatate, di draghi e mammedraghe (…); novelle che narrano piacevolezze, motteggi, facezie, burle che popolo e letterati fanno avvenire nel tal paese, e in persona del tale o tal altro; (…) tradizioni storiche e fantastiche di luoghi e di persone; (…) proverbi e modi di dire proverbiali spiegati, per la loro origine, con aneddoti e storielle; (…) favolette e apologhi nel significato ordinario della parola. Gli attori delle novelle sono umani e sovrumani, reali e immaginari: uomini, animali, fate, draghi, giganti, maghi, demonii, ecc.”. Tornando per un attimo a Calvino, sappiamo che lui i piedi sulla terra non li avrebbe più rimessi del tutto. Consegnate le “Fiabe italiane”, si sarebbe dedicato alla scrittura del “Barone rampante”: libro dall’andamento decisamente favolistico, nel quale il protagonista, Cosimo, decide di andare a vivere su un albero e giura che non ne scenderà più (promessa poi mantenuta). Ma ora che abbiamo letto le trecento fiabe siciliane raccolte da Pitrè e da poco pubblicate da Donzelli in un volume intitolato a buon diritto “Il pozzo delle meraviglie” (edizione integrale tradotta dal siciliano e curata da Bianca Lazzaro, con 18 tavole a colori di Fabian Negrin, 804 pagine, 30 euro), possiamo dire che lì, in quei racconti, favole e apologhetti siciliani, la terra sotto i piedi non manca mai. C’è sempre e sempre si fa sentire, anche nelle situazioni più iperboliche e fantasiose. Sembra insomma di sentir scorrere, in quel pozzo delle meraviglie di nome e di fatto, le acque profonde di un immaginario unico al mondo, nato da consuetudine antica con il soprannaturale e tuttavia impastato di natura e di vita vera, di sofferenze e gioie concretissime, coesistenti e cooperanti con il sovrumano. Questa vocazione siciliana a non staccarsi mai del tutto dalla terra era stata notata anche da Calvino. Il quale sosteneva che “è dalla Toscana e dalla Sicilia che ci vengono le due più belle raccolte che l’Italia possieda”, ma individuava una particolarità tutta siciliana: “Di solito la corte dei re nelle fiabe popolari è qualcosa di generico e d’astratto, un vago simbolo di potenza e di ricchezza; in Sicilia, invece, re, corte, nobiltà sono istituzioni ben precise, concrete, con una loro gerarchia, una loro etichetta, un loro codice morale: tutto un mondo e una terminologia d’invenzione, di cui queste vecchiette analfabete sfoggiano una minuziosa competenza: ‘Stu Re di Spagna avìa lu Bracceri di manu manca e lu Bracceri di manu dritta’… ed è caratteristica della fiaba siciliana che i re non prendano una decisione importante senza consultare il Consiglio. “Lu Re tocca campana di Cunsigghi: eccu tutti li Cunsigghieri. ‘Signuri miei, chi cunsigghiu mi dati?’…”. Il merito inestimabile di Pitrè è di aver dato per sempre voce e forma a quell’immaginario. Scrive Bianca Lazzaro (traduttrice e curatrice anche dei quattro volumi, sempre pubblicati da Donzelli, che comblicazione annuale di folklore erotico fondata a Heilbronn, in Germania, da due specialisti di tradizioni popolari slave, e alla quale contribuivano alcuni tra i più importanti studiosi dell’epoca. Sono state per questo attribuite a Pitrè le dottissime “note comparative” all’edizione francese delle settantasette “Fiabe russe proibite” (di argomento licenzioso e anticlericale), raccolte da Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, escluse per decisione della censura zarista dalla sua immensa opera sulle favole russe (otto volumi, pubblicati tra il 1855 e il 1863). La vena licenziosa, umoristica e piuttosto strafottente verso preti ipocriti e potenti gaglioffi appare ben radicata anche nel mondo favolistico siciliano. Come nota Zipes, molte storielle comiche “su san Pietro, ad esempio, mostrano un atteggiamento irriverente verso questo santo in particolare, spesso borioso e presuntuoso. Nei racconti su san Giuseppe e san Michele, invece, il santo sembra avere più la funzione di una fata che di un personaggio biblico. L’umorismo può anche assumere un tono satirico. Una delle storie più taglienti