Recensione
Camilla Tagliabue, Il Sole 24 ore, 12/05/2013

Memorabili quei fumetti

Italica genialità: all'inizio del Sergente Cocco Bill, un soldato nordista chiede a un cittadino che sta sputando: «Perché sputazzi? Sei un sudista?». E l'altro risponde: «No. Sono un maleducato». La talentuosa irriverenza di Jacovitti è solo uno dei tanti ingredienti del voluminoso saggio di Antonio Faeti: La storia dei miei fumetti. L'immaginario visivo italiano fra Tarzan, Pecos Bill e Valentina, altrimenti «storia di un'educazione sentimentale compiutasi per mezzo, o forse anche a causa, dei fumetti. È pertanto a Gustave Flaubert che il libro si rivolge». La narrazione procede alternando alto e basso, poesia e visceri, letteratura e balloon. Infatti, come ebbe a dire Guido Crepax, il papà di Valentina: «Io non scrivo fumetti, racconto con i disegni e le parole. Per questo non capisco perché i miei fumetti non possano essere ammessi ai premi letterari. Sì, sono un bel po' presuntuoso: credo di essere il miglior disegnatore in Italia. Eppure non mi sento del tutto compreso; per i critici d'arte sono un fumettaro, per i fumettari sono un artista». Il libro si apre con il periodo post-bellico delle «crociate contro i fumetti»: quando, ad esempio, Il Resto del Carlino, dopo un fattaccio di cronaca nera, esortò i bambini bolognesi a bruciare i propri album. Il maestro di Faeti, signor Baldini, «volle un processo regolare e nominò me avvocato difensore. Il maestro alzava un albo, l'accusa diceva le sue ragioni, poi parlavo io. C'era una giuria che votata albo per albo. Nessuno meritò il rogo». Con questo aneddoto l'autore, ex maestro e docente di Letteratura per l'infanzia, ricorda la missione pedagogica e storica dei Comics: il saggio segue un ordine cronologico, dalla seconda guerra mondiale alla morte di Sergio Bonelli nel 2011, dai partigiani che «ricavarono il nome di battaglia dai fumetti di Gordon» alla caricatura di Karol Wojtyla in un recente «albo gigante» di Dylan Dog. «C'è una connessione profonda tra questi albi e l'Italia del dopoguerra», passando per il pirata Will Sparrow, dalle esplicite ascendenze hitleriane: «Del resto Hitler era un appassionato lettore di Karl May, amava la letteratura avventurosa». Tra i protagonisti non può mancare Topolino, qui citato in una divertente missione con Pippo: i due vogliono arruolarsi nell'esercito americano per difendere la patria in guerra. Ma «l'America non ha bisogno di loro: uno è troppo piccolo nel complesso, l'altro è troppo piccolo nella testa. Minnie offre un prezioso consiglio: nell'agricoltura c'è un'assoluta mancanza di braccia, così i due lasciano la città e vanno a lavorare in una grande azienda agricola»! Lunga, poi, la carrellata delle raccolte memorabili – Corriere dei Piccoli, Albo d'oro, Sciuscià, Il Vittorioso, L'Avventuroso, Lanciostory, Linus… –, che hanno ospitato fumetti nazionali e americani, western o polizieschi. Senza contare i protagonisti del pennino, le cui tavole illustrate (230) sono qui a testimoniare la loro creatività e lungimiranza: Pedrocchi e Porcheddu, entrambi partigiani uccisi durante la Resistenza; lo "psicoanalista" Crepax; lo "shakespeariano" Gianni De Luca; il Tarzan di Burne Hogarth; Gli scorpioni del deserto di Hugo Pratt; le atmosfere gotiche di Bo Hampton; le strisce neorealiste di Franco Paludetti; il magico Brontolosauro di Sebastiano Craveri; il Pecos Bill di Paparella e Canale; Jacovitti, «estremista di centro», con il suo «inferno suino, sottosuolo di salami»; il Mister No di Roberto Diso; il west di Rino Albertarelli, grande artista e uomo di cultura, che rilasciò una stravagante intervista: «Sono nato a Cesena, l'8 giugno 1908. A tre anni sono morto di polmonite; questo almeno fu il referto del medico che compilò il mio certificato di morte con qualche minuto d'anticipo sull'evento. Forse sbagliai io; comunque, eccomi ancora qui, senza fretta e senza complessi… Ho cominciato a disegnare all'età di due anni». E a proposito della censura sui fumetti, non si scandalizzava affatto: «D'altronde, c'era chi protestava per ben altro. Ricordo che una collaboratrice protestò violentemente contro Il libro della giungla di Kipling. Kipling era, secondo lei, lo pseudonimo di qualche scrittore italiano fallito, che non osava firmare col suo nome "quell'insulsa storia"».