Recensione
Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 03/11/2013

Il dottore che cercava le fiabe

Va salutato come un evento editoriale di valore storico. E’ la riproposta, dopo un secolo e mezzo dalla sua prima uscita, della monumentale raccolta di “Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani” del medico e folclorista Giuseppe Pitrè. Un’opera che apparve in quattro volumi nel 1975 a Palermo presso l’editore Luigi Pedone Lauriel e che non ha confronto in nessun altro repertorio favolistica europeo, nemmeno in quello arcinoto dei fratelli Grimm. Sia per la mole ( si tratta di trecento testipiù cento varianti), sia per la qualità: perché Pitrè decise di trascrivere i racconti rispettando il più possibile la forma originale, in dialetto, con cui gli vennero narrati oralmente da raccontatrici e raccontatori popolari. Ora quell’immenso tesoro , pressoché dimenticato nella sua complessità, torna disponibile grazie all’editore Donzelli, che lo propone in forma integrale con le traduzioni a fronte di Bianca Lazzaro e con un’introduzione dello studioso americano Jack Zipes. Inoltre, sotto il titolo “Il pozzo delle meraviglie” appare in contemporanea per il grande pubblico , la raccolta esclusivamente in italiano accompagnata dalle illustrazioni di Fabian Negrin. Trascritte e non scritte. Qui sta il pregio storico-linguistico dell’operazione di quel genio ostinato e sicuramente un po’ folle che fu Pitrè. Nato nel 1841 a Borgo, quartiere povero di Palermo, da famiglia di tradizione marinara, rimasto ben presto orfano di padre; cresciuto con la mamma e con il nonno in un’ampia cerchia di parenti e amici; accanito cercatore di proverbi sin dall’infanzia, Pitrè seguì una formazione scolastica classica presso i Gesuiti di Paola (Cosenza), prima di arruolarsi tra i garibaldini. Si iscrisse a medicina a Palermo, sostenuto e assistito da tutta la famiglia e da un amico prete, senza mai abbandonare la sua passione storico-letteraria ed etnografica. Da medico popolare, girava di porta in porta con un calesse per auscultare i suoi pazienti, presso i quali raccoglieva storie, aneddoti, fiabe. Zipes ricorda la testimonianza del folclorista svizzero Walter Keller che, nel fargli visita, rimase colpito dal suo originale modo di lavorare : aveva trasformato il carretto in un piccolo studio con scrivania e mini libreria ricca di manoscritti, lettere e fascicoli. Poco più che ventenne , Pitrè era già noto all’estero per i suoi studi: nel 1887 aveva pubblicato la sua prima opera importante, i Canti popolari siciliani, che inaugurava una serie di 25 volumi sull’argomento. Quattro dei quali conterranno le Fiabe da cui Italo Calvino attinse a piene mani per la sua raccolta: su duecento testi selezionati, ben quaranta sono quelli di Pitrè, a testimonianza della considerazione che lo scrittore nutriva per le ricerche dello studioso siciliano. Per le due Fiabe italiane, Calvino ne fece un’operazione di riscrittura, tagliando e aggiungendo, senza negare però il fatto che il pregio dell’opera di Pitrè era “la documentazione stenografica, di note linguistiche, di riscontri eruditi sui precedenti letterari e sulle varianti in altri dialetti”. In realtà, pur essendo un autodidatta nella materia, Pitrè si preoccupa di aggiornarsi sugli studi contemporanei italiani ed europei e adotta un metodo scientifico. Ben lontano dalla trasfigurazione romantica, dà conto delle varietà linguistiche locali ( i diversi “parlari”) cosciente della mutevolezza del siciliano da zona a zona sulla base dell’esperienza diretta. La lingua, per lui , è parte costitutiva – e non solo veicolo – del patrimonio popolare: qui sta la sua modernità. Non sempre compresa. Lo segnala Zipes, nell’introduzione, sottolineando che alla loro uscita i quattro volumi “vennero ignorati in quanto ritenuti volgari, indegni e irrilevanti da molti giornalisti, critici e accademici, e il giudizio era reso più aspro dalla considerazione che le fiabe e le novelle venivano presentate in dialetto”. Restituire la lingua parlata era invece , per Pitrè, una missione irrinunciabile, e non cero per un provincialismo nostalgico o reazionario. Fu un lavoro che Pitrè condusse personalmente, soprattutto nel