nella raccolta è ‘Il ciabattino e i monaci’, in cui Peppe, un povero calzolaio, manda letteralmente in rovina un monastero e tutti i monaci, per via della loro depravazione (tema ricorrente anche nelle “fiabe proibite” russe, ndr). In realtà c’è una forte vena anticlericale che scorre in molte storie, come ‘Il Monaco e il frate’, ‘Il prete e i compari pecorai’, ‘Il Mezzadro e il Predicatore’ e ‘Il naso del Sacrestano’. Per quanto i siciliani fossero religiosi e timorati di Dio, non riverivano troppo parroci e sacrestani. Erano anche assai critici gli uni con gli altri, nonché con i forestieri. Alcune delle storie più comiche, come ‘Il Calabrese e Il Petralese’, raccontano la dabbenaggine dei bifolchi; altre, come ‘Il ladro di Sicilia e il ladro di Napoli’ e ‘Il Napoletano e il Siciliano’, vantano l’intelligenza dei siciliani, sempre più scaltri dei napoletani, così come alcune storie mostrano come i palermitani si vedano perduti, una volta lasciata la città per la campagna”. Spesso sono le sfumature lessicali, le formule ricorrenti e gli intercalari a condire di spezie salaci le favole, i raccontini, gli apologhetti riportati da Pitrè. Che non appaiono conservati sotto formalina ma ben vivi, perché è viva la voce dei narratori, riportata con religiosa dedizione dal medico folklorista palermitano. Lo spiega la Lazzaro, che nel suo lavoro di traduttrice ha cercato di “rispettare le partiture affidate alle sonorità di ripetizioni, spesso insensate o sgrammaticate (‘c’era una volta un Re e una Regina’; ‘una volta c’era e c’era un ciabattino’; ‘si conta e si racconta che…’; ‘una volta si racconta che c’era…’); a intercalari coinvolgenti (‘figuratevi!’; ‘non vi dico!’; ‘facciamo per dire’; ‘stava fresco!’); a incisi proverbiali (‘per non saper né leggere né scrivere’; ‘zitto e mosca’); a chiassose onomatopee (tuppiti, puffete, tappete, zacchete); a personaggi che ‘prendono e vanno’ o che ‘si voltano e fanno’, piuttosto che avviarsi o rispondere; a virate sintattiche, che dal presente ci catapultano nel passato remoto e viceversa, per facilitare l’immedesimazione nei fatti narrati. Per non parlare delle espressioni dichiaratamente metanarrative delle contatrici (‘mannaggia a me’, ‘m’ero scordata che…’; o ‘nelle storie si fa presto’, oppure ‘lasciamo ora il Reuccio e sua madre e passiamo alla povera ragazza’…), con cui esse tengono il filo del discorso e, quasi a evocare i gesti di un abile ‘puparo’, manovrano l’attenzione di chi ascolta con la sapienza di un mestiere che è il più antico del mondo: raccontare storie. E così per esempio ‘cuntu’ diventa storia, e ‘cuntare un cuntu’ è raccontare una storia – perché così direbbe un’Agatuzza dei giorni nostri se si mettesse a raccontare in italiano moderno”. “Agatuzza” è Agatuzza Messia, antica Esce per Donzelli la prima traduzione integrale delle fiabe scritte da un grande studioso palermitano di tradizioni popolari La vena licenziosa, umoristica e strafottente verso preti ipocriti e potenti gaglioffi è ben radicata in questo mondo di fiabe di Nicoletta Tiliacos prendono il corpus integrale della prima edizione del 1875 di “Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani”, completa di apparati e con il testo in dialetto a fronte) che Pitrè “è stato finora il grande fantasma della fiaba italiana”. Perché, “come una fata amorevole e gelosa, il dialetto siciliano ha occultato, per quasi un secolo e mezzo, sotto una spessa coltre impenetrabile ai più” – fatta eccezione per i quaranta racconti della selezione calviniana – quello che è, “per giudizio unanime dei maggiori studiosi, il più ricco repertorio mai raccolto nel nostro paese, e forse il più importante di tutta l’area europea”. La stessa storia di Giuseppe Pitrè assomiglia per qualche verso a una delle sue favole. Figura singolare di medico, scienziato e folklorista (lui aveva inventato per sé la qualifica di “demopsicologo”) fu uno di quei “diligenti studiosi di folklore della generazione positivista” che si misero “a scrivere sotto dettatura delle