Recensione
Elisabetta Cremaschi, Gavroche, 15/12/2013

L'Avvnto dei libri

Jean de Brunhoff (1899-1937) è stato un artista, pittore, scrittore e illustratore francese. Figlio di un editore, dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale si iscrive alla prestigiosa Académie de la Grande Chaumière di Parigi, dedicandosi completamente alla pittura. Il grande successo arriverà però con il personaggio di Babar, scaturito dalla fantasia della moglie Cécile, sposata nel 1924. Al primo libro, Histoire de Babar, le petit éléphant, pubblicato presso le edizioni di famiglia (1931), seguiranno altri cinque titoli; gli ultimi due album, Babar en famille (1938) e Babar et le Père Noël (1941) saranno pubblicati postumi con la supervisione del fratello Michel. Sarà poi il figlio Laurent a «adottare» Babar, divenendo a sua volta autore di decine di nuove edizioni. Donzelli Editore pubblica, per la prima volta in Italia, una raccolta degli album in edizione integrale. Nel 1945 il compositore francese Francis Poulenc ha musicato la storia di Babar, trasformando i disegni in suoni. La sua composizione, intitolata per l'appunto "L'Histoire de Babar" è scritta per pianoforte e voce narrante. Esiste in commercio una versione di quest'opera suonata dallo stesso autore e recitata da Jacques Brel (che vi consiglio di ascoltare qui). La storia di Babar ha dato origine ad una serie di cartoni animati, intitolati "Re Babar" trasmessi in Italia prima dalla Rai e poi da Boomerang. Esiste anche un lungometraggio di 70 minuti intitolato "Babar" (1989) diretto da Alan Bunce, molto criticato, tanto da rivelarsi un vero flop. è nato in Svizzera, a Liestal, il 5 febbraio 1972 ed è cresciuto in Italia. È fumettista, illustratore e scrittore. I suoi libri e fumetti, ormai oltre una cinquantina di titoli in poco più di dieci anni e, tradotti in oltre trenta Paesi, hanno vinto numerosi premi in Francia, Belgio, Spagna, Svizzera, Germania. Nel 2005, ha vinto il prestigioso "Premio Baobab" per Moi j'attends... con le illustrazioni di Serge Bloch. Diverse compagnie in Francia e Belgio hanno adattato suoi testi (L’ennemi, Moi j’attends...) per il teatro ragazzi. I suoi fumetti per bambini escono regolarmente sul mensile "Mes Premiers J’aime lire" e quelli per adulti su "Fluide G". Con lo pseudonimo di Taro Miyazawa nel 2009 ha scritto Le Premier jour de classe, illustrato da Nodar (Arnaud Boutin) e pubblicato da Michel Lagard (Francia); con quello di Daikon ha pubblicato sul blog la vie hors du Paradis la serie Adam (and Ève): La vie hors du Paradis, con i disegni di Bob (Yannick Robert), apparsa sulle riviste "L'echo des savanes" (2009) e "Fluide Glacial" (2013). I libri di Davide usciti in Italia nel corso dell'ultimo anno sono: La regina delle rane, Io, Qinuq e Polline. Una storia d'amore per Kite Edizioni; Mio padre, il grande pirata per Orecchio acerbo, Non ho fatto i compiti perché... per Rizzoli e La scimmia per ZOOlibri, casa editrice per cui ha scritto anche Mi piace il cioccolato (2004), La collezione di biscotti (2006), L’isola del piccolo mostro nero-nero (2008) e L’orso con la spada, con illustrazioni di Gianluca Folì (2008), libro selezionato tra i migliori 100 titoli al "CJbook Festival2 di Seul e al "White Ravens" di Monaco. Se volete sapere di più di Davide Calì potete leggere qui e qui in Gavroche.

Nato in una tiepida notte di Maggio a Roma nel 1978, Gianluca Folì ha sempre amato disegnare. Bambino estremamente curioso, ha nutrito la sua passione anno dopo anno e oggi, dal suo Studio tra i vigneti dei Castelli Romani, collabora come illustratore con diversi clienti come Feltrinelli, Mondadori, Fendi, "Wall Street Journal", "Boston Globe" e altri. Esordisce nel mondo dell’editoria per ragazzi con L’orso con la spada, con testo di Davide Calì edito da ZOOlibri nel 2008. Ispirato da una disciplina quasi orientale, nel suo lavoro si avverte tutta la concentrazione mentale che precede l’atto creativo e che si manifesta nelle linee sospese e negli ampi spazi bianchi. Gianluca ama la buona cucina, i libri e il tè con gli amici.

