Recensione
Luca Briasco, Il Manifesto, 29/12/2013

Fitzgerald, talento a parte

Dal 2010, quando, a settant’anni dalla morte dell’autore, le opere di Francis Scott Fitzgerald sono uscite fuori diritti e sono divenute pubblicabili ad libitum da qualunque editore, il corpus non vastissimo della sua produzione è stato oggetto di un vero e proprio saccheggio. I suoi romanzi (quattro in tutto, più l’incompiuto The Last Tycoon), come anche le raccolte più significative di racconti, sono stati pubblicati in diverse edizioni; alcune delle nuove traduzioni – profondamente necessarie, come del resto lo sono state e lo sarebbero per gli altri maestri della narrativa americana degli anni venti e trenta, da Steinbeck a Faulkner, da Caldwell all’ancora «intonso» Hemingway – hanno consentito di ammirare la maestria stilistica, la ricchezza di registri, l’ironia tragica che, troppo spesso disperse nel passaggio dall’originale al testo italiano, fanno di Fitzgerald un maestro, e della sua lingua e del suo stile – come ebbe modo di scrivere T. S. Eliot in una lettera all’autore, all’indomani della pubblicazione de Il Grande Gatsby – «il primo passo avanti che la narrativa americana ha compiuto dai tempi di Henry James». Mancano ancora all’appello un’edizione completa e ragionata dei racconti, che Fitzgerald scriveva spesso di gran fretta e senza particolare cura, attratto dalla possibilità di incassare in tempi rapidi il denaro necessario a sostenere e alimentare il suo leggendario e dispendioso stile di vita, e una raccolta dei saggi e degli scritti autobiografici che affidò ad alcune delle riviste più popolari della sua epoca, dal Saturday Evening Post a Esquire. Mentre per l’edizione dei racconti si dovrà attendere ancora (negli Stati Uniti come in Italia), gli scritti «personali» di Fitzgerald divengono ora disponibili grazie a una ammirevole iniziativa dell’editore Donzelli, che ha deciso di seguire alla lettera l’impostazione della edizione Cambridge, curata da James L. W. West III. Il volume, ben tradotto da Maurizio Bartocci, si intitola Good Luck and Goodbye Le pagine che raccontano la mia vita (pp. 362, € 23,00), ed è corredato da un dettagliatissimo glossario, che consente al lettore di orientarsi nei dettagli di un mondo, quello dell’Età del Jazz, tante volte cantato da Fitzgerald, ma anche degli «espatriati», tra Parigi e la Riviera francese, che appartiene ormai al passato. Per comprendere quanta importanza Fitzgerald attribuisse alla sua produzione saggistica e autobiografica, è sufficiente leggere la «Nota dell’editore» con cui si apre Good Luck & Goodbye, e che riassume e sintetizza fatti noti nei minimi dettagli a chi abbia avuto la ventura di leggere la bellissima biografia che Andrew Berg ha dedicato a Maxwell Perkins, storico editor di Scribner’s e amico personale, oltre che dello stesso Fitzgerald, di altri maestri della narrativa americana come Hemingway e Thomas Wolfe. Fu l’autore a proporre a Perkins, già nel maggio del 1934, all’indomani della pubblicazione di Tenera è la notte, una raccolta dei suoi scritti autobiografici. Proposta che fu reiterata nel marzo del 1936, mentre su Esquire uscivano i tre articoli («Il crollo», «Incollare i pezzi» e «Maneggiare con cura») ribattezzati da Fitzgerald «Trilogia del fallimento», e ancora il 2 aprile del 1936, con tanto di indice ragionato degli articoli da includere, ed eventuale ordine di pubblicazione. La reazione di Perkins, già tiepida nel 1934, fu vieppiù negativa nel 1936: è molto probabile che la valutazione dell’editor, più che a dubbi sulla qualità letteraria del volume, fosse legata alla preoccupazione che una raccolta di saggi così intensamente personali distogliesse l’attenzione del pubblico del magistero stilistico di Fitzgerald, per concentrarla sugli aspetti più controversi di un’esistenza vissuta perennemente sull’orlo del baratro, tra spese folli, derive alcoliche, crisi famigliari, obnubilamenti creativi. Del resto, già la pubblicazione del «Crollo» aveva suscitato scandalo, provocando una