nonne”, come diceva Calvino. Era nato nel povero quartiere palermitano di Borgo il 22 dicembre del 1841, in una famiglia di antiche tradizioni marinare. Quando il padre, imbarcato su un transatlantico, morì di febbre gialla a New Orleans, Giuseppe, che aveva appena sei anni, andò a vivere con la madre e il fratellino Antonio nella casa del nonno materno, che molto contò nel plasmare i suoi interessi. Per volere della madre, che voleva risparmiargli il faticoso destino della gente di mare, Giuseppe riuscì a studiare; nello stesso tempo, scrive il comparatista e germanista americano Jack Zipes nell’introduzione al “Pozzo delle meraviglie”, “gli intensi e calorosi rapporti mantenuti con la cerchia dei parenti e degli amici nel quartiere di Borgo segnarono in modo indelebile la sua propensione verso la gente comune. Sin da bambino si mise a raccogliere proverbi, espressioni marinaresche e canti, e ben presto fu chiaro che possedeva una vocazione letteraria e una particolare curiosità per la storia delle usanze e delle credenze dei siciliani, soprattutto delle classi più umili. Nel 1861, dopo una breve adesione all’insurrezione garibaldina, Pitrè si iscrisse alla facoltà di Medicina di Palermo e cinque anni più tardi conseguì brillantemente la laurea. Fu dunque nel 1866 che iniziò la sua attività di medico, proprio mentre in tutta la Sicilia scoppiava una terribile epidemia di colera. E così si dedicò anima e corpo ai malati che a centinaia venivano contagiati dal morbo, e ben presto capì quanto fosse importante continuare la professione medica, mentre perseguiva i suoi interessi di folklorista. Pitrè andava a visitare i pazienti a piedi o in calesse, ed era spesso grazie a loro, e alla loro cerchia di parenti e amici, che riusciva a raccogliere e trascrivere canti, proverbi e fiabe. Da allora fino alla sua morte divenne sempre più noto a Palermo come lo smilzo dottore che annotava e scriveva persino libri interi nel calesse”. Quel calesse démodé, Pitrè lo chiamava scherzando il suo “studio viaggiante”. Il folklorista svizzero Walter Keller, che ebbe modo di vederlo, racconta che “l’interno era stato trasformato in un piccolo studio con una scrivania, e le pareti contenevano ogni sorta di nicchie, doppi fondi e tasche invisibili da cui Pitrè estraeva manoscritti, libri, riviste e missive. ‘Vedete – mi spiegò, – sono anni che sbrigo quasi tutta la mia corrispondenza in questo studio viaggiante’. ‘Aha! – pensai. – Ecco perché la sua calligrafia nelle lettere è così confusa e tremolante’”. L’episodio illustra anche l’appartenenza di Pitrè a quella vera e propria “internazionale” dei folkloristi che si scambiavano scoperte, osservazioni e visite da un capo all’altro d’Europa. Nel suo immenso “Archivio per le tradizioni popolari”, il medico siciliano recensiva la letteratura domestica di casa Pitrè e vera Shahrazad del “Pozzo delle meraviglie”. A lei, narratrice analfabeta che l’aveva tenuto in braccio da bambino, il medico raccoglitore di favole nel 1875 dedicò un grato omaggio nella prefazione alla sua opera monumentale, che merita di essere letto estesamente: “Tutt’altro che bella, essa ha parola facile, frase efficace, maniera attraente di raccontare, che ti fa indovinare della sua straordinaria memoria e dell’ingegno che sortì da natura. Conta già i suoi settant’anni ed è madre, nonna ed avola; da fanciulla ebbe raccontate da una sua nonna, che le aveva apprese dalla madre e questa, anche lei, da un suo nonno, una infinità di storielle e di conti; avea buona memoria, e non le dimenticò mai più (…) Tra le sue compagne del Borgo, rione, o, come dice il popolo, quartiere di Palermo, essa godeva riputazione di brava contatrice, e più la si udiva, e più si avea voglia di udirla. Presso che mezzo secolo fa, ella dovette recarsi insieme col marito in Messina, e vi dimorò qualche tempo: circostanza, questa, degna di nota, giacché le popolane nostre non uscivano mai dal proprio paese altro che per gravissime bisone. Tornando in patria, essa parlava di cose di cui non potevano