Recensione
da.c., Corriere di Como, 12/12/2013

«Una protesta figlia del disagio sociale e di un Paese ormai disorientato»

Un «Paese disorientato, incapace di dare un senso a sé stesso». Un Paese vittima di un lunghissimo «naufragio». Guido Crainz, professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Teramo, è uno dei più acuti osservatori delle vicende italiane degli ultimi anni. In questi giorni ha dato alle stampe un volume sulla crisi che attanaglia la Penisola da almeno un decennio (Diario di un naufragio. Italia 2003-2013, Donzelli editore, pagine 220, euro 19.50). Una riflessione a tratti impietosa sui molti punti irrisolti del nostro quadro politico: «l’inadeguatezza della sinistra italiana» e la sua «incapacità di progettare il futuro e di modificare radicalmente il proprio modo di essere restituendo ai cittadini la fiducia nella democrazia», la «partitocrazia senza partiti», la sempre più grave «mancanza di etica e, spesso, di decenza » del sistema Italia. In questo scenario, è facile per Crainz commentare il fenomeno dei forconi. «In un Paese disorientato, privo apparentemente di futuro, possono facilmente nascere situazioni e intrecci molto confusi ». Una «babele di linguaggi» in cui le energie positive «rischiano di scomparire». I forconi, i movimenti di protesta, le espressioni del disagio sociale sono quindi il riflesso di una situazione «in cui apparentemente non c’è alternativa alla confusione, all’assen - za di un’idea sul futuro». Una situazione figlia della «crisi della politica, ma anche di tutta la classe dirigente del Paese». Crainz parla addirittura di «tracollo: non soltanto della politica, ma degli economisti, dei sociologi, degli stessi professori dei ragazzi che oggi sono in strada». Trovare un approdo, per la zattera naufraga, è complicato. «Può accadere - dice ancora lo storico di origini friulane - soltanto costruendo una idea di futuro». I forconi, quindi, come risposta inevitabile a una crisi generata in particolare da un deficit di governance: istituzionale, in primo luogo. Ma anche sociale. Lorenzo Bordogna, sociologo comasco docente alla facoltà di Scienze politiche dell’Università Statale di Milano, analizza il fenomeno dei forconi parlando di «disagio diffuso del ceto medio». Mostra tuttavia «preoccupazione» per un movimento movimento «di ribellione» che può far tornare alla mente «episodi inquietanti della nostra storia». Il problema che il sociologo comasco individua quale prioritario, però, è la «possibile saldatura» della protesta con chi, «in maniera strumentale», immagina di «cavalcare il disagio magari con obiettivi elettorali». Siamo alla vigilia del voto europeo e la protesta dei forconi, inevitabilmente, si coniuga a una campagna elettorale che si annuncia molto dura, tutta giocata su una possibile uscita dalla moneta unica. «Oggi il quadro di vincoli molto forti, come quelli europei, è vissuto in modo negativo da un’ampia fascia sociale - dice Bordogna - Il timore è che il sentimento ostile a un’Europa vissuta come oppressiva si saldi, nella campagna per il Parlamento di Strasburgo, con i movimenti populisti di destra e sinistra, così come già peraltro sembra accadere». La protesta dei forconi, insiste il sociologo lariano, «va sicuramente ascoltata senza però dimenticare di sottolineare che si tratta di una forma di dissenso fuori da ogni regola. Faccio un esempio: lo sciopero nei servizi pubblici è regolamentato. Anche se non sempre le sanzioni sono efficaci, le violazioni producono effetti». Protesta sì, quindi, ma dentro una cornice di norme precise. Il professor Bordogna parla ancora di «un disagio sociale proveniente non soltanto da emarginati. Gli autotrasportatori non lo sono. Si tratta piuttosto di ca- tegorie sottoposte a strette fiscali. Categorie che devono subire un aumento delle imposte collegato a una diminuzione di sussidi». Motivi che possono quindi giustificare o, quantomeno, far comprendere i motivi di una protesta anche dura. «Ciò che fa paura è la strumentalizzazione di questa protesta - dice il sociologo lariano - Se ci si ferma qui non vedo grandi pericoli, ma se alcune forze politiche molto rilevanti intravvedono la possibilità di capitalizzare questo dissenso a fini elettorali, la saldatura diventa pericolosa. Gli apprendisti stregoni non sanno mai dove vanno a parare». Un’ultima notazione, Bordogna la traccia guardando all’universo studentesco, che fa parte a pieno titolo del movimento dei forconi. «Ciò che avverto in facoltà, anche tra i colleghi più giovani, è la differenza evidente tra chi è dentro il mercato del lavoro protetto dalle vecchie regole e chi, invece, in questo stesso mercato è entrato da pochi anni o sta addirittura per accedervi magari con contratti precari. C’è una frattura generazionale legata alle condizioni di lavoro, di reddito, previdenziali ». Questa differenza, vissuta come una palese ingiustizia, sembra essere un motivo ulteriore di scontro tra chi manifesta nelle strade e chi, invece, osserva con preoccupazione l’espressione di un disagio così evidente. Una lettura più politica del movimento dei forconi giunge invece da Paolo Natale, sociologo dell’Università di Milano e autore, assieme a Roberto Biorcio, di una delle analisi più approfondite del grillismo (Politica a 5 stelle. Idee, storia e strategie del movimento di Grillo, Feltrinelli). «I forconi - dice Natale - sembrano essere un’emanazione della protesta a 5 Stelle, una sorta di riproposizione del vangelo grillino ma a un livello culturale più basso. Nessuno sa davvero quale sia la composizione sociale di questo movimento, che sui territori è declinato in maniera differente». Secondo il sociologo milanese, «la protesta dei forconi sembra assimilabile a quella della greca Alba Dorata, non nei contenuti ideologici ma come istanza partecipativa». Una protesta oggi disorganizzata ma «potenzialmente eversiva, pericolosa per i riflessi negativi che potrebbe avere sull’ordine pubblico».