Recensione
Lucio Bertoli, La Libertà - Piacenza, 26/11/2013

Le memorie di un’inchiesta - Tra piombo e passione

Vittorio Emiliani, romagnolo, è ormai romano di adozione da quasi quarant’anni. Fu Italo Pietra, che nel 1960 l’aveva chiamato al “Giorno” allora quotidiano di punta per modernità e linea politica, a chiedergli di raggiungerlo al più vecchio e diffuso giornale della capitale, il “Messaggero” ed Emiliani lasciò Milano, la Lombardia (aveva casa a Voghera) dove risiedeva da vent’anni per un nuovo trasloco. Fu difficile ambientarsi a Roma? «Il primo anno fu per me, padano un po’ imbranato, un anno di scoperta. Tutto era nuovo, anche se Roma a volte mi pareva una città del Terzo Mondo, parecchio sgangherata. Poi, dopo appena un anno, Pietra subì il secondo licenziamento politico nel giro di tre anni. Sempre la Dc riteneva troppo laica e di sinistra la linea del giornale romano che Montedison aveva acquistato dai Perrone dopo una clamorosa svolta politica in senso radicale. Montanelli ed altri giornalisti moderati definivano “un soviet” la redazione di via del Tritone. Pietra riuscì ad imporre come suo successore il bravo Gigi Fossati, già all’ “Avanti! ”, il primo ad inviare corrispondenze nel ’56 da Budapest insorta, poi al “Giorno” quale corrispondente estero. Era un amico e però io entrai in crisi con la città. Avrei preso il primo treno per il Nord, anche un accelerato… » Come uscì da questa crisi? «Cercando di capire meglio quella città stratificata, carsica, luogo di tante etnie regionali, cresciuta in modo disordinato, spesso abusivo, a forza di immigrati – dal Lazio e dal Sud – balzando dal milione e mezzo di residenti del dopoguerra ai quasi tre milioni di quegli anni ’70. Ufficiali perché i clandestini erano tanti. Si calcolava che 800mila romani vivessero in case abusive. Il deputato repubblicano Oscar Mammì che era stato assessore comunale all’Annona mi disse: “Ma lo sai che ci sono dodicimila negozi senza licenza”? Mi sembrava impossibile. Cercai di capirci qualcosa andando a fare l’inviato, anzi l’inchiestista, nelle borgate. Poi girai molto le province laziali, abruzzesi, umbre, marchigiane dove il “Messaggero” era molto diffuso». E la cura riuscì? «Faticosamente sì. Mi aiutò molto anche il fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, che aveva cominciato come assistente sociale in borgata spiegandomi la complessità di quella metropoli cresciuta quasi senza ossa e che era sempre meno “ministeriale”». Quindi faceva felicemente l’inviato, ma non pensava di fare il direttore? «Francamente no. Ritenevo che il mestiere di inviato V fosse il più bello di tutti, e ne sono ancora convinto. Però quando Mario Schimberni mi offrì la chance di risanare e rilanciare insieme quel quotidiano dal forte passivo, dissi di sì. Mi piace scommettere. Seppi poi da lui che mi aveva scelto per la mia esperienza sindacale, per i legami di amicizia che avevo con Lama, Benvenuto e Carniti: avrebbero concorso a risanare quel quotidiano travagliato, in tipografia, da u- Vittorio Emiliani,autore del libro “Cronache di piombo e di passione” alla“biciclettata del Messaggero” nel 1983, a Roma in piazza del Popolo, con il sindaco Ugo Vetere na conflittualità sindacale senza fine. Inoltre alla fine del ’79, esauritasi la solidarietà nazionale, i partiti erano indeboliti e Montedison poté nominare un direttore fuori dal gioco politico romano. In effetti risanammo, con amministratori onesti e di prim’ordine, il “Messaggero” in un anno e mezzo, tornando in attivo». Insomma, lei fu nominato senza fare il giro delle sette chiese partendo dal Gesù e arrivando in via del Corso? «Incredibile, ma fu così. Venni nominato all’insaputa di Craxi, di Martelli, col quale avevo scontri “ferroviari” sull’autonomia dei giornalisti, e della Dc…». Ma lei non era socialista, dichiaratamente? «Sì lo ero, lo sono ancora, anche se da due anni non avevo più tessere, ma avevo appartenuto alla sinistra di Lombardi-Giolitti e loro volevano un direttore acquiescente. Però il giornale era ormai risanato, aveva recuperato copie e prestigio, non era facile rimuovermi». Quanto durò questo periodo positivo? «Fino