Recensione
Gianni Brunoro, Giornalismo e Storia, 25/11/2013

Gradevolissima Gradiva

Opera di Wilhelm Jensen, che la pubblicò nel 1903, Gradiva – sottotitolo dello stesso autore Una fantasia pompeiana – è un breve romanzo caratterizzato da vari requisiti, il principale dei quali non gli appartiene in via diretta ma soltanto di riflesso. Vale a dire che, una volta letto da Carl Gustav Jung, allora allievo di Sigmund Freud, egli lo segnalò al maestro, avendovi trovato elementi assai interessanti sotto il profilo psicanalitico. E lo stesso Freud ne rimase a sua volta affascinato al punto da essere indotto a scrivere un saggio, nel quale analizzava quanti e quali elementi del racconto concordassero con i principi della psicanalisi (“scienza” inventata dallo stesso Freud, e che era allora nei suoi anni aurorali). Fu dunque questo intervento freudiano (postillato molto tempo dopo anche dal nostro Cesare Musatti) a rendere celebre il racconto che forse nel tempo sarebbe caduto in un pur ingiustificato oblio. Lasciamo pur perdere quanto avvenuto dopo: ossia che nel 1913 si sarebbe consumata una insanabile frattura fra Jung e Freud; che le idee di Freud sul romanzo sarebbero state problematicamente rinnegate da Wilhelm Jensen; e che infine Freud stesso, venti anni più tardi, avrebbe a sua volta “maltrattato” (definendolo impietosamente frivolo e privo di gran valore) quel racconto, da lui così visceralmente ammirato in precedenza. Resta il fatto che, quali che siano i suoi meriti letterari di Gradiva, l’insieme di eventi sopra citati gli conferirono una certa qual immortalità. A dire il vero, il breve romanzo è ancora oggi gradevole e divertente. Fin dall’inizio, l’autore entra in argomento senza tanti fronzoli: «Nel visitare un grande museo di Roma, Norbert Hanold aveva scoperto un bassorilievo che l’aveva particolarmente attratto, talché, rientrato in Germania, fu assai lieto di potersene procurare un perfetto calco in gesso». Ecco, siamo d’acchito in medias res. Ed è sull’immagine raffigurata in quel calco che prendono avvio gli elementi su cui ruota, tutto intero, il racconto. «L’immagine rappresentava, a circa un terzo della grandezza naturale, una figura femminile nell’atto di camminare: una giovane non più bambina né tuttavia ancora donna, una virgo poco più che ventenne». Su questi pochi aspetti, il giovane Norbert, archeologo, comincia a fantasticare: innanzitutto sulla postura dei piedi, talmente importanti che «scelse di chiamarla Gradiva, “colei che incede”: appellativo in realtà riservato dai poeti antichi a Marte Gradivo, il dio della guerra che avanza in battaglia»; e sull’ipotesi di dove la giovane stia andando, e quale possa essere il luogo in cui è ambientata la scena: «Sostenuta dalla sua conoscenza del mondo antico, la fantasia gi ricreò quasi concretamente lo scenario della strada che s’allungava tra due file di case intervallate qua e là da templi e porticati: Vi si svolgevano anche attività commerciali e vi si praticavano mestieri: tabernae, officinae, cauponae, botteghe, officine, osterie». Insomma il giovane vi ravvisa senza tentennamenti la città di Pompei, a lui ben nota. In sostanza, è tutto un susseguirsi di congetture magari fantasiose, ma che non sono una farneticazione delirante, bensì una grande liberazione della fantasia, lasciata sbrigliarsi basandosi sui dati della propria cultura archeologica. Per cui il grigiore della semplice erudizione diventa un colorito, suggestivo racconto. Sull’onda di tali autosuggestioni, in base alle quali ha determinato “dove” la scena non può che svolgersi, Norbert si reca a Pompei, determinato a sciogliere quello che per lui è un mistero e che lo turba. Visitando lungo diversi itinerari quella città di ombre – vividamente descritta dal romanziere in più punti – è sistematicamente in preda alle sue fantasie, ma in bilico fra considerazioni razionali (il vago sospetto di essere magari un po’ pazzo) e la convinzione che le sue farneticazioni corrispondano invece al vero. Finché qualche giorno dopo Norbert intravede e incontra “davvero” la sua Gradiva. È a questo punto che i fili del racconto cominciano a imbrogliarsi, nel senso che al giovane archeologo accadono esperienze capaci di lasciarlo molto perplesso, suscitandogli sempre più complessi dubbi se stia vivendo nel sogno o nella realtà... In breve: un giorno egli incontra davvero la ragazza del bassorilievo, fissa con lei successivi appuntamenti, affronta insieme a lei dei dialoghi a cavallo fra filosofia e realtà. E riceve perfino l’impressione che la ragazza lo tratti quasi con un atteggiamento beffardo. È davvero un bizzarro confronto: da una parte la concretezza di lei, dall’altra il fantasticare di lui. Lui con la testa fra le nuvole, lei coi piedi per terra, un confronto da cui emana una certa ironia. È proprio così, in effetti. La ragazza gli si palesa a un certo punto per ciò che è realmente: la signorina Zoe, da lui conosciuta quando entrambi