Recensione
Corrado Giustiniani, Il Secolo XIX, 26/11/2013

GLI ANNI DI PIOMBO RACCONTATI DA EMILIANI

GLI Italiani vedevano ancora la tv in bianco e nero, la Spagna era sempre soffocata da Franco e i giornalisti del “Messaggero” si erano appena dati una linea “laica, democratica e antifascista”. Un tempo che oggi sembra molto lontano, quello descritto da Vittorio Emiliani in “Cronache di piombo e di passione” (Editore Donzelli, 362 pagine, 34 euro). Ovvero i dodici anni dal 1974 al 1986 traguardati prima come inviato speciale, poi come direttore, dall’osservatorio privilegiato del primo quotidiano della capitale.Un mondo di mille statuine della memoria che riprende vita e ricomincia ad agire come se fosse oggi, invece che quegli anni turbolenti, marchiati dalle Br e dal rapimento di Moro.Per l’esattezza le statuine sono 1.720, a contarle nello sterminato indice dei nomi che correda il volume. Per capire come fosse drammaticamente denso di eventi quel periodo storico, prendiamo un solo anno,il 1980,il primo di direzione di Emiliani, con l’assassinio del giornalista Walter Tobagi, la strage del Dc9 ad Ustica e quella della stazione di Bologna, il terremoto in Irpinia e l’assassinio da parte dei Nar del tipografo del quotidiano di via del Tritone Maurizio Di Leo. Per non dire del rapimento del giudice Giovanni D’Urso, operato dalle Brigate rosse. “Il Messaggero”, il cui centralino era, da Moro in poi, l’involontario interlocutore dei terroristi, decide di pubblicarne il comunicato, assieme a Il Secolo XIX e a pochissimi altri, contro il parere di uno schiacciante schieramento mediatico, guidato da “Corriere” e “Repubblica”. Ma così la vita del giudice venne salvata: lo ritrovarono infatti due giorni dopo al Portico d’Ottavia su una Fiat 127, incatenato e incerottato. La mente fotografica di Emiliani scruta i corridoi di via del Tritone e le stanze del potere.Fa rivivere ad esempio la chioma tinta di un rosso fiammeggiante dell’anziano e gigantesco capo della Giudiziaria Fabrizio Menghini, autentico divo vent’anni prima con lo scandalo Montesi, o il sorriso gentile di Giancarlo Del Re,l’inviato che aveva scritto con Leo Chiosso il testo di “Parole Parole” eseguita da Mina e Alberto Lupo, per poi vestire con un mantello ottocentesco la figura diAldo Maffey, che aveva portato al giornale Federico Caffè, il grande economista che scomparirà misteriosamente. C’era allora un Fabrizio Cicchitto socialista lombardiano, forse il più a sinistra del partito.E c’era un giovane Renato Brunetta che aveva iniziato a collaborare al giornale, sbattendo giù la cornetta dopo il primo articolo, che pretendeva della lunghezza di sei cartelle mentre gli era stato chiesto di tre. Anche Emiliani era socialista,come i suoi predecessori ItaloPietra e GigiFossati, e non ne fa mistero nel libro: ha sottoscritto la tessera per vent’anni, fino al ’78. Quel “Messaggero”, risanato nel bilancio, aveva un rapporto speciale col suo pubblico e lo coinvolgeva in tante iniziative popolari: come quella contro l’abolizione della Befana, con 350 mila schede arrivate in redazione nel 1981, che indussero il governo Spadolini a ripristinare la festività. O la“biciclettata”di massa per indurre il Comune ad aprire la prima pista ciclabile, o la ramazzata delle piazze del centro per una Roma più pulita, cui avevano partecipato, scopa in mano, personaggi illustri come Laura Biagiotti. Emiliani, invece, non aveva un rapporto speciale con il segretario della Dc,Ciriaco De Mita.E alla fine venne licenziato.Ma sette anni da direttore smentiscono, in fondo, il proverbio “Un bel gioco dura poco”.