Recensione
Francesco Marchianò, Rassegna Sindacale n.45, 10/12/2013

L’ossessione del centro

Appartengo a una generazione fortunata. Abbiamo fatto in tempo a conoscere la grande politica, e anzi a succhiarne la linfa vitale proprio nel momento della formazione, traendone l’insegnamento che si potesse plasmare contemporaneamente la nostra vita e l’organizzazione sociale. Non è andata proprio così, ma quella volontà di potenza ci è rimasta dentro per sempre”. Parte da queste considerazioni l’ultimo libro di Walter Tocci (Sulle orme del gambero. Ragioni e passioni della sinistra, Donzelli, Roma, 2013, pp. VI- 266, euro 18,50) che compila un lucido e amaro bilancio della generazione politica postcomunista. Le parole dell’autore sono inequivocabili: “Siamo entrati nella maturità proprio in quel passaggio d’epoca segnato dal crollo del muro di Berlino e dalla promessa di un mondo nuovo. Quelli impegnati nella politica di sinistra hanno avuto la possibilità di cambiare il paese e le sue città. Ancora di più, quelli che erano stati comunisti – da sempre all’opposizione – hanno avuto la fortuna di poter dimostrare, prima di tutto a loro stessi e poi agli altri, che avevano le capacità di governare meglio delle vecchie classi dirigenti. È stata la grande occasione della nostra vita politica e l’abbiamo mancata”. La mancata elezione di Romani Prodi alla presidenza della repubblica lo scorso 19 aprile a causa di 101 franchi tiratori segna per Tocci un momento paradigmatico, saliente. “Il 19 aprile – spiega – si è consumato il fallimento della nostra generazione. Per riconoscerlo ci vorrebbe sincerità e responsabilità. Aiuteremmo la generazione successiva a non ripetere i nostri errori”. L’aspetto generazionale riveste un ruolo molto importante per comprendere il ragionamento di Tocci. Senza cadere nella trappola della retorica giovanilistica, infatti, Sulle orme del gambero è concepito come un dialogo con le nuove generazioni alle quali l’autore si affida con fiducia e curiosità. A esse, ma non solo, sono consegnate analisi storicopolitiche molto interessanti e anche originali, a cominciare dalla rilettura della storia del Pci e della sua crisi. Per Tocci essa non risalirebbe all’esaurimento del compromesso storico di Berlinguer e Moro e insorgerebbe molto, molto prima. Precisamente dopo la morte di Togliatti quando nel partito si manifestano due opzioni alternative: quella più a “destra” di Amendola, che punta all’unità con i socialisti e alla formazione di una grande forza socialdemocratica, e quella più a “sinistra” di Ingrao che invece vuole aprirsi ai nuovi fermenti e conflitti della società per indicare un diverso modello di sviluppo. Il partito, però, evita di scegliere una di queste alternative preferendo la formula del famoso centro che a lungo andare avrebbe finito per logorare il partito stesso. La tesi è affascinante e merita attenzione. Al di là dell’aspetto storiografico, sembra di scorgere al suo interno anche alcuni riflessi attuali. È come se Tocci si augurasse che quella situazione non si ripeta anche oggi e che almeno una delle alternative tuttora in campo (ammesso che vi siano) riesca a prevalere sprigionando le sue energie. Un aspetto importante sul quale l’autore individua un grande deficit della sinistra odierna è quello della capacità di “fare popolo”. Influenzato dagli studi sul populismo di Ernesto Laclau, Tocci ricorda la straordinaria capacità che aveva il Pci di capire e farsi capire dalle componenti più popolari e plebee della sua base, dando loro una proiezione politica più “intelligente”. Oggi, invece, quella capacità è stata smarrita come evidenzia l’esemplare comportamento dell’elettorato romano che nei decenni passati presentava un forte voto conservatore nei quartieri centrali e un voto di sinistra in quelli periferici, mentre oggi è l’esatto contrario. Il volume allarga le sue riflessioni ad altri argomenti. Un’attenta analisi è compiuta sulla seconda repubblica che, lungi dal realizzare il cambiamento promesso, è finita peggio della prima con partiti e istituzioni ancora più delegittimati e aumentando la distanza tra i cittadini e la politica. Importanti sono poi le pagine dedicate alla crisi economica provocata dal neoliberismo, il “grande inganno” che aveva affascinato anche una parte della sinistra. Tanti spunti sui quali riflettere con la voglia di ripartire.