Recensione
Monica Mattioli, Corriere del Mezzogiorno, 14/12/2013

L’Italia è in dissesto, ma non in declino: resta ancora la speranza

Più che di declino, quando ci si riferisce alla situazione italiana, è bene parlare di dissesto: il declino indica un punto di non ritorno, una crisi che prelude alla decadenza; il dissesto, invece, «compagno dell’incertezza», lascia aperte varie possibilità, e non uccide la speranza. Al dissesto si può rimediare, a patto però di non sottovalutarne la natura, che è istituzionale prima che economica: ripensando, cioè, la politica e l’amministrazione. Nella sua riflessione sull’origine del dissesto italiano, Umberto Vincenti individua sette possibili cause. La prima ha a che fare con la Costituzione e la sua applicazione concreta: già Jemolo e Calamandrei denunciavano un eccesso di disposizioni «poco o per nulla giuridiche» e in molti casi «dal contenuto vago e talvolta contraddittorio ». Il secondo problema nasce dalle rivendicazioni suscitate dalla «cultura dei diritti», che ha generato conflitti e contraddizioni che la teoria non ha saputo evitare. L’incompetenza nella gestione delle istituzioni è un’altra fonte di guai per lo stato. Anche la disinformazione, creatrice di consenso sociale, gioca un ruolo importante nella crisi delle istituzioni. La burocrazia, poi, è una malattia conclamata che riesce, perfino, a «strumentalizzare la legalità per trarne indebiti vantaggi». E che dire dell’impunità, se non che «è il vizio capitale del sistema istituzionale italiano »? L’ultimo punto nell’elenco è la divisione: non solo quella ideologica — degli interessi di potere emateriali—ma anche quella dell’ordinamento regionale. Le proposte per il cambiamento si giocano, da un po’ di tempo, sul terreno economico: è invece necessario affidarsi al diritto, «a nuove regole che determinino nuove prerogative ma anche nuovi confini da rispettare ». Per superare la crisi e innescare un processo di crescita economica c’è bisogno di una «rivoluzione culturale e politica»: di un intervento radicale sulle strutture economiche del paese e su quelle normative per ristabilire il giusto rapporto tra diritto e economia. L’autore propone di porre subito, al centro del dibattito, il diritto e le regole: cominciando a «smettere di mitizzare» la Costituzione del ’48. Solo così sarà possibile cambiare le istituzioni e dare voce a nuove élite intellettuali e politiche «capaci e credibili», che sappiano comunicare «sentimenti e idee di unione», dimenticare il particulare e mirare al bene di tutti. La storia, come sempre, è maestra di vita: ai cittadini non resta che guardare indietro, agli anni del miracolo economico, e seguire quella generazione che, con «grandi sacrifici, coraggiosa intraprendenza, responsabilità realmente avvertita» ha costruito il paese