Recensione
Sergio Caroli, Il Giornale di Brescia, 06/11/2013

Negli assetti istituzionali le cause del nostro declino

Che tra i Paesi occidentali l’Italia occupi ormai posizioni di retroguardia in molti campi non necessita di dimostrazioni. L’individuazione del perché si concentra per lo più sulle dinamiche dei processi economici. Umberto Vincenti, professore ordinario all’Università di Padova, dove dirige il Dipartimento di Storia e filosofia del Diritto della facoltà di Giurisprudenza, ne individua invece le ragioni negli assetti istituzionali. Egli ritiene che i costituenti abbiano ignorato questo modello, per esempio non prefigurando l’alternanza politica, sicché una sorta di partito unico ha di fatto governato tanti anni il Paese.Non essendovi limite ai mandati politici, i partiti hanno assunto eccessivo potere, monopolizzando le proposte. Nel saggio «Di chi è la colpa? Sette possibili cause del dissesto italiano" (Donzelli editore, 150 pagine,15 euro), lo studioso sostiene la necessità di ripensare alle forme della politica e dell’amministrazione, meditando su Costituzione,Diritti,Incompetenza, Disinformazione,Burocrazia,Impunità, Divisione.

Professor Vincenti: lei rende omaggio ad Arturo Carlo Jemolo, il cui ultimo libro «Questa Repubblica. Dal ’68 alla crisi morale», uscito postumo, è, lei scrive, «quasi una raccolta di profezie». Dove il grande studioso si è mostrato preveggente?

Nella critica alla Costituzione, all’evanescenza di certe sue disposizioni, alla visione di fondo di questa carta da lui giudicata troppo ottimista e dispensatrice di fragili illusioni. Jemolo aveva previsto l’infinita dispendiosità dell’ordinamento regionale, la lievitazione del formalismo della burocrazia,il problematico dissolversi dei principi di gerarchia e di responsabilità, la voragine del debito pubblico, la fuga delle imprese all’estero. Solo alla fine degli anni Settanta - lei osserva - i difetti della nostra Costituzione hanno cominciato ad emergere.Ma se regnano le«repubbliche» regionali, se le spese si sono moltiplicate, fino a che punto i padri costituenti ne hanno colpa?

Hanno la colpa di aver inventato un sistema regionale contraddittorio, non sufficientemente ponderato, senza precedenti nella nostra storia cheè, invece, ricca di felici esperienze di autonomie comunali. LeRegioni costituiscono un compromesso pasticciato tra il modello dello Stato federale e quello del decentramento amministrativo: una formula astratta e complicata dalle Regioni a statuto speciale. Il sistema regionale fu attuato solo nel 1970 perché era avvertito il rischio che sarebbe alquanto aumentata la spesa pubblica e aggravata la malattia burocratica chei nfetta il Paese.

Lei scrive che il dibattito pubblico è di fatto monopolizzato da pochissimi; a parlare nei talk show sempre le stesse persone.Ma come ripristinare il pluralismo?

Il circuito massmediatico ha il dovere istituzionale di promuovere davvero il pluralismo delle idee.Un pluralismo che è, invece, parziale, specie nei piani più alti della cultura istituzionale, dove si trovano sempre gli stessi che diffondono certi, non altri, punti di vista. La politica ne è in buona parte responsabile.

Perché non c’è selezione nelle università?

Nel Paese vi è in generale un difetto di selezione o, almeno, di selezione basata su criteri affidabili. Negli ultimi decenni abbiamo moltiplicato le università e le abbiamo collocate, per una falsa eguaglianza, tutte allo stesso livello. Abbiamo conseguentemente moltiplicato il numero dei docenti attraverso concorsi locali dove familismo, amicizie, collusioni hanno gioco più facile. Molte università, specie le più recenti, hanno quasi rinunciato a selezionare anche i loro studenti:un corto circuito che ha determinato il rischio che si possano trovare in posizioni importanti persone pur titolate, ma incompetenti.

Lei sostiene che non si possono pretendere dai cittadini solo diritti ma doveri nei confronti dello Stato. Quali ritiene primari?

Una comunità politica si regge se i suoi partecipanti sono gravati da doveri di prestazione reciproca. A noi tuttavia piacciono troppo i diritti, ci piace prendere senza dare nulla o dando poco in cambio. È,invece,irrinunciabile che ognuno si comporti onestamente verso gli altri e tutti dobbiamo essere capaci di coordinare gli interessi personali conl’interesse generale, evitando il più possibile di sacrificare il secondo a tutto vantaggio dei primi.

Lei critica l’etica pubblica come viene insegnata nelle facoltà giuridiche. Perché?

Perché non si insegna proprio: ci si limita a descrivere le molte, troppe regole del nostro sistema e si insiste affinché siano memorizzate.Ma poco si dice sul mondo reale che vi sta dietro.Nési addestrano i giovani sul come quelle regole debbano essere rettamente applicate:a comprendere, cioè,che il diritto è un impegnodi carattere etico. Così le università licenziano tecnici legali pronti a patrocinare qualunque soluzione che trovi appigli, anche solo formali o pretestuosi, nelle parole della legge.

«Per uscire dalla crisi - lei scrive - occorre recuperare un ceto di intellettuali indipendenti, essendo essi sempre più spesso dipendenti da qualcuno o inclini all’auto-promozione». Ma come operare?

È un problema da risolversi all’interno della comunità degli intellettuali, che devono ricordarsi qual è la funzione loro affidata: dire ciò che è o quel che essi veramente pensano. Molti sono professori universitari: lo Stato li paga proprio perché esercitino questa funzione di critica indipendente e non dà loro una cattedra per carriere di comodo inParlamento o nelle banche