Recensione
Anna Tonelli, L'Indice n. 11, 01/11/2013

La compagna non solo del Migliore

Quando sono state rivelate e rese pubbliche le “vertigini” amorose di Togliatti verso la giovane Nilde, i media hanno amplificato la notizia come fosse puro gossip contemporaneo. L’immagine del glaciale segretario di partito alle prese con i turbamenti sentimentali provocati dalla deputata emiliana era perfetta per alimentare una sorta di fiction storica con frasi da rotocalco. Togliatti innamorato, L’amore nel Pci al tempo del concubinato, Il dramma di un amore clandestino, titolano giornali e telegiornali, a conferma del ghiotto boccone scandalistico. Eppure il carteggio fra Palmiro Togliatti e Nilde Iotti, rinvenuto dalla figlia adottiva Marisa Malagoli in uno scrigno dimenticato e consegnato a Luisa Lama per farne un oggetto di studio, costituisce una fonte preziosa per documentare non solo l’universo affettivo che contraddistingue i due leader comunisti, ma soprattutto quell’intreccio fra pubblico e privato che ormai da anni è diventato un terreno privilegiato dell’analisi storica. Le lettere d’amore scritte durante l’arco di un anno (dal 5 agosto 1946 al 26 agosto 1947) della neonata storia di coppia fra l’uomo più potente del Pci e la “maestrina” di Reggio Emilia, sono l’asse portante di una storia nota e raccontata ripetutamente sia in testi scientifici che divulgativi, ma che, proprio grazie a questi documenti inediti, si arricchisce di tasselli in grado di ampliare una prospettiva in cui la politica si intreccia con la dimensione sentimentale. Come è stato per Anna Kuliscioff e Andrea Costa nel carteggio analizzato da Pietro Albonetti in uno degli studi pionieristici sul tema, anche in questo caso emerge uno spaccato di come la politica, e in modo particolare il Pci, produca un modello esistenziale e comportamentale destinato a influenzare pesantemente i dirigenti e i militanti. Le difficoltà di accettare il rapporto fra Togliatti e Iotti, espresse in maniera esplicita nei toni malinconici e a volte rabbiosi delle lettere, dimostrano quanto il ruolo totalizzante del partito arrivi a occupare ogni spazio del privato. L’autrice sottolinea come “le due sfere, politica e personale, si dipanassero su piani diversi e forse non comunicanti”, ma in realtà è proprio nel contrasto fra i due piani che è interessante leggere e interpretare una storia politica in cui quella moralità comunista degli anni quaranta, studiata in un bel libro di Alessandro Bellassai (peccato non sia citato), ha avuto un peso decisivo, anche e soprattutto per i vertici del partito. È bene dunque filtrare la vicenda personale e politica di Iotti nei suoi legami e sviluppi con la carriera di Togliatti, ma è altrettanto significativo vederne l’evoluzione attraverso il rapporto con il Pci e con le organizzazioni collaterali, in modo particolare con l’Udi. Ed è proprio la sua attività e le prese di posizione in quella che sarà per Nilde la palestra politica più fertile, a costituire una delle parti più interessanti del libro, con gli interrogativi relativi all’emancipazionismo femminile. “Bisogna vedere com’è la vita normale delle donne”, sostiene Iotti per mettere in luce la differenza fra vita quotidiana e dottrina politica. Nell’accento posto sulla volontà di incidere sul vissuto delle donne sta la modernità di una deputata che non dimentica mai la propria formazione di educatrice. La storia politica di Iotti, infatti, non è solo quella all’ombra del compagno Ercoli, ma un tragitto che attraversa una buona parte dell’Italia repubblicana, dai tempi della Costituente fino al seggio più alto di Montecitorio (periodo sul quale però l’autrice non si sofferma). Quasi quarant’anni di biografia che seguono un filo rosso capace di far dialogare politica, mentalità, ideologia, senso comune. Se più frastagliati sono gli esordi con la scelta antifascista e poi l’attività all’Assemblea costituente e di seguito nell’associazionismo femminile e nell’attività parlamentare, non meno densi di significato risultano gli “anni della progressione” con il dialogo con i cattolici e l’intervento su temi cruciali quali il divorzio, il diritto di famiglia e l’aborto. Anche Iotti prova a immergersi nella complessità della stagione dei movimenti degli anni sessanta- settanta, con una posizione che a volte conferma l’incapacità del Pci di sintonizzarsi con i tempi e le esigenze che cambiavano, altre volte risente invece di un coraggio proprio nel cercare di affrontare con modernità e apertura le istanze di una società che si rivela più avanti della classe politica di riferimento. Nei suoi numerosi interventi scritti o declamati a braccio, ammonisce i partiti a non chiudersi in “un’immutabile rigidità”, richiamandosi alla necessità di “fusione fra sentimento vero e morale”. Difficile anche poter esprimere da subito una posizione netta a favore del divorzio. Il Pci ha dovuto sempre fare i conti da una parte con il pericolo di non scontentare i propri militanti di fede cattolica, dall’altra con la propaganda anticomunista, lanciata in primis dalla Democrazia cristiana, che dipingeva i comunisti come i distruttori della famiglia, giocando sulla falsa prova dell’amore libero (e non liberato) praticato in Unione Sovietica. In questa cornice Iotti deve far riferimento anche al proprio passato di compagna mai sposata, responsabile del fallimento del matrimonio di Togliatti: una posizione scomoda destinata ad avere riflessi anche sul piano dell’elaborazione politica. Nonostante gli ostacoli oggettivi, è lei fra i primi a capire che gli attendismi sul divorzio rischiano di scontentare buona parte dell’opinione pubblica e soprattutto di lasciare ai partiti laici, a cominciare dai socialisti, il monopolio su un tema che divideva e appassionava il paese. Un’accelerazione che aiuta il Pci a uscire dalle sabbie di un immobilismo mai risolto fino in fondo, e che porterà faticosamente all’approvazione di quella che anche per Iotti può essere considerata una legge “rivoluzionaria”. Al di là dell’epilogo che ricorda l’ultimo incontro con Giuseppe Dossetti, il libro si chiude nel 1979, definito l’anno “magico” di Iotti, che segna l’elezione a presidente della Camera come “coronamento desiderato, sperato, forse inatteso, della sua lunga progressione”. È vero che esistono studi specifici sul periodo che ha visto la prima donna presiedere un ramo del parlamento, ma non sarebbe stato fuori luogo estendere il racconto biografico anche coprendo quegli anni. Questo non significa che la ricerca risulti incompleta, anche perché l’autrice ha voluto concentrarsi sugli aspetti più rilevanti e meno noti della “storia politica al femminile”. Con queste premesse, la definizione di biografia è inadatta, per lasciare spazio invece a una ricostruzione storica dove alcuni aspetti e periodi sono meglio rappresentati di altri, con la precedenza accordata naturalmente alle carte inedite. Quando si è di fronte a un personaggio che ha partecipato alla storia dell’Italia pre e post-repubblicana, occupando anche ruoli di rilievo, il rischio dell’agiografia è sempre molto alto. La ricerca dell’autrice riesce a evitarlo grazie all’utilizzo di una varietà di fonti, dirette e indirette (anche se qualche volta usate in modo improprio, soprattutto mettendo sullo stesso piano scritti coevi e altri posteriori), che permettono di addentrarsi nelle pieghe di un percorso politico dalle molte sfaccettature. Le lettere sotto forma di scritture autobiografiche danno un valore aggiunto a un’intimità che permette di intrecciare il vissuto individuale con i processi storici che hanno trasformato la vita e la storia di un paese. In questo la storia di Nilde Iotti entra a pieno titolo