Recensione
Giuseppe Acconcia, Il Manifesto, 14/12/2013

Il racconto aperto di piazza Tahrir

«Il Cairo. La mia città la nostra rivoluzione è l’originale racconto delle rivolte egiziane del 2011 della scrittrice e giornalista Ahdaf Soueif (Donzelli, pp. 236, 18 euro). Ogni luogo dei movimenti, scoppiati il 25 gennaio di due anni fa, acquista per l’editorialista del Guardian, che ha vissuto per anni a Londra, un significato personale e familiare: dall’ospedale dov’è nata, al bastone di sua madre, dalla casa di Abdin allo zio Khalu, schiacciato tra due mezzi pesanti dell’esercito nel 1967. Tutti gli eventi, in particolare della notte cruciale del 28 gennaio, quando la polizia è sparita dalle strade e il regime di Mubarak ha mostrato le sue crepe, vengono raccontati con dettagli inediti. Ahdaf fa parte di una famiglia di attivisti, erano comunisti i suoi genitori accademici, sono protagonisti delle rivolte i suoi nipoti, Alaa Abdel Fatteh e sua moglie Manal. Il primo, più volte intervistato dal manifesto, avrebbe subìto un lungo periodo di detenzione nel novembre 2011, mentre i suoi familiari lo attendevano per ore ai cancelli del carcere e sua madre Laila avviava lo sciopero della fame. Il racconto di Ahdaf entra nei particolari, i comitati popolari di Zamalek, ricca isola al centro del Nilo, erano formati anche da una «signora su una sedia pieghevole con in mano un bicchiere di gin tonic ». Eppure le cose non sono poi cambiate molto con il Consiglio supremo delle Forze armate che ha ripreso le stesse tecniche di Mubarak dagli arresti sommari ai tribunali militari per processare i civili fino all’uso di infiltrati per innescare gli scontri. Non solo, la scrittrice, sempre in collegamento con decine di testate di tutto il mondo per raccontare lo svolgersi degli eventi, descrive l’ampio uso di criminali (ingaggiati dal vecchio regime, sono oltre 500mila per le strade del Cairo, secondo Ahdaf), e l’accordo tra esercito e polizia, al via sin dalle manifestazioni di Abbasseya nell’autunno del 2011. Di grande impatto è la contrattazione, portata avanti dalla stessa Ahdaf, con il governo ad interim di Essam Sharaf per uno sgombero volontario di piazza Tahrir, che è rimasta per mesi occupata dalle tende. Incredibile è poi il racconto dell’assassinio dell’attivista copto Mina Daniel, alle porte del Maspero nella strage del 2011. Dal Cinema Tahrir ai giornali di piazza, dai farmacisti impegnati a fornire medicamenti gratuiti: ogni gesto, acquista nella narrazione di Ahdaf un significato rivoluzionario. La «battaglia del cammello» è stata innescata dal deputato del Partito nazionale democratico di Nazlet el-Semman, quartiere ai piedi delle Piramidi dove vivono molti proprietari di cammelli e cavalli. Mentre terribili sono le descrizioni delle torture subìte dai manifestanti nel Museo egizio e la gioia dell’annuncio delle dimissioni di Mubarak, festeggiato in piazza dalle note de bel-Ahdan di Abd el-Halim che recita «il nostro splendido paese tra le braccia». Mache i giorni di occupazione della piazza non fossero bastati lo hanno dimostrato gli scontri di piazza Mohammed Mahmud del novembre 2011: sette ospedali da campo, il dramma dei familiari dei martiri della rivoluzione e la creatività (come nel caso della statua del leone del ponte Qasr el-Nil bendato, immediatamente dopo l’accecamento dei manifestanti da parte dei cecchini). Mentre di grande impatto erano le proiezioni del collettivo Mosireen che si svolgevano in aree densamente popolate contro la condotta dell’esercito. Il racconto non si conclude perché gli eventi sono ancora in corso, ma Ahdaf, nella sua profonda laicità, ha preferito eleggere Morsi piuttosto che restituire il paese al vecchio regime.