Che cosa hanno in comune due libri come Le Storie di Babar e La scimmia? La fascinazione degli animali per la vita degli umani. Babar, fa l'incontro con la città mentre scappa della foresta per sfuggire alla mira del cacciatore che gli ha ucciso la mamma, e lì fa la loro scoperta. Bruno, la scimmia, vive nello zoo con la sua famiglia e, da quando è nato, lui, gli umani li ha sempre visti. Per entrambi, il contatto con questo nuovo nuovo mondo, la prima curiosità che li cattura sono i vestiti. Nel caso di Babar, l'incontro avviene nell'ottava tavola della prima storia, quando scappando arriva in città «Quante cose nuove! Che bei viali! E poi gli automobili e gli autobus! Ma ciò che interessa di più Babar sono due signori che incontra per strada. Pensa: "sono vestiti proprio bene! Anch'io vorrei tanto un bell'abito... Ma come posso fare???"». In quello di Bruno, questo succede addirittura nella prima pagina «Quando ero solo una scimmia vedevo passare le persone. Mi piacevano i loro vestiti colorati. "Mamma perché noi non portiamo mai i vestiti?" chiedevo spesso a mia madre. "Perché siamo scimmie." Rispondeva ogni volta. «Ma io», dirà poche pagine più in là Bruno, «volevo avere le scarpe e dei vestiti come le persone».

L'entrata nel mondo degli umani di Babar, solo nella città e grazie alla vecchia signora che si prenderà cura di lui, avverrà in modo del tutto naturale, senza strappi egli potrà partecipare e spostarsi da un mondo all'altro. La sua identità non verrà mai messa in discussione, essa sarà sempre in perfetta relazione con i protagonisti e gli ambienti che lo circondano, tanto da essere incoronato Re quando decide di fare ritorno nella grande foresta. Bruno, invece, la sua identità dovrà cercarla, dentro e fuori di sé, fino all'ultima pagina. È un essere che sembra rimasto incastrato sulla linea dell'evoluzione. Queste similitudini e contrasti, che fanno sì che Babar e La Scimmia appaiano come libri del tutto distanti, in realtà sono dominati da un pensiero in parte comune espresso, ovviamente, in ciascuno secondo la modalità del proprio tempo, ma che fanno sì che si possano vedere, per diversi aspetti, come vicini, posti in una sorta di ideale contiguità. La storia di Babar, l’elefantino nato nella foresta e cresciuto in città, con tanto di ghette e bombetta, ha segnato la nascita di un genere. Era il 1931, quando Jean de Brunhoff decise di mettere nero su bianco e illustrare una storia della buonanotte che la moglie Cécile aveva inventato per i loro bambini. Ne venne fuori un libro rivoluzionario: 48 pagine di taglia extra-large, che sfoggiavano illustrazioni dai colori brillanti, affiancate in modo originale e sapiente a testi scritti in calligrafia infantile, il tutto intervallato da sontuose scene a doppia pagina (qui potete vedere la Maquette originale).

Niente del genere era mai stato pubblicato prima in Europa né altrove, e il successo fu esplosivo: nasceva l’album illustrato per bambini. In una manciata di anni de Brunhoff creò altre cinque avventure di Babar, più un abbecedario, che in breve tempo fecero il giro del mondo e che già nel 1939, solo in Francia, toccarono i quattro milioni di album venduti.

La prima traduzione inglese del 1933, fu fortemente voluta dal creatore di Winnie the Pooh, A. A. Milne, il quale, rimasto folgorato da Babar, scriveva nella prefazione: «Se ami gli elefanti, amerai Babar e Celeste. Se non li hai mai amati, d’ora in poi li amerai… E se da adulto non sei mai stato attratto da un libro illustrato, eccone uno che ti catturerà».

L'editore italiano, nella prefazione alla raccolta "In principio c'era Babar", fa notare come, a distanza di quasi cinquant'anni, il tempo che separa la prefazione alla prima edizione americana di Milne e quella che Sendak scrisse per un'edizione del 1981, questi due giganti della letteratura dell'infanzia abbiano usato toni confidenziali, quadi intimi, nei confronti dell'elefantino con le ghette, "quasi fosse un amico o un agognato compagno di giochi".

«Ho conosciuto Babar e Celeste due anni fa, in casa di un amico. All'epoca parlavano solo francese, ma lo facevano con una tale incantevole semplicità da non crearmi alcun imbarazzo. Con qualche difficoltà sono riuscito a portarmeli a casa, e senza la minima difficoltà sono diventate due persone di famiglia. Da allora ho subito insistito col mio editore per preparare le carte necessarie a naturalizzarli come cittadini americani, e così da oggi Babar e Celeste possono finalmente dimorare in ogni casa». A. A. Milne

E leggete cosa scrisse Maurice Sendak:

«Quando Babar abbandonò la giungla per fuggire a Parigi nel 1931, purtroppo non passò da Brooklyn. Se lo avessi incontrato sulla mia strada, avrei accolto quell'orfano di un elefantino, colmandolo di ogni affetto. Che peccato che non sia capitato dalle mie parti; qualcosa di quel suo spirito gentile, di quei suoi modi sensibili, avrebbe di certo contagiato un bambino come me, agitato da passioni incontrollate». Maurice Sendak

Il papà di Max, poi, continuava entrando nel merito di ciò che l'arrivo di Babar rappresentò nell'ambito dell'albo illustrato: «Tra il 1931 e il 1937, Jean de Brunhoff ha compiuto un'operazione che ha cambiato per sempre il volto del libro illustrato. Nessuno prima di lui è riuscito a concepire l'illustrazione a doppia pagina con pari effetto drammatico e di sorpresa. Le righe di testo che scorrono alla base delle immagini sono così semplici ed efficaci che l'arte letteralmente sboccia da esse». Maurice Sendak Da allora, Babar è diventato uno dei personaggi più popolari della storia della letteratura per bambini e ha incantato generazioni di lettori, arrivando quasi a oscurare il genio del suo stesso inventore.