erano dei bambini, ma il cui ricordo egli aveva da tempo completamente rimosso. Ciò che succede a quel punto, è bene lasciarlo scoprire a che avesse la curiosità di affrontare il romanzo. Invece, ciò che è opportuno qui sottolineare è quel punto focale che attirò a suo tempo l’attenzione di Jung e di Freud: il fatto cioè che a un certo momento il ruolo di protagonista venga assunto da un’idea, quella della rimozione, con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano logico. E che, al tempo, i due psicanalisti bene individuarono nei momenti narrativi. Se dunque è interessante la riproposta di un romanzo idoneo a sostenere un curioso ruolo, indipendentemente dalle intenzioni del suo autore, ancora di più lo è per il “tipo” di edizione in cui esso è stato oggi “confezionato”. Vale a dire che è accompagnato da varie illustrazioni, per esso appositamente eseguite da Cecilia Capuana, la quale confessa, in una suggestiva postfazione, di avere subìto a sua volta da molto tempo la fascinazione per quell’opera. «Da anni – afferma lei stessa nella postfazione – tenevo Gradiva nel cassetto; amavo la storia, vado pazza per i ruderi, adoro Pompei (a undici anni la visitai con mio padre): la libertà, l’eros sprigionano dagli affreschi che tanti artisti hanno influenzato. Le divinità, a Pompei, passeggiano con voi. E questa ragazza, Gradiva, mi piace, mi è sempre piaciuta: cosi impavida, cammina libera, come neanche noi, donne moderne, camminiamo; e mi domando: dove va?». Cecilia Capuana, oggi giustamente celebrata specialmente come pittrice, è in realtà un’artista proteiforme, che nella sua carriera ha affrontato differenti esperienze. In particolare, negli anni Settanta del secolo scorso ha frequentato anche i fumetti, collaborando a riviste dette al tempo “di fumetto d’autore”, come le italiane Alter Linus o Comc Art o la francese Métal Hurlant, palestra di autori internazionali del livello di Moebius (che ne era stato uno dei creatori, insieme a Jean Paul Dionnet e altri). Risale a quel torno d’anni l’occasione in cui anch’io – che ero uno degli addetti stampa del Salone Internazionale dei Comics di Lucca – ho personalmente conosciuto Cecilia Capuana: un fisico minuto, una personalità vivida, occhi scintillanti come segno di attenzione a tutto... Nella fattispecie, fra l’altro, anche esponente di spicco di quelle autrici di fumetti “al femminile” che collaborarono alla rivista Ah, Nanà e anche a Streghe---ctrl Ora, ritrovo Cecilia – appunto – come curatrice e illustratrice di questa edizione di Gradiva, edito da Donzelli. E ben si comprende come lei, in quanto disegnatrice, ne sia stata suggestionata. Gradiva è in effetti una di quelle opere che i francesi definiscono bizarreries (e non credo servano traduzioni) ma che hanno una qualche sfumatura di magia, per cui diventano a modo loro delle opere “di culto”. Dev’essere senz’altro in questa prospettiva che Cecilia Capuana, catturata dalla malia della narrazione, se ne è idealmente appropriata. Ha forse esorcizzato questa... protervia possessiva del testo nei suoi confronti, contrappuntandolo con immagini quali esso le veniva via via suggerendo, stuzzicando la sua fantasia di artista. Innanzitutto ha rielaborato l’immagine del bassorilievo, restituendola in più modi, addirittura immaginandola mentre incede non di profilo, ma di fronte, diretta verso lo “spettatore”. Inoltre, è tornata più volte anche su quel particolare – il piede – che è un po’ la chiave di volta di tutta la narrazione, essendo il dettaglio che, denotando l’incedere, suggerisce a Norbert un nome (Gradiva = colei che incede) per il bassorilievo, di per sé anonimo. Altre immagini riguardano invece lo stesso Norbert, raffigurato in maniera un po’ buffa nei panni di un giovanotto di inizio del Novecento. Infine, molte altre illustrazioni corrispondono a immagini di quel mondo classico in cui si svolge la parte “farneticata” della storia; e altre ancora restituiscono un contenuto simbolico, come per esempio il momento in cui «Norbert Hanold con l’asfodelo in mano assomigliava a un Hermes Psicopompos in abiti moderni, che si recasse a prelevare un’anima recisa per condurla giù nell’Ade». Sono sempre immagini dal tratto forte, quelle di Cecilia Capuana, che richiamano quasi uno stile xilografico, specie in vari casi in cui l’immagine stessa è concepita come in negativo, con tratti bianchi su uno sfondo a colore pieno, di solito il marrone o l’azzurro o il rosso bordeaux. Ma in ogni caso l’accostamento testoimmagine si discosta dal concetto tradizionale di “racconto illustrato”, in quanto l’impaginazione fa corrispondere ogni singola immagine a un preciso momento del racconto, saldandosi ad esso per costituire una specie di “unicum”. Siamo insomma di fronte a una riproposta editoriale capace di soddisfare gli appassionati di “cose” insolite. E, nel caso specifico, anche un tassello non effimero nel complesso dialogo culturale fra parole e immagini.