parlare le comari del vicinato: parlava della Cittadella, fortezza che non c’era uomo che potesse prendere, tanto che non ci poterono gli stessi Turchi; parlava del Faro di Messina, che era bello ma pericoloso pe’ naviganti; parlava di Reggio di Calabria, che, affacciandosi ella dalla Palizzata di Messina, pareva volesse toccare colle mani; rammentava e contraffaceva la pronunzia de’ Milazzesi, che parlavano, diceva la Messia, tanto curiosi da far ridere. Tutte queste reminiscenze son restate vivissime nella sua memoria. La Messia non sa leggere, ma la Messia sa tante cose che non le sa nessuno, e le ripete con una proprietà folkloristica di tutto il mondo. Sappiamo anche che collaborò a Kryptàdia, una Greci, Romani, arabi, turchi, francesi e spagnoli – che avevano lasciato la loro impronta sulla cultura siciliana: un’eredità che è possibile tuttora ritrovare in queste storie”. Eppure, l’erudito medico in calesse che prendeva appunti dalla voce delle nonne analfabete, in vita e nel suo paese non godette di grande credito. La materia stessa dei suoi studi era considerata volgare e insignificante da un’accademia tronfia e da una pubblicistica corriva, che guardavano con sufficienza soprattutto all’uso del dialetto nelle trascrizioni. Non funzionava così all’estero, dove l’opera di Pitrè (abbiamo già parlato della sua collaborazione a Kryptàdia) era ben diversamente conosciuta e apprezzata. Lo testimonia il necrologio apparso alla sua morte (avvenuta a Palermo il 10 aprile del 1916) sul quotidiano Nation, a firma dell’illustre folklorista americano Thomas Frederick Crane. Il quale, a sua volta, giudicava ben più ampia e importante di quella dei Grimm l’opera di Pitrè, che “dedicò la sua lunga vita a ogni branca del folklore – storie popolari, leggende, canti, filastrocche, proverbi, indovinelli, usanze eccetera – e raccolse personalmente una quantità impressionante di materiale, che solo in parte confluì nei venticinque volumi della sua ‘Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane’ (Palermo, 1870-1913)”. Già solo scorrere l’elenco dei trecento titoli del “Pozzo delle meraviglie” è un’esperienza di esplorazione nel mondo incantato. Spigolando qua e là: “Segreti alla donna non confidare, Compari sbirri non ne cercare, Case con pergola non ne abitare”; “Prendi il bel tempo e portalo dentro, disse la suocera alla nuora”; “Disse la vecchia a Nerone: ‘Al peggio non c’è fine’”; “Tutto può succedere, meno che un uomo gravido; eppure ci fu il gravido di proprietà di lingua che è piacere a sentirla. Questa una delle caratteristiche sue, sulla quale chiamo l’attenzione dei miei lettori. Se il racconto cade sopra un bastimento che dee viaggiare, ella ti mette fuori, senza accorgersene o senza parere, frasi e voci marinaresche che solo i marinai o chi ha a che fare con gente di mare conosce. Se la eroina della novella capita, povera e desolata, in una casa di fornai e vi si alloga, il linguaggio della Messia è così informato a quel mestiere che tu credi esser ella stata a lavorare, a cuocere il pane, quando in Palermo questa occupazione, ordinaria nelle famiglie de’ piccoli e grandi comuni dell’Isola non è che de’ soli fornai. Non parliamo ove entrino faccende domestiche, perché allora la Messia è come in casa sua; né può essere altrimenti di una donna che, ad esempio di tutte le popolane del suo rione, ha educato alla casa e al Signore, come esse dicono, i suoi figli e i figli de’ suoi figli (…). La Messia mi vide nascere e mi ebbe tra le braccia: ecco perché io ho potuto raccogliere dalla sua bocca le molte belle tradizioni che escono col suo nome. Ella ha ripetuto al giovane le storielle che avea raccontate al bambino di trenta anni fa; né la sua narrazione ha perduta un’ombra dell’antica schiettezza, disinvoltura e leggiadria. Chi legge non trova che la fredda, la nuda parola; ma la narrazione della Messia, più che nella parola, consiste nel muovere irrequieto degli occhi, nell’agitar delle braccia, negli atteggiamenti della persona tutta, che si