Recensione
di Corrado Stajano, Corriere della Sera, 29/05/1999

Napoli e Marsiglia, le mani sporche sulle città

La camorra napoletana e il milieu marsigliese, coi loro protagonisti e con le loro comparse, il clan dei Guerini, Fran´ois Spirito detto Lydro e Antonio Spavone detto o' Malommo, Jean Toci detto Jeannot e poi Raffaele Cutolo, Carmine Alfieri, i corsi e i continentali, le équipes de choc d'Oltralpe e i killer nostrani, i personaggi della zona grigia, le spie, i «pentiti», i traditori, i boss politici-protettori, complici, conviventi, i giudici e i poliziotti, i corruttori e i corrotti, sono i protagonisti del saggio di Paola Monzini, Gruppi criminali a Napoli e a Marsiglia che racconta la biografia delle due città viste attraverso la storia della delinquenza organizzata dal 1820 al 1990. È uno studio scientifico serio, scritto senza noia o ripetitività, fondato su una ricerca sul campo, su una ricca bibliografia, su una documentazione di prima mano, verbali degli interrogatori giudiziari tra l'altro, interviste a magistrati, funzionari di polizia, uomini politici e giornalisti. Ne è uscito un libro ricco, di grande singolarità e interesse, anche perché le vicende narrate sono via via inquadrate nella cornice sociale e politica dei due centri urbani e delle loro comunità. Entrambe con un porto importante, le due città mediterranee hanno sempre avuto una malavita protagonista della loro cattiva reputazione. Le storie, comparativamente osservate e messe a confronto dalla giovane studiosa, sono spesso consimili, ma non combaciano, non sono per niente omogenee, mobili, diverse, invece, nelle varie epoche analizzate. Napoli è una città più grande, è stata capitale di un regno, ha una tradizione e una cultura non omologabili e un retroterra che fa da amplissimo polmone. Marsiglia ha un'antica tradizione di traffici internazionali, è un posto di vasta immigrazione, soprattutto italiana, ma sono stati i clan corsi a spadroneggiare da sempre nel vecchio porto che è, più che a Napoli, il luogo centrale degli eventi. Al contrario dei mafiosi che vivono nell'ombra, i camorristi si esibiscono: nel teatro popolare, e non soltanto, portano come segno di autorità una fascia rossa in vita. La violenza della camorra deve essere riconoscibile, rivendicata, come nel terrorismo. È nata nell'ambiente delinquenziale e nelle prigioni, ma anche nei mercati rionali e nei cantieri dell'edilizia. Fu usata dai Borboni contro i liberali e poi dal nascente Stato unitario per mantenere l'ordine. Il prefetto Liborio Romano, nell'imminenza dell'ingresso di Garibaldi a Napoli, arruolò i camorristi nella polizia. La camorra ha sempre avuto rapporti di scambio con le autorità. L'inchiesta parlamentare del senatore Giuseppe Saredo, del 1901, parla delle infiltrazioni della camorra in tutti gli strati della vita pubblica: «invece di distruggerla, come dovevano consigliare le libere istituzioni». I marsigliesi non hanno cerimoniali, giuramenti, gerarchie. Il loro perimetro delinquenziale è circoscritto, la prostituzione e il contrabbando sono le attività primarie in una specie di quartiere a luci rosse, il quartier réservé. I nervis corrispondono in un certo senso ai guappi napoletani, sono tutori d'ordine, vigilantes. I crimini violenti, nel primo Ottocento, sono più numerosi dei delitti contro la proprietà. Ma non c'è allarme sociale nei primi anni del Novecento. Il libro di Paola Monzini raffigura le due città, alternando il racconto, come due corpi viventi. I marsigliesi non hanno pregiudizi ideologici. Vendono armi alla Spagna repubblicana durante la guerra civile e riforniscono l'Italia di generi alimentari durante le sanzioni, nel 1935, per l'aggressione all'Etiopia. Il clan dei Guerini, famiglia corsa di grande peso, partecipa alla Resistenza. Arriverà all'apice della potenza - locali notturni, bar, alberghi, prostituzione - negli anni Cinquanta. Comincerà allora il suo declino nonostante i legami con i socialisti di Defferre. Nel 1967 quando sarà assassinato il leader, Antoine, finirà la tolleranza istituzionale e l'egemonia corsa. I trafficanti sono lega ti allora in maggioranza al partito gaullista che offre più degli altri protezioni e aperture internazionali. Fran´ois Spirito e Paul Venture Carbone, il primo di origine calabrese, il secondo corsa, hanno un percorso differente: legati a Simon Sabiani, leader politico che passerà dal comunismo al collaborazionismo con i nazisti, fanno affari d'oro come tenutari del feudo elettorale di Sabiani, vicesindaco della città, definito «député gangster». Governano il fronte del porto, tra un sindacato corrotto e squadre delinquenziali usate contro i lavoratori. Lo scambio tra consenso elettorale e impunità è documentato. I clan marsigliesi godono del consenso degli strati più poveri della popolazione. Consenso che finirà nel 1947 quando i marsigliesi, con una grande manifestazione popolare, rifiuteranno clamorosamente l'avallo dell'élite illegale che il traffico della droga ha reso miliardario. Paola Monzini va lontano nella sua analisi napoletana: dai fresaiuoli, specializzati nel furto sulle pubbliche vetture del primo Novecento, ai tempi di Lauro e dei Gava, il periodo più torbido delle connessioni tra politica e camorra. Dalle «paranze» di ladri alle lotte sanguinose per la conquista del mercato ortofrutticolo e alla spaventevole speculazione edilizia raccontate da Rosi nei suoi film La sfida e Le mani sulla città, all'ascesa della Nuova camorra organizzata di Cutolo e alla Nuova famiglia di Carmine Alfieri. Nel 1990, il ministro degli Interni Antonio Gava omette dal testo del Rapporto delle forze di polizia presentato al Parlamento la citazione dell'operazione della Criminalpol portata a termine quell'anno contro il clan Alfieri che rivelava legami con uomini di Gava. Fu il terremoto del 23 novembre 1980 a far scoprire che la camorra non era un caro estinto e aveva una parte rilevante in quasi tutte le attività economiche della regione. In vent'anni le conoscenze e gli studi che mancavano si sono moltiplicati. Ma il problema della legalità resta essenziale, visto che la camorra non è stata sconfitta e nonostante, in certi momenti, sembri inabissata, seguita ad avere un ruolo fondamentale nei meccanismi di potere politico e amministrativo.