Recensione
di Paolo De Benedetti, LA STAMPA, 20/05/1999

"Dodici passi sul tetto": l'ossessione dell'ebraismo

Leslie Fiedler è uno scrittore geniale e bizzarro, conosciuto in Italia soprattutto per la sua opera principale, "Amore e morte nel romanzo americano". Come ebreo americano, ha molti complessi, tra cui quello non essere (o non voler essere?) abbastanza ebreo: So di essere americano e dubito di essere ebreo. Parallelo a questo status, o meglio conseguente, è la sua frequente ricerca di ebraicità in autori o figure non ebraiche e di americanità in autori ebrei. Complessi e genialità emergono a ogni passo di questo libro, dodici passi sul tetto, costruito malissimo, con saggi prevalentemente letterari (Joyce e i suoi personaggi spuntano da tutte le parti) e numerose ripetizioni da un saggio all'altro; ma in cui l'angolatura ebraica, direi l'ansia ebraica del suo sguardo fa scoprire nuove letture, anche se spesso suggerite in modi piuttosto tortuosi. Come molti di voi sanno sono un garrulo, che ignora la reticenza, e con gli anni sono divenuto sempre più un personaggio pubblico pronto a parlare di tutto ciò che mi riguarda più da vicino a qualunque uditorio disposto a darmi ascolto. Questa autopresentazione spiega molte cose, alcune alla fine accettabili, come lo straripamento del suo io, altre sconcertanti , come la sua fantasiosa esegesi della predella urbinate di Paolo Uccello nota come la profanazione dell'ostia. Nel capitolo La radice dell'antisemitismo, qualche riflessione dall'Italia, Fiedler descrive la predella e ne ricava riflessioni che sarebbero plausibili se la predella fosse così. Ma così non è. Fiedler dice che il primo pannello rappresenta un ebreo grossolanamente caricaturizzato mentre pugnala un'ostia consacrata che sprizza sangue sotto il suo coltello. Ora, trascurando il fatto che si tratta del secondo pannello e che l'ebreo non è affatto caricaturizzato, l'ostia non è pugnalata perché il coltello non c'è, ma viene messa in padella sul fuoco (da cui le definizioni per questo tipo presunto di delitto di ostia fritta o sacra padella). Sul coltello che si vede nella scena dipinta, Fiedler sviluppa una analisi storico-letteraria che, riprendendo il tema in altri saggi, fa risalire al coltello brandito da Abramo su Isacco (Genesi 22) una radice o un appiglio dell'antisemitismo cristiano. Fiedler è molto intrigato da questo coltello, che egli vede nella predella , mentre, secondo lui, è assente nella storia del Vangelo: Non lo brandisce Giuda, né il Sommo Sacerdote e nemmeno Barabba, quella oscura figura, doppio e antitesi di Gesù il cui nome significa Figlio di Dio. Ora, a parte il fatto che Barabba non significa figlio di Dio, nel Vangelo Barabba è un puro nome senza figura, senza mani e senza coltello. Dal coltello di Urbino a quello di Abramo, e di qui scendendo a un modello alternativo che con questo, sinistro, permane nell'inconscio collettivo del mondo cristiano: E quel modello è, naturalmente, San Giuseppe, il marito impotente della Beata Vergine, padre adottivo del figlio maschio non generato (almeno non da lui), santo patrono di tutti i cornuti. Ci siamo soffermati su uno degli spunti che offre il libro: ma riferire di tutti questi vertiginosi percorsi è impossibile, anche perché alcune affermazioni sono stilisticamente incomprensibili (per esempio il padre unico del Figlio sarà forse il padre del Figlio unico? pag.43). A saggi su Joyce, Singer, Styron, Levin, Giobbe (verissima la sua affermazione di una sua perenne lite con il creatore come tradizione essenzialmente ebraica, quella del riv o contesa: ma non è vero come si dice nello stesso saggio che la legge del cosiddetto codice di Noè non abbia bisogno di una speciale rivelazione) si alternano saggi su tematiche più generali, ma sempre con forti agganci letterari: su La cristianità dello scrittore ebreo americano, su Diventare postebraico, su Ad ogni generazione: una meditazione su due Olocausti (l'americocentrismo ha finora impedito agli scrittori Usa, ebrei e no, di sostituire il termine - assolutamente falso - di Olocausto con quello, ormai corrente in Europa, di Shoà, catastrofe). Su questo ultimo saggio, che chiude il volume e che definisce una meditazione subteologica, vorremmo dichiarare tutta la nostra partecipazione, per il suo sofferto, autobiografico presentimento di essere l'Ultimo Ebreo, dopo che il Popolo Eletto ha deciso di smettere di esistere in quanto popolo eletto per il bene di tutta l'umanità unita. Ecco l'esempio di quello che Guido Fink, nella sua breve ma acuta introduzione, chiama tendenza ebraica per eccellenza a rivedere e a ridiscutere le tradizioni proprie e le tradizioni altrui. Sempre, si intende, all'insegna del contagio e della mescolanza'. Che poi questa molteplicità (molte pieghe) del suo pensare non eviti sempre semplificazioni, soprattutto per quanto riguarda il cristianesimo, non toglie la nostra gratitudine per il suo pensare complicato (altre pieghe!), pazienza se è garrulo. E perciò ci sia consentito di citare per esteso il finale del saggio e del libro: Ma da Ultimo Ebreo quale sono, non posso resistere al bisogno di confessare che ogni autunno, anche se ovviamente non vado in nessuna Shul, osservo il digiuno di Yom Kippur. E così ogni inverno accendo le candele di Channukkah, il più delle volte vicino a l'albero di Natale addobbato. E ogni primavera, dopo aver colorato le uova di Pasqua, riunisco la famiglia per il seder di Pasqua e grido al Dio nel quale non credo di credere, Rovescia la tua ira sui goyim. I miei figli non mi chiedono la ragione, forse perché sono sicuri di saperla. Ma se me lo chiedessero direi loro, come mio nonno diceva a me, trascinandomi in qualche sinagoga nei giorni delle feste ebraiche più importanti, Non perché ci credo, ma perché tu possa ricordare".Ed io ricordo''.