alza, gira intorno per la stanza, s’inchina, si solleva, facendo la voce ora piana, ora concitata, ora paurosa, ora dolce, ora stridula, ritraente la voce de’ personaggi e l’atto che essi compiono. Della mimica nelle narrazioni, specialmente della Messia, è da tener molto conto, e si può esser certi che, a farne senza, la narrazione perde metà della sua forza ed efficacia. Fortuna che il lin- guaggio resta qual è, pieno d’inspirazione naturale, a immagini tutte prese agli agenti esterni, per le quali diventano concrete le cose astratte, corporee le soprasensibili, vive e parlanti quelle che non ebbero mai vita o l’ebbero solo una volta”. Con Pitrè, ed è un altro motivo della sua eccezionalità, non ci troviamo più di fronte al “popolo raccontatore” – ovvero a una sorta di entità folklorica indifferenziata, accreditata soprattutto dal lavoro dei fratelli Grimm, teorici tedeschi della “germanicità” trasfusa nelle tradizioni e fondata sull’etnia comune e sul sangue – ma a narratori e soprattutto a narratrici in carne e ossa, nome e cognome, mestiere e indirizzo. Lo notò Calvino e vale la pena di sottolinearlo: con Pitrè si afferma l’uso di “firmare” le narrazioni, costume che poi diventerà canone negli studi etno-antropologici. Per questo, grazie a Pitrè, conosciamo le storie “di” Agatuzza Messia, quelle “di” Rosa Brusca, filatrice cieca, quelle “di” Elisabetta Sanfratello, domestica di Vallelunga: “Circa il sessanta per cento delle storie gli vennero narrate da donne – scrive Zipes – e le storie narrate dagli uomini tendevano a essere differenti sia per stile che per contenuto. Perciò la raccolta di Pitrè – che annota con grande precisione il nome del narratore o del raccoglitore – consente ai lettori di mettere a confronto e paragonare il modo in cui donne e uomini narravano le loro versioni di racconti, leggende e aneddoti ben noti, e dei proverbi che spesso essi includevano”. Lo studioso di fiabe americano aggiunge inoltre che Pitrè “aveva piena contezza di quanto fecondi fossero questi racconti per poter ricostruire le origini delle narrazioni orali europee e la loro reciproca e fertile contaminazione. Dopotutto, la Sicilia era stata terra di continui attacchi, invasioni e dominazioni, più o meno lunghe – da parte di Monreale”; “Peronzola penzoloni penzolava”; “Per una cipolla di Calabria si persero quattro Calabresi”; “Chi ebbe fuoco campò, chi ebbe pane morì”. Non potevano mancare i racconti imperniati su i due eroi per eccellenza della cultura popolare siciliana, cioè Giufà (tredici storie) e Ferrazzano (quindici storie). Di derivazione araba, il primo, e apparentato a Bertoldo, il secondo, essi rappresentano le due versioni del briccone: inconsapevoloe e pasticcione Giufà, scaltro e burlone Ferrazzano. A chiudere la raccolta, la più misteriosa tra le narrazioni siciliane, “raccontata da un marinaio della contrada Vergine Maria, ai piedi del Monte Pellegrino”. E’ la celeberrima “Cola Pesce, ovvero Pescecola”, leggenda della Sicilia orientale arrivata a Palermo, della quale Pitrè annotò altre sedici versioni in tutta l’isola (la diciottesima si deve a Benedetto Croce, il quale fu protagonista con il folklorista siciliano di una disputa sull’origine mitica dell’uomo-pesce, di quel “Cola che non tornò più e non se ne hanno più né nuove né vecchie”). Nella bellissima raccolta di Pitrè ci si imbatte in una versione siciliana di Cenerentola (la favola è “Dattero-beldattero”, e la Cenerentola sicula si chiama Ninetta: ben decisa a ottenere l’amore del principe e assai meno passiva e trasognata della sua omologa catalogata dai Grimm). C’è anche una “Raperonzolo” sicula: nella “Vecchia dell’orto”, una fanciulla abbandonata alla nascita è prigioniera di una mammadraga (versione siciliana dell’orchessa, che in quanto tale, al pari dell’orco, non compare mai). Solo che, invece di fuggire dalla torre con il principe, la fanciulla spinge la carceriera in un forno, fa pace con la madre che l’aveva abbandonata e torna a vivere con lei. Così, almeno, si conta e si racconta.