Recensione
Antonio Scurati, La Stampa, 14/12/2013

Principe e Furore per resistere inItalia

Dicembre è per i libri il più crudele dei mesi. Il mese in cui precipita il loro degradarsi a merce. A merce deperibile, per di più. Regalati alla vigilia di Natale, portano la data di scadenza dell’Epifania. Si sa, d’altronde, che gli editori – e i librai – fanno il bilancio dell’intero anno sul mese di dicembre e intasano, dunque, la «cedola strenne» di titoli che si suppongono adatti alla facile beva pomeridiana dei lunghi e satolli pomeriggi postprandiali. Ora, poi, che la crisi morde, la intasano ancor di più in una sorta di orgasmo della disperazione. Sono titoli che a stento vedranno l’alba del nuovo anno. Ma che importa? La logica (illogica) è quella dei «pochi maledetti e subito». Una logica da pokerista. Gli acquirenti, poi – per lo più al loro unico acquisto di libri nell’intero anno – regalano non ciò che desidererebbero per sé, o per l’altro, ma ciò che si ritiene sia desiderabile secondo l’opinione comune e generale. Si fa, insomma, con i libri di Natale, una sorta di gioco a palla avvelenata. In alternativa si può adottare il criterio di regalare i libri del passato che sono durati nel tempo o i libri del presente destinati a durare in futuro. Tra le pubblicazioni recenti, consiglierei senz’altro Il Principe di Machiavelli nell’edizione del cinquecentennale con traduzione a fronte in italiano moderno di Carmine Donzelli, che ne è anche l’editore, pp. 220, 6,50 euro (uno dei pochi editori di cultura ancora in circolazione). Formidabile iniziativa editoriale per due motivi. Il primo è che, pur essendo un’edizione critica accurata, infrange il tabù filologico restituendo un capolavoro alla leggibilità. Senza abdicare in niente al rigore della conoscenza, si mette al servizio del gran libro allargandone la base di lettori potenziali e prolungandone l’esistenza in vita. Ecco un modo per farsi eredi di un passato che, altrimenti, ci avrebbe dimenticati. Ci vorrebbe un’intera collana di classici così concepita (mi prenoto per l’Ortis). Il secondo motivo è che la ricchissima introduzione di Gabriele Pedullà smentisce la vulgata del Principe quale «Gran Testamento dell’arte cinica del pos’infeuda ai Medici e si converte al Principatoma l’eroe intellettuale che, sconfitto dalla storia, tiene fermo ai suoi principi – l’alleanza tra sovrano e popolo e le milizie civiche – interrogandosi su come portarli in salvo dal naufragio. Un esempio cuiguardare in tempi di trionfo della ragion cinica quando dappertutto viene sancito il «divorzio tra ragionevolezza e realtà, tra ciò che si sa e ciò che si fa». Altro recente esempio virtuoso di strategica editoria di cultura è la ripubblicazione in prima edizione integrale di Furore di John Steinbeck da Bompiani al prezzo popolare di dodici euro. Il capolavoro, già tradotto nel 1940, mentre Mussolini si apprestava a invadere la Francia, fumenomato dalla censura fascista e solo oggi, 70 anni dopo, ritrova la sua integrità e la piena bellezza della sua lingua grazie alla mirabile traduzione di Sergio Claudio Perroni. Soprattutto, leggendo o rileggendo oggi l’epopea rovesciata della famiglia Joad chemigra aOccidente nell’America della Grande Depressione, emigrando si disfa, siamo noi a ritrovare, come in un ritorno all’origine, l’archetipo della attuale rottura dei legami tra le generazioni, della difficoltà del figlio a diventare padre, della mancanza di un’autorità «buona» dopo la «scomparsa del padre» (e si veda in proposito Luigi Zoja, Il gesto di Ettore, pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2000 ma ancora oggi lo studio fondamentale su questi temi a dispetto di tanti saggi recenti e à la page sull’argomento). Uno deimotivi per cui leggere adesso la nuova edizione di Furore è, insomma,molto semplice: nessun romanzo scritto oggi racconta l’Italia deprimente degli anni dieci del XXI secolo meglio di quel romanzo scritto nel 1939 e ambientato in America durante la Grande Depressione degli anni trenta del Ventesimo. Se poi qualcuno non riuscisse proprio a resistere alle mode editoriali e volesse a tutti i costi buttarsi sul genere erotico – vale a dire se proprio non gli riuscisse di buttarsi sull’eros in quanto tale dopo aver buttato i libri erotici che sfruttano e alimentano la sua frustrazione sessuale – a quel qualcuno consiglierei La giostra del piacere di Eric-Emmanuel Schmitt (Edizioni e/o, 19,50 euro). Scoprirebbe almeno cosa è in grado di fare un vero romanziere quando applichi la sua arte al racconto della inenarrabile vita erotica di una varia umanità che è, poi, sempre, molto semplicemente, tutta l’umanità che c’è.