Recensione
di Franco Marcoaldi, la Repubblica, 10/05/1999

Spinoza senza "ismi"

Quanto più dilagano nel mondo le sempiterne forme di credulità e superstizione; o peggio ancora quei fondamentalismi religiosi tesi a sovvertire la più importante conquista della modernità occidentale (separare una volta per tutte ragione e fede), tanto più risulta salutare tornare alle pagine del "primo, grande illuminista della storia": Baruch Spinoza. L'ultima occasione ci viene offerta ora dalla pubblicazione di un importante saggio di Karl Löwith (1897-1973), il pensatore tedesco allievo di Husserl e Heidegger la cui principale preoccupazione intellettuale fu chiara sin da subito: come uscire dalla duplice impasse di una filosofia della storia che, ancora abbarbicata all'originaria impostazione teologica ebraico-cristiana, apriva contemporaneamente il campo al relativismo senza sbocchi della secolarizzazione da essa stessa partorita. I due numi tutelari a cui Löwith si rivolge per uscire da questo cul-de-sac sono per l'appunto l'ebreo eretico olandese e Friederich Nietzsche. Ma come fa notare Orlando Franceschelli nella preziosa introduzione allo Spinoza, "Deus sive natura", l'autore del saggio finisce volens nolens per scombinare l'ordine cronologico, ponendo di fatto il grandissimo Baruch su una linea più avanzata rispetto al succedaneo teorico della volontà di potenza. Giust'appunto perché sarà proprio quell'intuizione nicciana ad accelerare l'inveramento del nichilismo compiuto che Löwith vede con terrore propagarsi attorno a sé. L'Etica spinoziana, sostiene Löwith, è "rimasta un masso erratico e un corpo estraneo che non si lascia inquadrare nella storia della filosofia da Cartesio a Hegel"; unica nel suo genere non è assimilabile ad alcun "ismo", poiché Spinoza si è posto per primo "al di fuori della tradizione antropo-teologica di ascendenza biblica e con ciò ha riguadagnato una comprensione naturale dell'uomo e del mondo". Per lui non si dà alcuna trascendenza, alcuna finalità ulteriore: Dio si identifica con la natura, e i suoi decreti non sono scritti nella Bibbia ma nelle leggi della ragione naturale. Proprio dalla consapevolezza di esser "parte necessaria" di questa totalità immanente sorgono i preliminari fondamentali per l'emancipazione umana: il bene e il male - esattamente come accade in natura - perdono il loro status mitologico di valori assoluti e si identificano ora con il danno o il vantaggio che ogni creatura trae dalle azioni compiute. L'individuo razionale, pertanto, cercherà di essere massimamente virtuoso non perché glielo impone una qualche autorità divina, ma per poter trarre il massimo benessere. Benessere che a giudizio di Spinoza non coincide affatto con la licenza degli appetiti o il perseguimento di aleatorie passioni, quanto piuttosto con quell'"assoluta tranquillità dell'animo" che soltanto la piena consapevolezza del posto che occupiamo nel mondo può farci raggiungere. E' una strada difficile da percorrere? Certo che sì: "Come potrebbe accadere, infatti, che se la salvezza fosse a portata di mano, venisse trascurata quasi da tutti? Le cose eccellenti sono difficili quanto rare".