Recensione
Diego Gabutti, Italia Oggi, 21/11/2013

Erano gli anni deliranti in cui il futuro autore del Nome della rosa scriveva che Solzenitcyn era soltanto un «Dostoevskij da strapazzo»

Direttore del Messaggero negli anni settanta e ottanta, testimone di un'età del paese e del giornalismo che sembra lontana anni luce dalla nostra e che invece la ricorda più da vicino di quanto ci convenga, con questo Cronache di piombo e di passione. L'altro «Messaggero» 1974-1987 (Donzelli 2013, pp. 300, 34,00 euro) Vittorio Emiliani è al suo secondo memoir dopo Vitelloni e giacobini. Voghera-Milano tra dopoguerra e «boom» (Donzelli 2009). Anche a chi era presente (magari adulto, e immerso fino al collo negli affari pubblici, per esempio i giornalisti) l'Italia di quegli anni risulta oggi esagerata e inverosimile come le terre immaginarie delle antiutopie: l'Eurasia di George Orwell, il mondo del Tallone di Ferro di Jack London, alcuni paesi visitati dal Dr. Lemuel Gulliver nel corso dei suoi viaggi. Ai giornalisti di sinistra come Emiliani toccò il boccone più amaro: raccontare senza tanti giri di parole l'imbarbarimento improvviso e catastrofico delle culture di sinistra, corrotte dal piombo dei terroristi e, allo stesso tempo, messe in burletta dalle prime grullerie rococò della nascente sinistra caviar (che oggi ha completamente sostituito, come un ultracorpo venuto dallo spazio, la sinistra di popolo, quella delle osterie e delle sezioni di partito).

Erano gli anni in cui la sinistra italiana era incerta se tifare per l'Unione sovietica (dove non c'erano Gulag, assicurava il Pci, tutte calunnie, e dove Aleksandr Isaevic Solenicyn, come scriveva il futuro autore del Nome della rosa, era soltanto «un Dostoevskij da strapazzo») o per le Guardie rosse cinesi e i boia bambini di Pol Pot. Anche la sinistra più moderata, quella socialista, diffidava di Craxi, perché anticomunista, preferendogli Riccardo Lombardi, più devoto alla rivoluzione che alla riforma. Messo a dirigere un giornale di proprietà della Montedison, che come tutte le altre anime in pena del capitalismo italiano, doveva riverire tutte le chiese, quella dc come quella socialista, Emiliani riuscì a fare un decente giornale di sinistra, fondato sulle inchieste e sulle opinioni «avanzate».

Schierato a favore del divorzio, più tardi col fronte abortista, garantista, all'opposizione del «partito della fermezza» ai tempi delle Br, il Messaggero di Emiliani ricordava il Giorno degli anni migliori (proprio al Giorno, Emiliani aveva imparato il mestiere). Era nato da poco il Giornale d'Indro Montanelli, un giornale di destra che guardava più lontano di qualunque giornale progressista, come si sarebbe visto presto. Stava nascendo anche la Repubblica d'Eugenio Scalfari, un altro signor giornale, all'epoca il migliore (tecnicamente parlando) su piazza (più tardi, da giornale di sinistra, diventò esso stesso la sinistra). Emiliani e il Messagero non furono travolti dal successo di Repubblica. Tutto merito del direttore e della sua squadra.

Ma all'epoca tutti i giornali andavano più o meno bene. Era impossibile che un quotidiano rimanesse invenduto quando il paese era spazzato dallo tsunami delle notizie, la conta quotidiana dei morti ammazzati, il Caso Moro, i cortei armati del sabato pomeriggio, il Caso D'Ursi e il Caso Cirillo, le stragi, i neofascisti per i quali la morte era bella, le guerre di mafia a Palermo e poi dappertutto, l'occupazione di Bologna da parte dell'Autonomia e dei seguaci delle Br. Emiliani raccontò tutta la spaventosa storia mentre stava accadendo dal ponte di comando d'un giornale in prima linea. Un giornale che ebbe i suoi lutti: Maurizio Di Leo, un tipografo trucidato «per errore» dai Nar, una gang di fascisti psicopatici che voleva uccidere un giornalista del Messaggero, ma «abbiamo sbagliato persona», pardon. Soltanto un'osservazione. Perché in due punti del libro, parlando di Giuliana Conforto, che ospitò a casa sua due «fuorusciti» delle Bierre, Adriana Faranda e Valerio Morucci, beccati sotto il suo tetto con la mitraglietta Skorpion che aveva ucciso Aldo Moro, la chiama «ignara professoressa»? A suo padre, Giorgio Conforto, nome di codice «Dario» nel Dossier Mitrokhin, è stato dedicato da Francesco Grignetti il libro intitolato Professione spia. Dal fascismo agli anni di piombo cinquant'anni al servizio del Kgb (Marsilio 2002). Certo, ci sono le coincidenze. Ma è prudente non crederci, diceva Nero Wolfe.