È per questo che, pur rinunciando al sogno di vedere l'intera opera pubblicata nel formato del grande albo illustrato, sono molto felice di poter tenere tra le mani questa raccolta bella e particolarmente curata che offre finalmente l'opportunità di conoscere questo grande classico della letteratura per l'infanzia nella completezza delle sue sei storie: Storia di Babar l'elfantino, Il viaggio di Babar, Re Babar, Le vacanze di Zephir, Babar in famiglia e Babar e Babbo Natale.

La scimmia è un albo di grandi dimensioni estremamente delicato e profondo, per tema, parole e per figure. Come vi accennavo in apertura del post, la storia racconta di ognuno di noi, o almeno di quelli il cui essere nel mondo non è stato definito da un'indefessa sicurezza in se stessi ma è stato tratteggiato dal segno di un senso di profonda inadeguatezza. Parla, quindi, di un'identità dominata dalla continua inquietudine della ricerca del proprio posto, appunto, in un mondo che sappia accoglierla nella sua diversità, di tempi di modi, nella sua necessità di osservalo quel mondo da una distanza di sicurezza misurata da una riflessione continua che scandisce i tempi del pensiero e dell'azione.

Bruno, il protagonista, vive con la sua famiglia in un zoo, non solo metaforica cattività, ma luogo che impone un'osservazione reciproca a distanza, addirittura protetta, tra diverse specie animali, qui la scimmia e l'essere umano; luogo che favorisce l'idea di immaginarsi e immaginare prepotentemente una vita fuori da lì, soprattutto per una giovane scimmia, come ci lascia pensare Calì che sia Bruno il quale, con i visitatori che ogni giorno si avvicinano alla sua gabbia, sente di avere una strana affinità, oltre a provare una crescente fascinazione nei loro confronti. Mi piacevano le persone. Sognavo di essere anch’io una persona e di avere delle scarpe e di guidare la macchina e di mangiare nei ristoranti proprio come loro. Mia madre mi diceva sempre: «Bruno smettila di sognare, le scimmie non hanno scarpe e non guidano la macchina e non mangiano nei ristoranti!»

La sua famiglia lo contrasta, ma Bruno non riesce a comprendere perché il suo destino debba essere già segnato, fissato una volta per sempre dall'appartenenza a una specie. Perché non debba poter sognare una vita diversa, perché debba seguire il pensiero di altri e non il suo. Perché un desiderio debba valere di meno di un consiglio o dell'esperienza.

Succede poi, come sempre quando ci si mette in ricerca, che arriva qualcosa che apre uno spiraglio sulla condizione di Bruno. Un giorno il suono fin lì indistinto della voce degli umani si fa via via sempre più chiaro, tanto da essere compreso anche da lui... so.le gab.bia scim.mia... e, di lì a poco, capisce cosa dice un visitatore mentre racconta al suo gruppo che una volta anche le persone erano scimmie.

Bruno allora metterà in atto quello che sembra solo un gesto senza altro fine che imitare ciò che ha visto fare a un bambino, ma in realtà si rivelerà un perfetto impensato espediente perché gli umani si accorgano di lui tanto da decidere di portarlo via dallo zoo.

Non pensate a tutto quello che avete già letto quando un animale viene strappato dal suo ambiente dagli umani, non sarebbe un libro scritto da Calì.

Inizia così la seconda vita di Bruno, fatta di note, di locali, di incontri, di città, di parole, di vestiti, di scarpe, una seconda possibilità di esistenza dove ce la mette tutta per diventare come un essere umano. Ora Bruno non è più una scimmia come le altre ma, a dire il vero, però non è neanche un umano come gli altri.... Le illustrazioni di Gianluca Folì sono a dir poche perfette nell'inserire quella terza dimensione del racconto così sottile e indicibile che qui la fa divenire quasi trasparente, tra ricordo sentire e reale, quasi una nebbia intangibile che mostra le emozioni trattenute nella penna di Calì, una coltre che si dipana ma mano l'identità del protagonista prende forma.Allora cosa sono? La creatura più sola dell'universo. Ecco cosa sono.

Giocando sull'essere solo, nella doppia accezione di quella solitudine inevitabile, seppur spesso non passiva, di chi è in continua ricerca e dell'idea di essere unico che accompagna chi come gli altri non è, Davide Calì scrive che, in fondo, «nessuno è unico. anche se è diverso da tutti».

E se nessuno è unico, allora vuol dire che là fuori c'è qualcuno simile a noi, anche lui o lei, diversi da gli altri, che ci sta aspettando.