Recensione
Francesco Staglianò, Il Venerdì, 11/10/2013

Vi spiego perché siamo dentro la crisi (e come è possibile uscirne fuori)

Nell'analisi di Marcello De Cecco le ragioni del pantano in cui ci dibattiamo tra mali antichi e nuovi errori.

Se hai un debito pubblico alto, com'è il caso dell'Italia, per non essere schiacciato dagli interessi o riduci il debito o aumenti il prodotto interno lordo in rapporto al quale il debito è misurato. Meglio se fai entrambe le cose simultaneamente. Ma se fai solo la prima e tagli, tagli e tagli ancora, alla fine non resta più niente. Per Marcello De Cecco, che insegna alla Luiss di Roma dopo tanti anni alla Normale di Pisa, la diagnosi sembra di una semplicità disarmante. O spendi meno, o guadagni di più: tertium non datur. E un'economia sana non è quella che risparmia su tutto, sino all'anemia, ma una che innova, produce, consuma. La nostra non rientra nella categoria virtuosa, spiega in Ma cos'è questa crisi, una raccolta di articoli usciti sul nostro quotidiano dal 2007 a oggi. E lo ribadisce dal vivo: «Il Pil da noi è fermo da vent'anni. Metà Paese è nella condizione di non pagare le tasse e vive sulle spalle di chi è costretto a farlo. Collettivamente ci siamo cullati su un'illusione pericolosa, ovvero credere che le nostre piccole e medie imprese fossero una forza. Che è come scambiare per un sintomo di sviluppo una metastasi».

Siamo entrati nel sesto anno di crisi. Ci sono lezioni che abbiamo imparato? «Non direi. A livello europeo addirittura abbiamo addirittura dimenticato certe cose fondamentali. La moneta unica, per dire, doveva essere un grande strumento di integrazione. All'inizio ci fu una grande convergenza degli spread dei titoli di Stato dei Paesi membri, da differenze del 5-6 per cento a quasi zero. Ora siamo tornati a divergenze crescenti, e non è un bel segno».

Viste dagli Usa, nelle analisi del Nobel Paul Krugman e di altri, le politiche europee di austerity sembrano un capolavoro di masochismo. Che ne pensa? «Dico che quella della Fed e della Bce sono due filosofie diversissime. L'America si comporta da protagonista dell'economia, immette tutta la liquidità che serve e vive a credito. La Ue, ispirata dalla Germania, invece va a rimorchio. Ci sono ben noti motivi storici per questa cautela, nel senso che quando ha provato a essere protagonista l'ha fatto in maniera così brutale da meritarsi una crisi tragica e una guerra. Però mentre i tagli, anche quando rivitalizzano, lo fanno nel medio periodo, gli investimenti alla Keynes fanno effetto subito.

Prima che sia troppo tardi».

Però i tedeschi, solo 80 milioni di persone, sono al secondo posto mondiale quanto a produzione di ricchezza. Non le sembra una ricetta vincente? «Un risultato rimarchevole, ottenuto essenzialmente sull'export di beni d'investimento (macchinari utensili sosfisticati) e auto (di lusso, ma non esclusive come le Ferrari o le Rolls-Royce). Produzione industriale che è rimasta competitiva grazie alla delocalizzazione vicina, nell'ex Mitteleuropa, ovvero i Paesi dell'Est orfani del protettorato sovietico. E a una politica monetaria che impedisce da anni l'aumento dei salari degli operai. Che hanno un potere d'acquisto molto maggiore dei nostri, ma sono fermi da tempo. Una ricetta di serietà che ha fatto sì che, quando i dipendenti della Ducati hanno saputo che venivano rilevati da un'azienda tedesca, hanno accolto la notizia tra gli applausi. Detto questo, non tutti possono essere la Germania».

Ad esempio all'Italia, piuttosto brava con le macchine utensili e in passato anche con le auto, cosa mancherebbe? «Intanto una politica industriale. E quindi, a monte, una classe politica in grado di concepirla. Noi siamo stati a lungo, e incomprensibilmente continuiamo ad essere, orgogliosi di un tessuto industriale parcellizzato, quello delle Pmi. Siamo stati così bravi a venderlo - il "capitalismo dal volto umano" e altre scemenze - che anche Clinton veniva a Modena per studiarlo. Salvo poi continuare, loro, a puntare sulla grande industria. Come si può competere nella globalizzazione con unità produttive da una dozzina di persone? Finché potevamo svalutare la lira, ha funzionato. Poi non più».

Un esercito così nutrito di lavoratori autonomi ha anche ricadute fiscali negative? «Ovvio, e questo è l'altro nostro grosso problema. Altrove i piccoli artigiani e imprenditori sono dipendenti, quindi tassati a monte. Da noi invece sono nella posizione di poter evadere le tasse. Ora, questa peculiarità ha fatto anche sì che la nostra classe media abbia sofferto meno di altre, ma basandosi sul nero. Una tattica che non può durare. E se è vero che avevamo un grosso stock di risparmio privato, lo è altrettanto che il tasso attuale di risparmio è passato dall'essere tra i più alti al più basso di tutti. Non c'è più grasso».

Eppure il 70 per cento del Pil americano si basa sui consumi della classe media. È vero anche da noi? E la dibattutissima tassa sull'Imu in che direzione va? «È vero anche da noi: senza domanda interna non si va da nessuna parte. Però siamo fermi da vent'anni. E i nostri margini di manovra, dovendo fare i conti con la Bce e senza più una banca centrale sovrana, sono molto più stretti di quelli americani. I vari governi Berlusconi non hanno fatto niente per rimettere in moto il Paese, ma anche Vincenzo Visco che ci aveva provato è stato richiamato all'ordine dal centrosinistra per la preoccupazione che troppo rigore avrebbe fatto perdere le elezioni. In Germania, invece, le ha fatte vincere. Quanto alle imposte sugli immobili sono la base per la tassazione locale in tutto il mondo civile. Il solito Berlusconi abolì l'ottima Ici e da allora è stata una corsa continua a riempire quel buco».

Considerato tutto, al termine di questa specie di diario della crisi lungo sei anni, conclude su una nota molto negativa, prevedendo «anni di ferro». Perché? «Il contesto europeo ci costringe. Chi però invoca di abbandonare l'euro dimentica che per fare una politica economica autonoma, come succede in Gran Bretagna o in Svezia, serve la stabilità di quei Paesi, che noi ci sogniamo. Il rischio che vada a finire in tragedia, quindi, è piuttosto serio».