Recensione
Antonio Funiciello, Il Foglio quotidiano, 11/12/2013

Consigli di Machiavelli a un giovane segretario fiorentino, sullo staff

Quella della scelta dei propri consiglieri, presa in esame nei capitoli XXII e XXIII del "Principe", è probabilmente una delle sezioni più "immediatamente" attuali dell'opera. "Un buon consigliere è il più utile dei beni", aveva scritto d'altronde Isocrate già nel 368 a. C. (Lettera a Nicocle).

Machiavelli sembra esserne parecchio convinto e, come lui, ne paiono oggi persuasi anche le grandi major che investono in serie televisive che hanno ad oggetto la vita quotidiana degli staff dei leader politici, da "West Wing" e "Spin City" alle più recenti "House of Cards" e "Borgen" (quest'ultima danese, perché la moda ha da tempo attraversato l'Atlantico).

La prima idea che ci si fa di un principe del suo "cervello" scrive Machiavelli "è vedere li uomini che lui ha d'intorno" (XXII). La prima idea che ci si fa di un leader, insomma, è osservare il suo staff: valutare la qualità degli uomini di cui si circonda. Nel capitolo XXIII, quello dedicato agli adulatori, ma che fa tutt'uno con il capitolo XXII, costituendo quasi un trattatello nel trattato dedicato ai consiglieri politici, Machiavelli mostra di non avere timore del gran mercato dei consulenti che impazzava nel Cinquecento (e che impazza ancora oggi). Suggerisce difatti al suo principe, al nostro leader politico, di ascoltare molti consiglieri affinché giungano al suo orecchio il maggior numero di informazioni possibili. Mai avere un solo consigliere con cui stabilire un rapporto privilegiato. Se un principe, infatti, s'affidasse a un solo consigliere "che al tutto lo governassi", rischierebbe in breve tempo di essere soppiantato da costui, avverte il segretario fiorentino.

Meglio avere una squadra ampia di consiglieri. Meglio avere uno staff composito, che possa riportare al principe nel modo più compiuto il senso della complessità dei fenomeni politici.

Alistair McAlpine, che fu tesoriere dei Tory ai tempi di Margaret Thatcher e uno dei suoi più ascoltati consiglieri, quando la Lady di ferro uscì di scena scrisse un godibilissimo pamphlet intitolato "The Servant".

Libretto in cui McAlpine racconta di sé e della sua esperienza al servizio della leader conservatrice, provandosi nella deduzione di un dettagliato codice di condotta del civil servant. "Il Servitore scrive McAlpine sa bene che non avrà ricompense e che alla fine dovrà sacrificare se stesso per il suo signore, ma quel sacrificio è la sua ricompensa: questa è la natura del Servitore". Lyndon Johnson, che fu un abilissimo compositore e gestore di staff (anche perché da uomo di staff aveva cominciato a fare politica), diceva dei suoi collaboratori: "Non faccio favoritismi nel mio staff. Tratto tutti con la stessa generale mancanza di considerazione". Machiavelli non la pensa come Alistair McAlpine e Lyndon Johnson.

A giudizio del segretario fiorentino, se la caratteristica principale del consigliere politico nel rapporto con il suo "principe" di riferimento è che "non deve pensare mai a sé ma sempre a lui; d'altro canto, il principe, per mantenerlo fedele, deve pensare a lui onorandolo, facendolo ricco, legandolo a sé mediante la condivisione degli onori e delle responsabilità" (dalla traduzione Donzelli). Questa l'idea di Machiavelli sulle indennità di carica di chi riveste incarichi politici, idea che lo elegge di diritto membro e sostenitore della orrenda Casta della politica... Un bravo consigliere deve, insomma, mostrare e dimostrare di avere sempre la propria persona e il proprio tornaconto in uno stato di subalternità rispetto a quello del suo leader. Ma quest'ultimo ha il dovere di rendergli agiata la vita e nobile lo stato sociale.

Anche il capo dello staff di Tony Blair, Jonathan Powell, ha scritto un libro che racconta la sua esperienza accanto al leader laburista sub specie machiavellica. Il libro s'intitola "The New Machiavelli. How to Wield Power in the Modem World" (2010). Così Powell: "La natura e l'organizzazione della corte è un elemento cruciale della capacità di leadership. Uno dei pericoli chiave che un leader deve fuggire è il pensiero unico, un'unanimità nella quale tutti i membri dell'inner cirele hanno la stessa opinione e nessuno contesta mai il leader".

Se il pensiero unico deve essere messo al bando, possiamo provare allora ad abbozzare quella che per Machiavelli è una vera e propria fenomenologia della decisione politica. Il leader nei confronti dei membri del proprio staff: (1) "debbe domandarli di ogni cosa"; (2) "le opinioni loro udire"; (3) "di poi deliberare da sé, a suo modo".

