Recensione
Antonio Carioti, Corriere della Sera, 18/05/2013

Più Jacovitti che Tex Willer

Campeggia in copertina Pecos Bill, manca quasi del tutto Tex Willer . C’è l’uomo Mascherato di Lee Falk, ma nessuna traccia dell’altra sua creatura, Mandrake. Molto spazio a Flash Gordon , nemmeno una sillaba per i supereroi della Dc (Superman-Nembo Kid, Barman)o della Marvel (Fantastici Quattro, Uomo Ragno, X-Men). Riflettori accesi su Valentina di Crepax, non pervenuto Corto Maltese di Hugo Pratt. Ponti d’oro per Tarzan, ostracismo a Diabolik. Giustamente celebrati Rino Albertarelli e Franco Caprioli, mai citato l’altrettanto grande Roberto Raviola. Come dice il titolo stesso del suo libro “La storia dei miei fumetti”, impreziosito da un gran numero di splendide tavole, Antonio Faeti ha scelto una via deliberatamente soggettiva per edplorare il mondo dei comics, ispirata in modo esplicito all’Educazione sentimentale di Gustave Flaubert. D’altronde chiunque abbia passato da ragazzo ( e anche più tardi) serate e pomeriggi interi a leggere albi, poi religiosamente collezionati, nonostante le periodiche reprimende di genitori e insegnanti, ha una sua classifica dei preferiti e anche una lista nera degli eroi che non hanno mai colpito la fantasia né incontrato i gusti, Un po’ come accade per la musica leggera. Proprio per la sua impronta personale il libro risulta tuttavia particolarmente istruttivo e stimolante agli occhi di chi – per ovvie ragioni generazionali – ha conosciuto molti dei personaggi citati da Faeti solo di sfuggita, o per sentito nominare, e di alcuni ignorava l’esistenza. Chi non sapeva che anche la saga dei Nibelunghi fosse stata trasposta a fumetti. Chi ignorava che prima del Kit Carson bonelliano, inseparabile amico di Tex, ce ne fosse stato un altro creato da Albertarelli. Chi rimane sbalordito nell’apprendere come l’Italia tragica e disperata del biennio 1943-45,con l’occupazione tedesca e la guerra civile, fosse stata raccontata nel 1949 attraverso i comics, senza cedere “ a nessuna formula propagandistica” dalla scrittrice Gianna Anguissola ( non a caso una donna) e dal disegnatore Franco Plaudetti. Non mancano davvero le sorprese e le chiavi di lettura spiazzanti nel saggio di Faeti. L’autore c’informa che Alex Raymond, padre di Gordon e di Rip Kirby, ispirò probabilmente un film di Alfred Hitchcock, Il delitto perfetto. Mette proficuamente in risalto lo spirito roosveltiano di Hal Foster, padre del Principe Valiant, e al tempo stesso il roccioso anticomunismo che domina le avventure dell’aviatore Steve Canyon , un prode reduce di guerra nel quale tuttavia il suo leggendario creatore Milton Canif aveva infuso una dolorosa nota di spaesamento, con l’incapacità di tornare alla vita normale, che prevale su qualsiasi sottofondo ideologico. Meno problematico risulta in apparenza il Pecos Bill di Guido Martina. Un eroe irreprensibile e adamantino, quasi da “parrocchia”, che usa il lazo al posto delle pistole. Ma Faeti non esita a rivalutarlo, ricordando come a volte prendesse le parti degli indigeni d’America, in largo anticipo su Hollywood. Le note succose e originali sono però riservate a Benito Jacovitti. Molti ne hanno elogiato lo stile grafico inimitabile e l’esilarante surrealismo, ma Faeti ne illumina un risvolto inedito: la spietata e sarcastica denuncia di “abusi, violenze, ricatti, ingiustizie”. Per esempio la sua storia Il sergente Cocco Bill sfata la visione edulcorata della guerra di Secessione americana fornita dal cinema Usa: non un conflitto cavalleresco e neppure una crociata per liberare gli schiavi neri, ma “l’antefatto dei massacri del Novecento”, che ingrassò fior di profittatori. Jacovitti ne esce come un Aristofane dei fumetti , che ci costringe a ridere amaramente sulle peggiori brutture dell’umanità. Pochi se ne saranno resi conto, tra gli affezioanti del “Diario Vitt”. Eppure, a pensarci bene, era proprio così.