a quando non divenne segretario della Dc, nell’83, Ciriaco De Mita che ben presto partì alla carica per riconquistare il “Messaggero”. Nell’aprile dell’83 chiesero a Schimberni un condirettore “di provata fede democristiana”. Non accettai di essere messo sotto tutela e offrii il mio posto. Offerta accettata. Mi salvò il tracollo di De Mita alle elezioni del 1983. Durai ancora tre anni e mezzo, ma il rapporto con la proprietà non fu più quello. Peccato, il giornale volava». Che anni avevate attraversato? «Anni, come dice il titolo, di piombo e di passione. Dove, nonostante tutto, la passione politica e civile ebbe il sopravvento. Contarono la passione, la partecipazione, la forza della democrazia insomma e, credo, anche il nostro garantismo, il voler vincere la sfida contro il terrorismo non soltanto reprimendolo con le armi ma sconfiggendolo sul piano politico, senza intaccare in modo decisivo le garanzie costituzionali. Tante leggi importanti furono votate in quegli anni o confermate da referendum vinti con maggioranze indiscutibili. Penso al divorzio, all’aborto, la cui legge il capo del governo Andreotti firmò tre giorni dopo l’assassinio di Moro. E, dopo di essa, la legge Basaglia per l’apertura del manicomi, l’equo canone e altre ancora. Tutte legge nate dal Parlamento. Ogni giorno c’era un delitto, un agguato. In poche città d’Italia peraltro. Una sera venimmo a Piacenza per un dibattito e ci dissero che una volta Renato Curcio si era fermato in stazione… Tutto qui». Ma i giornali com’erano? E i giornalisti? «Non è facile fare paragoni. Ci furono quotidiani attraversati da crisi drammatiche: per esempio il “Corriere della Sera” quando con Di Bella e Tassan Din propose un pericolosissimo “oscuramento” totale delle notizie sul terrorismo. Aderirono Gianni Letta per il “Tempo”, la Rai con Villy De Luca direttore generale. Noi ci rifiutammo e anche Scalfari che pure era il leader del “partito della fermezza”: cosa avrebbe pensato la gente non avendo più notizie sul fenomeno terroristico? Poi si scoprì che il vertice del “Corriere” era tutto piduista. Per fortuna la redazione reagì bene e Alberto Cavallari seppe condurre il quotidiano fuori da quella terribile tempesta. Alberto Cavallari, piacentino, grande giornalista, intellettuale raffinato, un maestro del nostro giornalismo. Sono stati, lui, Pietra, per parte di madre originario di Bobbio, Forcella, Murialdi, Levi, modenese, Valli, parmigiano, e altri i nostri fratelli maggiori, un modello e una scuola». In anni tanto difficili come impostò, lei uomo del Nord, un quotidiano profondamente romano come il “Messaggero”? «Capii abbastanza presto che bisognava mescolare impegno e divertimento, che i romani si impegnavano volentieri, in massa, se li faceva giocare. Certo con la svolta del 1976, giunta di sinistra guidata dal grande storico dell’arte, il torinese Giulio Carlo Argan, e poi dall’indimenticabile Gigi Petroselli, viterbese, la metropoli stava cambiando nel profondo. Quando noi organizzammo, per esempio, la biciclettata per la prima pista ciclabile sul Tevere ci ritrovammo migliaia di ciclisti al Circo Massimo, lo stesso quando ideammo la “ramazzata” in quattro punti storici di Roma e poi la pulizia delle banchine del Tevere, o la raccolta di fondi popolare, tante piccole offerte, per la clinica di ematologia e per la prevenzione e la cura dell’Aids, tema scabroso, superando il miliardo di lire in poche settimane». Rimpianti? «No, il modo della mia estromissione, in piena ascesa, certo non fu elegante, e, dopo, il “Messaggero” si allontanò sempre più dal giornale laico, antifascista, garantista che era stato. Craxi e Martelli che avevano voluto la mia testa rimasero ben presto scornati dalla piega demitiana presa dal nuovo direttore. De Mita ne fu soddisfatto. I lettori meno». E lei? «Pietra mi disse che ero giovane, avevo 51 anni, e che sarei stato licenziato, come lui, almeno due volte per ragioni politiche. Ma non successe perché nessuno mi offrì più una direzione. O meglio, ci provò nel ‘92 il presidente dell’ENI Cagliari per il “Giorno”, ma la mia candidatura fu bocciata dal Psi. Peggio per loro, non crede? ».