La funzione della leadership è propriamente quella dell'unità sintetica e progressiva degli elementi raccolti nel processo di elaborazione della decisione. Dopo tutto, non dovrebbe sorprendere che chi intenda esercitare una funzione di guida di leadership, appunto nei confronti di un gruppo piccolo o grande di seguaci, deve mostrare di sapere svolgere questa stessa funzione nel gruppo ristretto di persone che lavorano con lui. Naturalmente il leader deve essere "savio per se stesso" per svolgere al meglio tale funzione.

Savio sta, ad un tempo, per culturalmente strutturato e politicamente avvertito. Una saggezza che per Machiavelli si esprime pure nell'abilità di saper chiedere consigli ai membri del proprio staff. In due passaggi diversi dello stesso capitolo, Machiavelli puntualizza che i consigli vanno elargiti quando, e solo quando, siano esplicitamente richiesti e che è politicamente sconveniente, per il processo di elaborazione della decisione, che i consiglieri consiglino quando non ne sono richiesti. Il leader deve guidare il processo dall'inizio alla fine: da quando domanda ai suoi, a quando, dopo aver domandato e molto ascoltato, si ritira nelle sue stanze per giungere alla decisione.

Aprire e chiudere il processo di elaborazione della decisione politica sono prerogative del leader e lo definiscono come tale. Il leader deve essere "largo domandatore" e "paziente uditore del vero". Non c'è altro modo per scampare gli untuosi adulatori, dannosi scrive Machiavelli come la peste (e la peste era quanto di più dannoso un uomo degli inizi del Cinquecento potesse conoscere), che rassicurare i propri consiglieri della sicurezza di cui godranno nell'esercizio del pronunciamento della verità al cospetto del principe. E questo è il cuore del ragionamento di Machiavelli e di certo la riflessione più suggestiva e attuale che egli propone.

Un leader paga un costo caro a circondarsi di adulatori. Costoro, difatti, interrogati, non gli diranno mai il vero, ma soltanto quanto loro reputano sia già il parere del leader e, per tanto, lo compiaccia, minando così il meccanismo di funzione del processo di elaborazione della decisione politica. "Non c'è altro modo scrive Machiavelli a guardarsi dalle adulazioni, se non che li uomini intendino che non ti offendino a dirti il vero".

La facoltà di dire la verità al cospetto di chi detiene il potere politico è una delle prerogative originarie di chi vive in una comunità politica democratica. Per i greci questa facoltà corrispondeva all'esercizio della parresia, del parlar franco, del dire la verità. Nelle "Fenicie" di Eurìpìde, Eteocle e Polinice, figli di Edipo, fanno un patto per governare un anno a testa su Tebe, succedendosi pacificamente al vertice. Ma, dopo il primo anno di governo, Eteocle non intende lasciare il trono al fratello e lo costringe all'esilio. Quando la madre Giocasta interroga Polinice su quanto di peggio debba patire l'esule, Polinice le risponde: il non poter esercitare la parresia, il non poter parlare franco, il non poter dire la verità. Perché solo nella propria comunità, in cui appunto ci si riconosce come tali e dalla quale si è riconosciuti come tali membri della comunità è possibile poter condividere la facoltà di dire il vero, e sentirsi così cittadini in possesso di diritti e, soprattutto, uomini liberi.

"E' da schiavo non dire ciò che pensi" concorda Giocasta col figlio esule. Chi si rapporta al potere politico scegliendo di dire la verità sa di correre un rischio. Va incontro a un pericolo che può disinnescare solo la saggezza di un leader disponibile ad ascoltare il vero, anche se può risultargli spiacevole. Spiega Foucault, che tanto si è interrogato intorno alla parresia: "Il sovrano, colui che possiede il potere ma non la verità, si rivolge a qualcuno che possiede la verità ma non il potere, e gli dice: se mi dici la verità, a prescindere da ciò che questa verità comporterà, non sarai punito" ("Discorso e verità", 1985).

Il dovere di dire la verità al leader è l'imperativo categorico del buon consigliere politico. La facoltà di potersi dotare di un consigliere politico dedito alla parresia, al parlar franco, al dire la verità, è la più preziosa delle facoltà di un leader. Dal momento che anche al più saggio dei leader possono saltare i nervi, l'esercizio del pronunciamento della verità è nondimeno sempre connesso a un rischio, seppure latente, ma perennemente presente. Dunque, per dire la verità, occorre coraggio.

Quanto Machiavelli insegna del suo mestiere, il mestiere del consigliere politico, ha a che fare insomma con la verità e col coraggio. Con la verità, perché solo essa può servire la causa dell'einaudiano buon governo di un leader vocato all'interesse generale. Col coraggio, perché sebbene si racconti spesso che la verità alla fine trionfi, questa non è una verità. E la storia è piena di buoni consiglieri finiti in disgrazia. E tuttavia se il principe può permettersi, e anzi, deve mentire quando la causa lo richieda, al ruolo del suo consigliere è prescritto l'indomito incarico di pronunciare sempre la verità. Questo è, ad un tempo, quanto di più prezioso la politica e chi fa politica ha imparato dal "Principe" di Niccolò Machiavelli nei cinquecento anni che ci sono alle spalle e, quel che più conta, quanto ha ancora molto da imparare nei prossimi cinquecento.