suo quartiere. Due le fonti principali: la sua vecchia nutrice Agatuzza Messia, “novellatrice-modello” che gli raccontò quaranta storie ( le stesse che gli narrava da bambino), e la filatrice Rosa Brusca. Ma parenti e amici sdi impegnarono a inviargli, da ogni angolo dell’isola, fiabe in altre varietà dialettali , fedelmente registrate da Pitrè in apposite note. Il repertorio tematico è amplissimo, e l’autore lo passa in rassegna nella sua lunga prefazione, andandone anche a rintracciare le antiche ascendenze greche, indiane, mediorientali, eccetera. C’è il mondo di corte e del potere, con re regine principi, in cui le donne ( per lo più le fiabe sono loro patrimonio) denunciano con malizioso senso di rivalsa protofemminista la loro subalternità, c’è il piacere dell’infrazione e dell’antimodello popolare alla Bertoldo, con eroi geni dell’astuzia (Giufà e Terrazzano), che si divertono a gabbare i detentori delle regole sociali, c’è la la parabola esopica non solo a lieto fine (anzi) abitata da animali parlanti (volpi, lupi, pappagalli, serpenti, asini, cavalli),; ci sono la novellina soprannaturale e il racconto biblico o evangelico, c’è a storia noir dai risvolti macabri e c’è la fiaba “classica”,( versioni siciliane di Cenerentola, Raperonzolo, La Bella e la Bestia, Il gatto con gli stivali…) magari manipolata in senso burlesco. In Grattula-beddàtula , una Ninetta simil-Cenerentola beffa un reuccio nel suo giardino per farlo innamorare , ma gli sfugge di continuo fino a farlo uscire pazzo. Ci sono storielle comico-satiriche, come Lu scarparu e li monaci, dove un calzolaio manda in rovina un monastero , punendo così la depravazione dei suoi abitanti. Non mancano le immagini escatologiche ( come il racconto in cui una donna viene creata dalla cacca9, e gli intrighi piccanti, con esplicite allusioni sessuali, anche se i detrattori di Pitrè lo accusarono di voler “ripulire” il tono generale delle narrazioni per dare un’immagine moralmente ineccepibile della sua Sicilia. Seguono, in successivi capitoli, Scherzi e aneddoti, Tradizioni storiche e fantastiche di luoghi e di persone , Proverbi, Tavolette e apologhi. Molto, si sarà capito, resterebbe da dire del colossale lavoro di Pitrè. Ma quel che ora importa è soffermarsi sulla versione di Bianca Lazzaro, valente traduttrice di tanta narrativa contemporanea, che si attiene, rispettando i propositi dell’autore (diffidente di qualunque intervento letterario o artistico sui tseti orali), alla regola dell’”aderenza”. Nel suo saggio sui criteri di traduzione, la Lazzaro dichiara opportunamente di escludere sia il calco sia ogni iniezione di creatività. Dunque preferisce rendere il verbo “s’impazzau” non con il neologismo “s’impazzò” (Calvino, ma con il più semplice “si stabilì nel palazzo”. Un esercizio di (quasi) semplificazione suggerito dalla sacrosanta esigenza di permettere alle fiabe di varcare il delicato confine tra oralità dialettale e scrittura. Quel “quasi” è importante, perché la semplificazione non diventi omologazione linguistica, cioè non rovesci la fantasia verbale e l’originalità espressiva dei raccontatori in soluzioni omologanti. Tutt’altro che un’impresa facile, viste le molte gergalità lessicali, le costruzioni improvvisate del parlato, le ripetizioni a scopo musicale eccetera, ricorrenti nei testi originali. Lo scopo è stato raggiunto, ma resta qualche interrogativo aperto sulle frequenti alternanze fra presente e passato che non corrispondono all’originale, come alle pagine 240-41 , dove affacciau viene reso con “si affaccia” e viceversa spija viene risolto con “chiese”. E ci si domanda se a volte non sarebbe stato meglio salvaguardare certi giri sintattici , come pleonasmi e anacoluti, per preservare meglio il sapore dell’oralità. Sono questioni stilistiche che attengono, per lo più, al gusto soggettivo. Per esempio laddove un pirtuso ( un buco) da sfunnari ( sfondato) diventa una “fessura” da “allargare”. O dove ‘Un accumpariu nuddu nuddu viene sciolto in “Non si fa vivo nessuno” , sacrificando l’espressività accorata della ripetizione. Minuzie che persino il sospettoso dottor Pitrè perdonerebbe, unendosi all’entusiasmo dei lettori: “E tutti arrisaru felici e contenti”.