reazione fortemente negativa soprattutto da parte di Hemingway, che rimproverò all’amico-rivale di aver esposto i propri panni sporchi in pubblico: salvo poi sfruttare egli stesso le pagine di quell’impietoso autoritratto, dedicando al «povero Scott», e alla sua ossessione per i ricchi, un crudele cameo dentro il suo grande racconto africano «Le nevi del Kilimangiaro». Lette oggi, alla giusta distanza dalle polemiche, le rivalità e gli attacchi gratuiti nei quali si consumò in via definitiva il rapporto tra due maestri del romanzo americano, le tre parti della «Trilogia del fallimento» appaiono un piccolo capolavoro di penetrazione psicologica: un autoritratto impietoso e privo di compiacimenti, nel quale Fitzgerald accetta di mettersi a nudo e fa di se stesso e dei propri ripetuti passi falsi l’epitome di un paese e di una generazione che, come egli afferma in uno degli ultimi saggi di questa raccolta, essendo «prebellica e postbellica allo stesso tempo», si trovava ad aver ereditato due mondi: «quello della speranza, nel quale eravamo stati generati, e quello della delusione, che avevamo ben presto scoperto per conto nostro». La coesistenza contraddittoria tra speranza e delusione, romanticismo e cinismo, sogno e dispersione di sé, rappresenta la costante che accomuna tutti gli articoli raccolti in Good Luck & Goodbye, e ne spiega la straordinaria mobilità e ricchezza di tonalità e registri. Si alternano, con un effetto di complessità e armonia al contempo, pagine di feroce penetrazione e sottigliezza e altre irresistibilmente comiche nell’esaminare gli eccessi e le illusioni di una generazione che sembra trovare nella famiglia Fitzgerald il suo ideale punto di sintesi. Proprio perché impietoso prima di tutto con se stesso, lo scrittore-saggista può rivolgere le proprie armi acuminate anche verso il mondo che lo circonda; raccontare le smanie di successo e le ambizioni dei nuovi ricchi trascorrendo nel giro di poche righe dalla fascinazione alla critica al ribrezzo, e senza mai perdere un’oncia di credibilità; ridere di sé e della propria vita e ripensarla con la nostalgia di chi ha molto sognato, e molto perduto. È difficile trovare in qualunque altro libro sui ruggenti anni venti una simile capacità di comprensione e di analisi che, nel caso di Fitgerald e per quanto paradossale possa apparire, è resa ancor più intensa dal fatto di essere stato parte integrante di quel mondo, suo corifeo e cantore. Pur nella loro varietà, i saggi di Good Luck & Goodbye mantengono un livello qualitativo quasi sempre altissimo. Ciascuno potrà rintracciare all’interno del volume la propria vena preferita, e optare, oltre che per la trilogia del fallimento (che a distanza di anni rimane una tappa irrinunciabile per «capire Fitzgerald»), di volta in volta per le esilaranti pagine dedicate alla difficoltà di essere ricchi («Come vivere con 36.000 dollari all’anno» e «Come vivere praticamente con niente»); per le magnifiche autobiografie «in pillole», ricostruite a partire dai cocktail ingurgitati, gli alberghi frequentati o i beni accumulati nel corso degli anni e offerti all’incanto (rispettivamente, «Una breve autobiografia», «Accompagna il signore e la signora F. al numero…» e «All’asta – Modello 1934»); per i saggi nei quali si fa luce, con grande acume, sulla scena letteraria e culturale contemporanea («Come sprecare materiale», «Una nota sulla mia generazione» e «Ring», tra gli altri). Ma nessuno potrà fare a meno di soffermarsi, incantato, sulle rievocazioni nostalgiche di New York («La mia città perduta») e dei propri esordi di scrittore e di uomo, che in «Primi successi», magnifico scritto del 1937, raggiungono i toni profondamente commoventi di chi, guardando a ritroso «nella mente di un giovane che aveva percorso le strade di New York con le suole di cartone», rievoca il periodo troppo breve «nel quale io e lui eravamo una persona sola, quando il futuro appagato e il passato malinconico si fondevano in un unico meraviglioso momento – quando la vita era letteralmente un sogno